"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità . La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà . La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà . La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività . Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.
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Caro A,
ti scrivo per dirti la mia sulla questione della separazione di cui sei stato protagonista in questo periodo.
So che corro il rischio di vedere strappata questa mia dopo le prime tre righe, ma ti chiedo di affrontare le successive, prima di farlo.
Te lo chiedo perché in realtà, non parlo della tua separazione, ma della separazione in generale: per come la vedo io, per le similitudini con alcuni aspetti del tuo carattere, per come immagino sarebbe la mia, se un giorno ci sarà.
Bene, se sei già arrivato fin qui, vado.
Non so che effetto ti abbia fatto leggere quelle parole che sostenevano le similitudini tra noi; mi rendo conto che forse, come impatto, potrebbero sembrare più evidenti le differenze. Tuttavia, e credo sia poi la maggior spinta a scriverti, vedo un elemento molto importante, che può condizionare molti aspetti di come siamo, e che riguarda la tendenza alla solitudine.
Lo dico senza freni, e poi tenterò di spiegarlo: la superbia di chi, come noi, pensa o ha pensato, di poter stare da solo e di poter quasi fare a meno degli altri.
Lo dico perché lo sento.
Lo dico perché l’ho esperito.
Lo dico perché so che così non può essere, che è la natura stessa a spingerci al confronto, all’unione, al miscuglio del singolo con gli altri.
Credo con convinzione che siamo al mondo grazie alle relazioni, e che noi stessi dobbiamo perpetuarle, non tanto e non solo per la sopravvivenza della specie, ma per la nostra stessa salvezza di esseri viventi, con una sola occasione per dimostrare che siamo stati degni di questo dono.
Il tutto, ben inteso, senza accezioni religiose.
Anche perché, questo ambito, è una delle differenze formali che ci contraddistinguono. E immagino che, dovessimo discuterne, all’inizio ci scontreremmo sugli aspetti più umani, quelli per capirci, che prevedono nomi e definizioni; per ritrovarci invece, alla fine, in accordo su quelli spirituali, che non hanno etichette, ma che ci portiamo dentro dando loro, che non è differenza da poco, un’attribuzione d’origine differente: tu a Dio, io alla natura profonda e divina insita nell’essere umano.
Dicevo che avrei tentato di spiegarmi, e sono già fuori tema.
Per tornare sull’argomento, dicevo che avevo l’impressione che avessimo in comune una certa tendenza alla solitudine. E aggiungevo, forse con un tono che ti sarà parso protervo, che la solitudine è frutto della superbia; non tanto e non solo mia o tua: qui sto parlando dell’uomo in generale.
L’uomo che crede di poter fare a meno dell’altro è un uomo che teme l’incontro con l’altro.
Così come, specularmene, l’uomo che non sa stare solo, rinuncia alla necessaria profondità della stessa.
Tanto per cambiare, parlo delle contraddizioni che ci colgono sempre, quando siamo in sofferenza con noi stessi.
Che poi quello di cui sto parlando non è la solitudine, ma l’isolamento.
La solitudine è una qualità che segna il passaggio all’adultità. È impossibile non affrontarla se si accetta di crescere.
Ricordo ancora con precisione il periodo in cui l’ho affrontata.
Era attorno alla fine dei vent’anni.
Era un periodo di passaggio, vibrante di novità, promettente, seppur non più caratterizzato dall’inesauribile fiducia destabilizzante della tarda adolescenza. Stavo incontrando l’essenza, dopo aver sempre convissuto con l’apparenza.
Ricordo interminabili giornate e serate passate in solitaria.
La strana sensazione di non desiderare stare solo, ma di non poterne fare a meno.
Era come se tutto ciò che il mondo e la vita potevano offrire, dovesse passare attraverso il filtro del mio essere.
Non andava più bene qualsiasi cosa, chiunque; era poco quello che mi bastava e solo con poche persone potevo condividerlo.
La consapevolezza che scegliere diventa determinate non solo perché caratterizzato da quel che si seleziona, ma anche dalla perdita di ciò che si è escluso.
Tutto ciò, lo scopro adesso, esattamente in questo preciso istante di scrittura – come accade quando si hanno idee allo stato brado che vanno trasformate in parole utili al comunicare –, mi ha illuminato facendomi subodorare il piacere della forza di chi scopre, sa, accetta la propria unicità, ma mi ha anche trasformato in una persona poco umile.
Lo dico con fatica, come chi si guarda allo specchio e vede riflettersi un’immagine che credeva migliore.
Ho imparato a riconoscere l’ingombrante presenza dell’ego.
Quando si crede di esserne al riparo, è il momento di dubitarne.
Quando si crede di bastare a sé, si è a buon punto; ma se si crede di poter rinunciare agli altri, tocca ricominciare.
Quanto ti ho appena raccontato passa attraverso l’esperienza diretta.
Da quel periodo sono uscito profondamente cambiato; sono diventato un uomo, un adulto.
Quel che però pensavo, era che fosse tutto lì, che una volta conosciuta una verità fondamentale dell’esistenza – e non perché se ne è letto, ma per esperienza diretta – si potesse ripartire sempre da quel punto.
E invece, gli inizi e le verità, si manifestano ogni giorno, ogni istante.
Per anni ho vissuto con quell’eredità, meravigliosa, ma ingombrante. A tal punto, da rendere ciechi.
Poi ci sono stati eventi importanti.
Il contatto diretto con la nascita e la morte.
Quando è nata mia figlia è avvenuta in me una rivoluzione sconvolgente.
Tutto si è ribaltato, stravolgendo l’ordine gerarchico delle priorità.
La natura - intesa come evento naturale – si è manifestata attraverso i suoi opposti: la sua grandezza e la sua banalità.
Mai come in quel momento ho sentito la completezza del suo esistere, che comprende appunto il tutto e il nulla, e che questi sono paradossalmente la stessa cosa. Non possono esistere l’uno senza l’altra. Le contrapposizioni abitano lo stesso fenomeno.
Non ero mai stato tanto felice, ma era una felicità permeata di normalità.
La genitorialità lascia poco spazio e tempo all’euforia, trasformandosi subitaneamente in quotidianità.
Insomma, non era come me l’ero immaginato.
La mente mi aveva preparata una scenografia inutile.
Diventare genitore significa mantenere la specie. E per farlo ci vuole attenzione e responsabilità, piuttosto che euforia.
E la prima persona singolare – IO-, diventa plurale – NOI-.
Ma senza canti paradisiaci, cerimonie sfarzose, lussuriose danze.
No. Piuttosto nel segreto di una trasformazione immediata, erede di necessità ancestrali.
Poco dopo il mistero della vita, ho dovuto incontrare quello della morte.
Anche qui, ci vedo l’incontro tra estremi: entrambi inquilini della stessa casa, entrambi necessari, complementari.
Quando è morta mia madre la sensazione più forte di ogni altra, è stata quella della solitudine vera, profonda, paragonabile ad un abisso. Una sensazione solida, palpabile, di incontrovertibilità.
Mi sono sentito catapultato violentemente verso le mie stesse braccia, le uniche, ormai, capaci di reggermi davvero.
Anche in questo caso, il dolore, non corrispondeva alle aspettative.
È stato completamente diverso da quello che mi sarei immaginato.
C’era la consapevolezza che cadere nel tranello che noi stessi architettiamo, composto di sensi di colpa, di modelli precostituiti, di idee inculcate corrispondenti a un qualche “dover essere”, non sarebbe stato, per me, possibile.
L’unica possibilità che avevo, era di accettare la diversità del mio sentimento, sconosciuto e inconoscibile, originale e intimo, che non conteneva alcuna manifestazione plateale, adatta ad un uso formale e normale del lutto.
Il lutto è uno degli stati psicologici ed emozionali che nessuno può pretendere di descrivere universalmente, se lo ha davvero vissuto; non foss’altro per la sua originalità, in termini di forma e sostanza. È così strano inglobare in sé l’idea di morte, di fine, che quasi nessuno la affronta prima che sia necessario.
Ricordo che per i tre giorni che vanno dalla morte al funerale, l’idea che più mi ossessionava, era di dover affrontare tutta la gente che conoscevo. Non riuscivo a pensarmi capace di affrontare quella massa di soggettività addolorata che sarebbe venuta a dirmi quanto le dispiaceva. Ed ero certo che avrebbero cercato nei miei occhi stanchi e sfiniti, una qualche corrispondenza.
Invece è stato, questo, molto più semplice; e l’ansia si è stemperata nella condivisione.
Pochi anni dopo, ho affrontato un altro pesante lutto.
La morte di G mi ha voluto assoluto protagonista prima e dopo.
Il prima corrisponde a una lenta agonia. Il decorso di una malattia a diagnosi infausta è un lento calvario che ha come conclusione prevista, il dolore e il sollievo.
Non ce la si fa più, alla fine.
E lo strazio, è alleviato da questo stesso sfinimento.
Ricordo gli ultimi istanti.
Il respiro che cambiava ritmo allungando progressivamente la distanza tra una sequenza inspiro-espiro e l’altra.
Gli ultimi minuti, è evidente oltre ogni personale nozione medica.
Ricordo l’ultimo.
L’attesa del successivo: pur sapendo che non sarebbe giunto – istinto?-, lo si aspetta per l’incapacità di accettazione della fine concreta.
E poi lo scoppio delle ultime lacrime, messe da parte per quel momento. Le altre, erano già state tutte versate copiosamente nei giorni precedenti.
E la spossatezza, la voglia di scappare e al tempo stesso di rimanere ad accarezzare la persona amata.
Non ero solo, eravamo io e sua moglie.
Eravamo le persone che lui avrebbe voluto trovarsi accanto in quel momento.
Eravamo le persone cui lui aveva dedicato le sue ultime lacrime, rispetto alle quali i medici negavano potessero essere sintomatiche e che attribuivano ad una casualità fisiologica del corpo sedato dalla morfina.
E noi invece sapevamo che lui ci sentiva.
Sapevamo che aveva sentito che eravamo con lui e che la promessa fattagli, di non preoccuparsi per noi che ce la saremmo cavata, lui l’aveva sentita e accolta.
Il funerale, stavolta, vista anche l’età e la composizione delle persone che sarebbero venute – qualche centinaio di amici -, mi era stata di sollievo.
La cerimonia, un misto tra rito religioso – il prete era un suo collega di lavoro, uno di quelli che una volta chiamavano “prete operaio” – e laico, è stata commovente e bellissima.
Dopo l’introduzione del sacerdote, che aveva spiegato che si sarebbe trattata di una cerimonia inusuale, chi ne avesse avuta voglia, avrebbe potuto dedicargli un pensiero.
Ho parlato per primo, per interrompere il silenzio gravoso, ma di una bellezza suprema, che si era creato in chiesa.
Le mie parole, in sintesi, dicevano questo:
“ quando G stava morendo, quando entravo in camera e non riuscivo a fermare il pianto, mi chiedevo quale potesse essere il significato di tanto dolore. Un uomo di quarantadue anni moriva lasciando una moglie e un figlio di tre. Dopo la morte, mi sono detto che non c’era significato e senso, che dovevo comunque accettare il mistero di quel che non riuscivo a capire. E che questa era l’occasione, per me e in onore di G., di celebrare la vita in ogni suo singolo istante, perché poi, quando sarebbe toccato a me, non avrei altrimenti potuto far altro che rimpiangerla.”
Da allora, ancora una volta, tutto è cambiato.
E sempre più, il mio tendere allo stare solo, si è modificato.
Mi sono accorto di riuscire ad amare ancor più la vita, e che questa è una meraviglia, anche perché ci sono le persone.
Spesso mi sento travolto dagli eventi, dai ricordi, dall’apprensione.
Ma se guardo gli eventi significativi che mi sono accaduti, sono sempre in qualche misura legati a me in relazione a qualcun altro.
La separazione, credo, è un passaggio.
Segna e ci insegna che per rinascere bisogna lasciar morire qualcosa.
Questa mia è servita probabilmente più a me che a te.
Non potevo comunque arrogarmi il diritto di insegnare o suggerire a qualcun altro un modo di vedere e capire quel che ci accade.
Potevo solo portare a testimonianza il mio vissuto, il mio racconto. Che è lacunoso e parziale, ma sincero.
Ciao A, a presto.
Caro G,
ti scrivo perché ho finalmente capito.
Quel che ho capito stamattina, in un momento in cui tutto taceva, viene da una domanda lasciata in sospeso, che per un po’ ha galleggiato, poi si è sedimentata, riposata, e alla fine si è manifestata attraverso l’intuizione.
Abbiamo spesso discusso di scrittura e vita, di comunicazione dell’esperienza in modo efficace, del bisogno e dell’estetica istrionica di chi scrive e vuol farsi leggere senza farlo capire.
Il tutto in relazione al fatto di comparire in rete, ovviamente.
Ecco quel che ho saputo da me.
Ultimamente ti dicevo che mi sentivo a disagio perché non riuscivo più a scrivere per scrivere, ma che scrivevo per postare. Hai molte volte criticato questo brutto termine che in effetti sa di ipermodernismo senza avere però alcun fascino avanguardista. Dicevi che è un neologismo inutile, un vezzo per iniziati ormai finiti.
A me sembrava, e sembra tuttora, solo il prodotto di un codice; senza il quale, non dico che il linguaggio perderebbe significato, ma sicuramente intimità. Tutti lo chiamano così, e così sia.
L’importante è che la forma assecondi la sostanza.
Detto questo, tanto per dire, il problema resta.
Sono uno che scriveva per scrivere, ora sono uno che scrive per postare.
Sono uno che voleva scrivere un libro, che inseguiva questo sogno da vanesio, e ora sono uno che si accontenta di postare qualcosa entro lo spazio di una cartella.
Per fortuna non sei uno di quelli che dice “te l’avevo detto”; infatti, in tempi non sospetti, me l’avevi detto, e io ti avevo risposto che era solo un’appendice leggera alla mia occupazione principale: scrivere il libro che dovevo scrivere.
Quel libro invece è rimasto quel che era: un’insieme di file separati che devono essere messi insieme da una trama che non riesco a tramare perché non mi ci sono più dedicato. E frustrato che ero, ho addirittura iniziato un nuovo romanzo – nelle intenzioni, intuendone la potenzialità -, anch’esso rimasto informe e disperato.
Avevo poi quell’insieme di racconti che ormai ho sputtanati, piazzandoli un po’ qua e un pò là, partecipando a concorsi, postandoli, proponendoli a qualche stella della parola scritta, leggendoli a teatro.
Quel che ne è rimasto, di tutto questo intendo, è solo un certo numero di pagine poco virtuose, piene di vanità, superbia, finta umiltà.
Non so se posso attribuire il fallimento ormai palese alla dipendenza da post: troppo facile. Basterebbe ammetterlo, curarsi, tentare di uscire dal tunnel e ricominciare, a partire proprio dal discriminare il bello e il brutto scritto finora.
Temo che sia piuttosto qualcosa di strutturale; che si tratti della mancanza di talento, in gran parte, e di ignoranza in parte minore.
Anche se qui apro una parentesi, giusto per prendere una boccata d’aria tra un’auto flagellazione e una recriminazione.
Frequentando blog e siti ben più redditizi e acculturati del mio, ho potuto constatare l’uso dell’intelligenza e della cultura che se ne fa: tutto si riduce ad uno scontro tra diversi sostenitori o detrattori del tale filosofo, del talaltro scrittore; lo sputtanamento del saggista, la crocifissione del critico, la condanna a morte del manager dell’industria editoriale.
Insomma, quasi tutto quel che vi si scrive, serve a far discutere, a sfoggiare sapere, all’uso retorico della propria ragione egoica, invece di insegnamento di vita.
Che cazzo m’importa di quel che sosteneva kant o nietzsche, se poi quella nozione non interferisce direttamente con la mia capacità di percepire la vita?
Insomma, cosa me ne faccio di un’esperienza letteraria se non la trasformo in un sapere esperienziale?
Dopo questi anni, non avendo l’abitudine di buttare via nulla di tutto quel che mi accade, dico questo: è giunta l’ora di accettare di essere intossicato, di curarmi e di tornare a usare lettura e scrittura, non più in funzione di un pubblico, ma in funzione della mia stessa crescita. E non m’importa se c’è chi critica aspramente lo scrittore che si guarda l’ombelico ed è incapace di vedere perciò il mondo. Io guardo il mondo attraverso i miei occhi, e lo conosco solo attraverso questi. E non so raccontare altro che questo, anche se so che ciò significa raccontare solo piccole storie di piccoli uomini e donne.
Ah, il mondo è solo un’illusione: e non solo perché tutto composto da atomi, ma perché ognuno vede quel che crede e può, ed è sicuramente diverso da chiunque altro.
Allora ci provo.
Provo a prendermi una vacanza, a stare lontano dalla rete.
Provo a indirizzare le mie energie in qualcosa di più costruttivo e producente per me.
Anche se questo, forse, potrebbe significare che non sono capace di combinare nulla più che un insieme sparso e informe di files infelici, in quanto a se stanti.
Devo rifare i conti con il troppo e il troppo poco, e capire da quale parte riesco a stare bene.
Così magari ricomincio a scriverti lettere, nelle quali racconto a te come sta procedendo il tutto.
Bene, ora concludo.
Confesso che questa mia, mi ha già sollevato un poco.
Ho già un programma di lavoro.
Inizia da subito, da qui, ora.
ciao
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Caro Babbo Natale,
mi prendo con un minimo d’anticipo la briga di scriverti per porti dei quesiti.
Spero m’ascolterai. E anche accontenterai. E forse capirai.
Ebbene, ti scrivo per dirti che regalo mi piacerebbe ricevere. Te lo dico subito, senza tanti giri di parole, perché io sono uno che va subito al sodo.
Cioè non mi piace quando sono con qualcuno che continua a fare grandi cerchi concentrici e aspetta mezz’ora per dire quel che deve. Per carità, rispetto la timidezza altrui, talvolta anche le idee, le credenze, finanche i vizi. Tanto per dire che non sono uno che esige che il mondo e la gente sia a sua immagine e somiglianza, o che tutti dovrebbero pensarla come me.
No, sono tendenzialmente uno che ha accettato l’idea di democrazia come male minore. Sono uno che critica ma che ascolta. Uno che osserva chi partecipa e si fa delle idee. Che cerca di capire le regole.
Che poi le evita.
A te lo devo confessare però: sto con un piede di qua per poter tener l’altro dall’altra parte senza che nessuno sospetti nulla. E in tema di confessioni, aggiungo che proprio non ce la farei a starci dentro, con tutto me, al di qua.
Non è una questione giovanilistica o nostalgica o ideologica. No, è proprio esistenziale, di sopravvivenza. Ho il bisogno di avere un mio spazio, una mia dimensione nella quale muovermi, pensare, ascoltare, osservare, senza che poi per forza, perché così dev’essere, debba produrre un qualcosa di tangibile e concreto.
Hai presente quelli che stanno a letto a poltrire solo perché gli fa piacere? Beh, io non sono di quelli, ma è per farti capire quel che intendo. Quelli là, che poltriscono, lo fanno solo perché dà loro piacere quella sensazione di orizzontalità, di improduttività, di pigra leggiadria.
Io odio stare a letto, se non per dormire o per….. va beh, lasciam perdere. Dicevo che odio il letto e anche la pigrizia; ma non costringermi a essere sempre vivo e sorridente e preparato: no, questo no.
Il mio piede, quell’altro, deve poter stare al di fuori delle logiche produttive, delle dinamiche progettuali, dei rapporti formali -anche se mi veniva “finti”- e starsene da un’altra parte. Non in panciolle, a far niente: no, a far e produrre un altro tipo di lavoro che non ha niente a che fare con la merce, la furbizia, il commercio.
Certo che è difficile da spiegare: conto sulla tua saggezza, non mi deludere.
Dopo averti detto queste cose e aver premesso chi sono, passo a quello che più mi preme.
Sento il bisogno di raccontarlo a te, anche e perché quello che devo dirti, successomi l’altro giorno, riguarda la tua persona e categoria sociologica: gli anziani. Perdonami ma dopo averli definiti come etichetta vuole, anziani, preciso che mi sento più a mio agio a chiamarli vecchi. Senza tare formali: “veci”, si direbbe in veneziano.
L’altro giorno, mercoledì, sono andato a trovare mia nonna in casa di riposo.
La giornata non era baciata, com’è oggi, da un sole magnificente; no, era giornata grigiotta, depressiva.
Tuttavia, camminando per Venezia ci si fa rapire l’attenzione, e volentieri, da altre cose; non c’è punto che non si rappresenti per nuovo e felice ed emozionante. Città piccola, ma talmente straripante di suggestioni, da aver bisogno di milioni di occhiate sempre diverse tra loro; occhiate che poi saranno ripagate dall’impossibilità di catturare le infinite variabili contenute nelle sue calli, campi, canali, ponti, case.
Insomma, me ne andavo passeggiando con spirito leggero, gustando la lentezza e l’armonia dell’essere il proprio mezzo di trasporto.
Arrivato in casa di riposo, due porte automatiche s’aprono e accolgono nel bel salone d’ingresso. Quasi tutto, a Venezia, è particolare e debitore alla genialità dell’arte.
Hai mai visto l’ospedale, ad esempio? Spettacolare!
E il cimitero? Un’isola!
Va ben, non mi dilungo.
S’entra e si viene accolti da quest’ambiente tipo palazzo nobile. S’attraversa questo enorme salone e s’accede alla bella struttura che ospita gli utenti.
Quattro piani con vista su un bel giardino e sulla laguna.
Tuttavia, appena s’entra nella struttura vera e propria, ci s’accorge subito di cosa si tratta. L’odore stantio di vecchio, di carne stanca e sfinteri anacronistici, la fanno da padroni.
E le carrozzine. C’è ovunque un luccichio di metallo cromato e un sottofondo di monotono lamentio. Teste bianche di capelli, ricurve su se stesse. Coperte a ricoprire arti che stentano a ritrovare calore.
Salgo in ascensore per raggiungere il quarto piano.
Esco e in un androne che funge da sala d’aspetto e sala da pranzo.
Il linoleum incoraggia tendenze depressive.
Ogni qualvolta s’aprono le porte dell’ascensore una ventina d’occhi puntano dritti su chi esce dalle porte che s’aprono piano; quasi ad aumentare la suspance.
La fortunata che riceve la visita s’erge allora sulla propria sedia e guarda le altre con una punta di cupidigia, come ad annunciare che tocca a lei stavolta.
Bacio sulle guance mia nonna, le consegno le caramelle senza zucchero da ciucciare nei momenti tristi. E infatti ho l’idea che finiscano quasi subito, vista la percentuale di rassegnata tristezza che alberga, prima, durante e dopo, il passaggio di ognuna di loro, in quel parcheggio decadente.
Andiamo fino giù al bar, beviamo qualcosa, ripetiamo le solite cose, infilando dentro novità contingenti, quali una vincita alla tombola, piuttosto che qualche annuncio funebre, o qualche lieta buona nuova.
Il tutto senza fingere allegria.
Con l’idea che lì s’aspetta soltanto una cosa, che ad un certo punto diventa desiderio, seppur pauroso.
Poi la riporto su, saluto le altre nonne, guadagno l’uscita attraverso le scale, come a voler scrollarmi di dosso quegli odori e ancor più quegli sguardi senza vita.
Quando esco il cielo, da grigio, è diventato nero.
Guardo l’ora: le cinque – le 17-; tra mezz’ora mangiano, poi a letto.
Mia nonna dice che non dorme.
Lo dicono tutti i vecchi.
Anch’io lo dico.
Ma per me è l’eccesso di vita ed emozione, a tenermi sveglio.
E per loro, cosa?
Torno a piedi.
Mezz’ora col passo e i percorsi di veneziano; tre quarti d’ora e oltre per i foresti.
Devo raggiungere piazzale Roma e prendere l’autobus per tornare a Marghera.
Mentre cammino, chiuso dentro a cappotto e sciarpa, penso a quel che ho visto.
Mi dico che non è giusto e che non ha senso.
Mi chiedo cosa sia la mia vita.
Perché so che, se non muoio di malattia prima, mi toccherà occuparmi di me stesso anche da vecchio.
Un brivido irrompe violento.
A quell’età guardarsi indietro e vedere il baratro del nulla, fa morir male. Rimpianti e dolori, pentimenti; no, non è possibile, non voglio essere abitato solo da questo, quando sarò vecchio.
Non ho paura della morte.
E della vita?
No, voglio vivere ogni attimo, ogni respiro. Sentire cosa mi dico in ogni singolo momento della mia esistenza.
Allargo le braccia, chiudo gli occhi, respiro.
Su dal naso. Fuori dalla bocca.
L’aria fredda che sembra carezzarmi dentro.
Nell’ormai buio ci vedo bene adesso. Il passo è sicuro, le gambe rispondono, il cuore pompa sangue e ossigeno che circolano nelle arterie e vene, le mie autostrade.
L’odore è diventato un ricordo.
La rassegnazione l’ho messa in preallarme: ogni volta che arriverà mi ricorderà che devo sostituirla con l’abbandono lascivo dentro la sostanza delle cose; senza fermarmi a quel che sembrano all’apparenza.
Oh, cavolo, mi son fatto prendere la mano.
Scusa, Babbo Natale, t’ho fatto perder tempo. Dovevo scriverti del regalo.
Lasciamo perdere il regalo: mi hai già dato il tuo tempo, leggendomi.
E in più ti ho ricordato che sei vecchio.
E ti ho raccontato appena un po’ Venezia vista dal basso; non dal cielo come tu la vedi di solito.
Spero saprai perdonarmi.
Beh, ti saluto.
M’imbarazza far perdere tempo a persone impegnate come te.
Ciao,
cristiano prakash
non è una risposta: sono solo alcune considerazioni in ordine sparso legate all'articolo di raimo.
Ciao, lavoro da più di una decade in ambito sociale, e precisamente, in questo momento, per una coop sociale part time e per un grosso ente pubblico come co co pro.
In passato il lavoro sociale era svolto da appartenenti alle due grandi fedi imperanti: quella cattolica e quella di sinistra di area comunista: cecità fideiste.
Adesso mi pare ci sia una sorta di cappa di conformismo che tutto permea e che azzera le differenze, inventando quelle categorie sociologiche che si esprimono con termini monosillabici da creativi del marketing.
Sto generalizzando, lo so.
Ma mi trovo a "lavorare" con giovani che vivono un mondo che, ai loro occhi, non ha più una forma, significato, e meno ancora, sostanza.
Non so com'era il gap generazionale un tempo; quel che so è che adesso siamo di fronte a forme di analfabetismo di ritorno che accelerano a tal punto, da rendere l’incomprensione classica tra genitori e figli, un’incomprensione incolmabile: non solo moralmente o ideologicamente, ma proprio di linguaggio e modalità comunicative.
Sono perciò un lavoratore che si deve occupare di questioni complicate, e dico questo non con vanagloria, ma piuttosto con una certa preoccupazione.
Preoccupazione derivante dal fatto che, appunto, lavoro per una cooperativa sociale, che è quel che diceva Cristian, ma, per fortuna, non solo quello.
Sì perché tutto sommato, la parte di lavoro precaria, quella con l’ente pubblico, è anche la meglio retribuita e attiene ad una forma di precarietà più teorica che pratica. Non credo infatti che ci sia interesse, da parte di questo, di disfarsi di me.
Insomma, bestemmia, sono quasi un precario felice.
Lo so che sembra un ossimorico slogan anti plitically correct, ma è vero.
È vero, perché questo è un lavoro bello!
È un lavoro che ti rompe il culo, intendiamoci: personalmente mi occupo di ragazzini e ragazze che hanno le storie terribili che ogni giorno leggiamo sui giornali e che ci fanno accapponare la pelle. E che ti usura e corrode pian piano, fino a farti correre il rischio di ritrovarti in condizioni psichiche precarie così, all’improvviso, senza essere riuscito a rendertene conto prima.
È successo a colleghe e colleghi, con una regolarità disarmante, tale da diventare casistica: ogni tot lavoratori, una piccola percentuale paga, scompensando. Non so se sia ufficiale: ma è quel che ho veduto io nel corso degli anni.
E per quanti fanno il mio mestiere, ci sono delle precondizioni che non si possono ignorare: supervisione, formazione, riunioni d’équipe, incontri tra le figure professionali che gravitano attorno ai casi, ecc.
Almeno qui a Venezia.
Almeno per chi, come me, svolge un ruolo più sul versante educativo che su quello assistenziale.
Per quanto concerne il lavoro assistenziale, il discorso è un po’ diverso, ma non troppo.
Quando ad esempio si dice che “si pulisce il culo ad una persona disabile non autosufficiente”, si sostiene anche che questo comporta intrinsecamente una relazione. Quando si dice che quando il ragazzo dorme, si sta con i genitori, e questi litigano, si dice anche che si consente a persone sfiancate da un terribile lutto – chi ha figli normodotati e soffre per le più sottili cazzate che il proprio figlio compie, come ad esempio, tanto per banalizzare, scaccolarsi in pubblico o parlare ad alta voce in chiesa -, potrà immaginare quanto sia annichilente mettere al mondo una creatura così tanto imperfetta, e quanto sia di sollievo, veicolare il proprio disagio, essere visti e ascoltati, seppur anche in un momento scomodo.
Quel che voglio dire, è che se un Cristian qualunque – e quindi non un Raimo che ha la sensibilità e la consapevolezza di dirsi, e dirlo, che non ce la fa - , precario e quasinullafacente suo malgrado, viene mandato a svolgere un compito così delicato, senza essere formato e probabilmente nemmeno informato, il minimo che gli può succedere è, appunto, di non farcela a farcela.
Per quanto riguarda le cooperative sociali, il discorso è ancor più complesso e difficile.
A dire la verità non sono informato sulla situazione a livello nazionale.
Secondo quelle che sono le mie informazioni, oramai, non si lavora più se non si hanno almeno degli attestati, o diplomi, o lauree. Nella peggiore delle ipotesi, ci si deve dichiarare disponibili a partecipare ad un qualche corso di formazione professionale ad hoc.
Che poi si possa trovare da discutere anche su questi, non discuto.
Ma sempre per rimanere nell’ambito assistenziale, sono corsi che spiegano almeno le differenze tra una piaga da decubito e una scottatura, tra una emiparesi e una tetraparesi, tra una depressione e una diagnosi psichiatrica importante. Il tutto grossolanamente, ma in maniera funzionale al proprio incarico.
E credo che questo ci metta tutti a nostro agio, in particolare se si hanno parenti o amici affetti da una qualche forma, permanente o temporanea, di malattia o disablità o danno; ma anche solo pensando alle case di riposo, dove si è soltanto vecchi.
Insomma, chi lavora in una cooperativa sociale, al giorno d’oggi, fa un mestiere.
Ma dicendo questo, dichiarandomi soddisfatto e quasi felice, non vorrei indurre a pensare che sono un’eccezione, o che sono un idiota, o che sono uno che ha bisogno di indorare un’amara realtà lavorativa, sociale, ed esistenziale, in quanto, altrimenti, dovrebbe ammettere di essere un fallito. O, ancor peggio, uno che antepone l’etica, il proprio afflato fideista, la propria vocazione.
Se dovessi definirmi in quanto lavoratore, direi che ho trovato un modo che mi si addice per riuscire a pagare il mutuo.
E aggiungerei che questo lavoro mi consente di non scappare da me stesso, dalla diretta responsabilità che ho nei confronti delle altre persone, di riuscire a coltivare piccole utopie quotidiane, di sentirmi utile, anche se non indispensabile e/o onnipotente.
Insomma, la relazione d’aiuto, quella educativa, o quella assistenziale che dir si voglia, consentono un contatto diretto con la parte fragile di quella società che molti di noi vorrebbero cambiare e trasformare.
Ma mi rendo conto di aver parlato molto di più della professione, e molto meno dell’aspetto politico ed economico che ruota attorno al sistema cooperative.
Forse perché, pur riconoscendo alcune ingenuità – non so, potrei citare il passaggio sui “furbetti e fricchettoni”, vecchia immagine che ormai poco si addice a quei manager del sociale abituati a ragionare in termini di milioni di euro - , mi trovo in larga parte d’accordo sul ragionamento di fondo.
Questo settore è ormai parte integrante e importante del sistema economico e, in quanto tale, più che all’etica bada al sodo, al soldo.
O forse ancora perché di economia ci capisco un cazzo.
O forse perché sono consapevole che se si opera in termini di prevenzione anziché di danno conclamato, si riducono le possibilità che un potenziale utente cronicizzato viva totalmente alle dipendenze dello Stato, e che magari, già che c’è, sia per quel che può, parte attiva della società che ben vede i soggetti quali potenziali lavoratori-consumatori.
O forse perché, anch’io, concluderei dicendo che “le cose si trasformano, ma le persone restano persone”
Cristiano prakash dorigo
La notte diffonde i suoi umori
e scurisce la vista, trasforma i caratteri,
addolcisce l’inutile frenesia diurna.
Procura coraggio e libera istinti
sopiti, belli e autentici.
Non esige di sua natura risposte pronte,
riposa i muscoli tesi della prontezza,
li rilassa e quieta.
Quest’atmosfera non produttiva
stimola tesi ardite, finalmente illogiche,
finalmente umane e senza spiegazioni.
La logica con la luce, il riposo con le tenebre.
Senza meta la notte mi induce in tentazioni,
mi porta a spogliarmi della personalità
e mi lascia nudo e candido,
come a riflettere la luce argentea e pallida della luna.
La grandezza della luna, la sua magnificenza discreta,
richiede furiosamente silenzio, pace, lentezza.
I lenti possono emergere,
giovarsi e vantarsi del loro anacronistico segreto
sacrificato alle abitudini dei tempi,
moderni e ridicoli, inutili e scabrosi,
ed essere, a loro modo, vitali.
A cosa è dovuta la gratitudine dei bambini,
i cui tempi sono quelli del corpo,
del gioco e mai del dovere.
Questa parola orribile,
scandalosa, irriverente: dovere !!!
Chi ci costringe al dovere: essere, fare, fingere.
Viviamo in una trappola
contenti d’esserci dentro,
sopravviviamo a consuetudini,
cediamo a regole laide.
L’alba accoglie aspra e violenta gli occhi,
ma al primo esercizio delle narici
ti irrora di splendidi odori freschi e puri
che ti fanno riconoscere il giorno.
Che cos’è il sacrificio di qualche ora di sonno
in confronto a questa sublime carezza
che coinvolge i sensi e scatena silenzi
interrotti da qualche suono che si affaccia discreto e umile.
Gli artisti non hanno inventato nulla,
hanno solo copiato l’abbondante
offerta di grazia e meraviglia.
Cogliere il significato e le sfumature.
Con questo ultimo respiro violento
affronterò la giornata
e ne conserverò l’asprezza umida vaporosa.
Benvenuto nuovo giorno
questa lettera la scrissi tempo fa per i giornali. mi sembra attuale
Con tutto quello che succede, con il ritmo con cui si è costretti a percepire, digerire, prender atto di quel che succede, si rischia di non aver né il tempo, né il modo di riflettere. Si prende atto dei fatti, si lasciano parlare le viscere, si ascoltano e leggono i commenti degli esperti e ci si mette comodi in attesa di qualche altro accadimento.
Provo a fermarmi un attimo sugli episodi di infanticidio.
La prima reazione è di stomaco, di schifo e ripugnanza. Anch’io mi chiedo come sia possibile. Poi mi dico che se succede, non solo è possibile, ma è una realtà concreta, tangibile.
Prima di passare alla prossima notizia di morte, catastrofe, attentato, ricatto, mi concedo il lusso di vedere quali residui abbia lasciato l’idea che si possa commettere una simile atrocità.
La tentazione è quella di diffidare di chiunque. La quasi paura a sorridere dei gesti dei bambini, così belli, puri. In realtà non riesco a privarmi di questo piacere: mi piace osservare, vedere in quegli sguardi ingenui la voglia di scoprire. Tuttavia non mi sento totalmente a mio agio, temo di essere frainteso, quasi fossi un contrabbandiere di pensieri potenzialmente pericolosi.
Insomma riconosco anche in me stesso il pericolo di semplificazioni che portano a conclusioni maldestre e affrettate.
L’eco di queste notizie, di questo modo di interpretare la realtà attraverso le idee di altri, dell’illusione di poter risolvere la complessità della vita e dei rapporti grazie alla mediazione di qualche soubrette, cartomante o psicologo dalle ricette miracolose, mi ha contagiato e ha abbassato la mia soglia di critica.
Questo ovviamente succede in velocità.
Se poi, come dicevo all’inizio, mi concedo il lusso di pensarci un po’ su, m’accorgo che la realtà, quella vera, quotidiana, è forse un po’ più noiosa, ma molto più sottile e intricata.
Allora, mi dico, a proposito di bambini, val la pena che insegni a mia figlia la fiducia piuttosto che la diffidenza. Che le suggerisca di osservare e decidere attraverso la sua intelligenza invece di assorbire qualunque input esterno come fosse la verità. Che la vita, a saperla guardare appieno, ha sicuramente più colori di qualsiasi cartone animato.
Insomma le vorrei trasmettere la voglia di accettare pienamente la vita e la responsabilità che ognuno di noi ha nei confronti di sé e degli altri.
E magari le racconterò di come ci si può abbandonare a strane idee solo perché non ci si è concessi il lusso di fermarsi un solo istante per ascoltare la propria intelligenza.
Non so se ci riuscirò, ma provarci di sicuro.
Cristiano prakash dorigo
1° puntata
Quanta roba, caro; e non roba da poco.
Ti dico che quella che sto per scrivere è una parte , che svilupperò col tempo, e che sfrutterò per un’idea di romanzo che mi sono, per ora, solo deciso a pensare. Ovviamente ti terrò aggiornato ma sappi che sarà un misto di fiction e realtà ( ne fa parte anche il pezzo che ti ho mandato di recente: del romanzo, non di questa lettera).
Sarà, se mai avrò tempo ed energie per scrivere, di un intreccio di più persone che non si sfiorano se non alla fine, della quale non ti parlo.
Bene, passo alla tua lettera da una tonnellata.
C’è molta roba dentro, e non da poco, come ti dicevo all’inizio.
C’è innanzitutto, secondo me, il bisogno di condivisione.
Mi sembra che tu chieda conferma; che non sei il solo ad essere come sei. E a quest’affermazione rispondo che sì, non sei solo; ma che, com’è logico che sia, non siamo uguali, ma simili.
Io rivendico a petto in fuori e pancia in dentro il diritto di essere come sono; altresì, però, pago il prezzo da pagare. Uno dei prezzi è un’apparente solitudine, un senso di marginalità come che si sente non facente parte della maggior parte degli esseri umani. E , bada bene, quel che una volta era un gioco con dei precisi contorni estetici, di cui andar fieri, ma piuttosto una cruda constatazione: io sono come la maggior parte delle persone non è ( ti mando in allegato un mio vecchio racconto che ti invito a leggere con questa traccia in mente).
Da questo punto di partenza, a cascata, gli altri sì e no: si guardo il mondo con gli occhi vergini ma sono smaliziato e un bel po’ di cose so bene come funzionano. Questo non toglie che un approccio virginale sia auspicabile e in alcuni casi necessario; per guardare oltre l’apparenza; per saper attendere quando bisogna; per stare zitto quando le parole irrequiete vorrebbero invece uscire; per pazientare quando queste se ne escono e dicono il brutto e il male.
Salto qua e là visto che non ho il tempo di dedicarmi a lungo alla scrittura: il tempo, l’energia che rimane dopo queste giornate di lavoro, e non solo. Devo rimettere in ordine la distribuzione delle forze e in questi ultimi due giorni sono uscito due sere di seguito andando a dormire molto tardi.
Giovedì sono andato al compleanno di un amico che compiva 40 anni. Gli ho regalato un libro di Krishnamurti e scritto un foglio, a penna, sulla sua età che è anche la mia. Pensieri alla rinfusa sul tempo e su come, a questo punto, siamo in discesa nel percorso della vita ( statisticamente parlando).
Alla festa saranno passate in tutto una quarantina di persone, e forse anche di più. Di queste ne conoscevo poco più della metà; e la metà di queste abbastanza bene. Gli altri, alcuni di vista, altri mai veduti prima. C’era una maggioranza di 3/5 di maschi, gli altri 2/5 femmine; la media sui tardi trenta.
Eravamo in un casolare in campagna ad una quindicina di km da Mestre che il festeggiato usa solitamente come posto in cui suona con la sua band. C’erano anche loro ma purtroppo non hanno concesso alcuna performance. Saranno più di dieci anni che una volta la settimana si ritrovano e suonano: in prevalenza covers rock; hanno anche composto un paio di loro canzoni; ma la particolarità che li contraddistingue è che non hanno mai fatto un concerto e, a sentir loro, mai ne faranno. Avevo anche proposto loro dei miei testi, fedele come sono al rock che rappresenta il mio approccio alla musica.
La stanza dove suonano è al primo piano e ha un aspetto davvero “underground”: ci sono tutti gli ingredienti che contraddistinguono le cantine che ogni gruppo che conta ha conosciuto. 4 per 4 mq fumosi, attraversati da cavi, con posters alle pareti dei led zeppelin e un mega poster del regista Meyer ( si scrive così? Costui era un regista di culto i cui film, a quanto ci raccontava un ragazzo quella sera, sono rappresentati dalle tettone delle attrici che vi recitavano). I componenti della band sono invece, più o meno, miei coetanei. E questo, se vuoi, potrebbe stridere un po’ con l’aspetto affascinante che ogni gruppo coltiva in seno: quello di diventare una band che suona e incide dischi. Credo approfondirò questa rinuncia del mito rock, a mio avviso implicito e imprescindibile, che sta alla base dell’essere band.
Evidentemente, però, questo è il mio pensiero e non il loro.
Mercoledì credo che andrò ad ascoltarli e così ti racconterò maggiori dettagli.
Ma ti dicevo della festa.
Pur non condividendo i luoghi comuni, devo cedere qualche considerazione all’incongruenza tra il presente di noi partecipanti, con i nostri anni, e quel che si diceva e faceva e ascoltava. Non fraintendere, il mio non è certo un giudizio sommario, ed è dettato dal disagio cui sono stato pervaso ad un certo punto: ero stanco della giornata di lavoro, con lo stomaco che borbottava, lo sbadiglio in agguato, la musica che invadeva le orecchie, la scarsa attitudine a chiacchierare del più e del meno. Ma 15 anni fa di sicuro ho già partecipato a feste così.
E da allora cos’è cambiato?
Ieri sera invece sono stato a cena con 4 colleghi di lavoro: 2 donne e, con me, 3 uomini. Tutt’altra atmosfera, tutt’altro ambiente.
Quando sono arrivato ero l’unico maschio per cui ho potuto affrontare quegli argomenti che più mi piacciono senza essere interrotto dalle dispute lontanamente libidinose dei due galli che tra poco sarebbero arrivati. Va detto che sono l’unico ad avere un rapporto di coppia stabile. Gli altri/e sono così messi: i galli, sono uno da poco separato e l’altro single da tanto; le galline, una ufficialmente sposata ma ufficiosamente sola, l’altra sola ufficialmente, amante ufficiosamente.
Ci sarà perciò quest’atmosfera semi seduttiva per tutta la durata della cenetta che, confesso, trovo molto piacevole e rilassante.
Insomma arrivo e vengo accolto dalle mille attenzioni che due donne possono generosamente riservare ad un ometto piacevole quale sono. Ne voglio approfittare e affrontare quegli argomenti alti che tanto mi piacciono. A maggior ragione per il fatto che le due sono molto emancipate e intelligenti e inculturate.
Si va qua e là con mia somma soddisfazione fino al punto di parlare di autori, contemporanei e non, gusti ( l’unico che ammalia tutti è Busi, con quel suo dieci per cento di magnificenza sublime e il resto che pubblica solo in quanto Busi) e altre cosette.
Si arriva perfino a parlare delle mie aspirazioni letterarie e qui, te lo anticipo, arriva la novità. Una delle due amiche acculturate ha a sua volta amicizie introdotte in vari campi, tra cui quello letterario. È molto amica di una ragazza la quale, per puro caso, dopo aver fatto l’avvocata, è diventata l’aiutante factotum di un agente letterario di quelli che potrebbero campare di rendita per i personaggi che rappresentano in Italia ( non faccio nomi ma uno di questi, e ce ne sono altri, è uno degli scrittori che più vendono AL MONDO); ciononostante, gli piace ancora scoprire nuovi autori che poi consiglia a editori quali feltrinelli & company ( ti renderai conto cosa significhi questo) .
E così, ciaccolando di autori vari, mi dice se sono ancora in cerca di gloria. Le rispondo che in tutta sincerità ho ridimensionato, e molto, l’approccio al mio talento che credo, nella media; le spiego che ho quasi rinunciato, o comunque postdatato, la messa a punto dei miei racconti per mancanza di tempo; concludo dicendo che sto più che altro pensando al romanzo ( pur sapendo che o rinuncio al sonno o mai lo scriverò, stanti queste condizioni di vita). Incremento questo mio distacco specificando che non trattasi di atteggiamento da artista puro, ma che credo di non essere molto adatto alla vendita della mia persona e delle mie cose. Pur consapevole che bisogna aver culo e non solo passione, non sono ancora disposto a sbattermi ovunque per rendermi visibile e credibile.
Poi però mi racconta che il fatto di darle qualche racconto non presuppone alcun impegno e che sono davvero amiche. Ripensando al culo, penso che potrebbe manifestarsi così: un’occasione da saper cogliere. Beh, alla fine mi sono lasciato convincere e penso che le darò del materiale. Non ci spero troppo, né voglio illudermi, ma se così dev’essere, che sia.
Tra l’altro ho vinto il terzo premio di un concorso che pur essendo nazionale, ha le dimensioni reali di un premio parrocchiale. Sabato sera dovrei andare alla consegna del premio, ma non credo che lo farò: due palle.
Ho scavalcato gli argomenti specifici della tua lettera che è davvero piena. Nel frattempo ti avevo mandato anche un racconto, e ora aggiungo questa mia, più un pezzo di lettera scritta tempo fa che c’azzecca, secondo me, con quella a tua madre. Leggila e sappimi dire.
Ti prometto che comunque scriverò più dettagliatamente sulla tua, che m’è parsa, mi ripeto, una bomba carica pronta a scoppiare ( anche se fai fare a me l’azione di disinnesco). A presto. Sappi che se mai scriverò un romanzo, dentro ci sarà anche questa lettera ( magari un po’ tagliata).
Un abbraccio e a presto. Fatti vivo.
cristiano prakash dorigo
Anche quest’anno finisce e subito dopo inizia il successivo.
Sembra un paradigma del tempo che non abbiamo, mai.
Eppure c’è un momento, breve, che sta tra la fine e l’inizio, che andrebbe colto, considerato, vissuto come rarità.
Dici così perché in questi giorni vagamente depressivi, il rischio è quello del rimpianto, della nostalgia, della spossante onnipresenza dell’assenza, di quel che non c’è più e di quello che avrebbe potuto essere se soltanto …..
Sai pensando alle tue cose a voce alta; e pensando anche che pensare troppo, non aiuta, e anzi, spesso, complica.
C’è una lezione che hai imparato, e che spesso, naturalmente, dimentichi: che nulla si può fare con quel che accade: si può combattere, oppure accettare.
E non intendi questo in termini politici o civici: ti riferisci piuttosto alla vita, all’esistenza, al destino.
Combattere vuol dire contrapporsi a qualcosa; accettare, viceversa, vuol dire accogliere quel qualcosa. E si badi bene: non subire, ma semplicemente prendere atto di quel che è, e far sì che passi; perché tutto passa, il bello e il brutto, fin’anche noi stessi.
Perché poi, tutto si riduce a questo: alla vita e al nostro passaggio in essa.
È tutto qui.
E questo tutto è tanto, e molto lo sprechiamo per imparare a difenderci, per stare attenti a non dire o fare la cosa sbagliata, per sembrare qualcuno che si avvicini, se non al mito, almeno alla sufficienza.
Ad un certo punto ti sei detto che no: vaffanculo tutto e tutti; adesso mi occupo di cose più serie.
Un’occupazione a tempo pieno, quella di vivere con attenzione.
Sì, attenzione. Il più possibile, in termini di quantità e qualità. Attenzione sempre, l’obiettivo; quanto più si riesce, il percorso.
Non è mica che sia palloso e poco divertente. Anzi, è una favola, un godimento.
Un esempio: quando ci si convince che tutto va male e fa schifo. Poi si osserva meglio, e si vede che tutto non è cambiato. È sempre uguale, non si scompone proprio. Siamo noi che abbiamo un angolo di visuale storto.
Tipo pancia gonfia d’aria, che verrebbe da scoreggiare ogni mezzo minuto, ma si è in mezzo alla gente e non sta bene. E allora s’allarga il sorriso ma gli occhi son tristi. Si sente che il vicino è un rompicoglioni e la sua amica un’ebete, anche se non ai livelli di lui. E si chiede scusa, ma chè per caso sanno dov’è la toilette? E si maledice quel posto perché è sporco e puzza. E bisogna pisciare con le chiappe strette per non provocare una fuga di gas. E si ascolta il brusio, si spera che, se proprio scappa, la radio copra il rumore cavernoso della reazione chimica.
I rapporti umani sono regolati da reazioni chimiche.
E c’entrano anche le scoregge, che delle viscere fan pienamente parte.
L’attenzione fa scoprire la chimica del corpo e dei rapporti.
I più temerari hanno sostenuto che addirittura, in uno stato di costante attenzione, scompare l’inconscio, che in questo caso non avrebbe più nulla da nascondere.
Un inconscio pulito, trasparente, in effetti, che senso ha, a cosa serve?
Non che tu sia esperto, ma pensandoci bene, proprio nessuno.
Niente più sogni, illusioni, dilemmi.
Solo realtà, verità, pulizia.
Credi che non sarebbe male, in effetti.
Perché poi, facendo due conti alla buona, ti accorgi subito che molta tua distrazione, che è il punto più lontano dall’attenzione, è tutto questo disordine emotivo, commisto alla chimica, sollecitato dall’elettricità del movimento degli atomi che si sfregano tra loro, creando l’illusione di materia solida, di personalità, di carattere.
Il cervello funziona per impulsi elettrici.
Reazioni alle sollecitazioni.
Devo muovere un braccio e una mano per prendere una mela?
Non c’è problema: ZZZHH, scarichetta elettrica, sistema nervoso centrale, nervi, movimento coordinato di cervello, midollo spinale, fasci di nervi, muscoli, sangue e ossigeno e ZZZHH, scarichetta, ed è fatta. In tempi prossimi all’impossibile, all’inimmaginabile, il tutto si compie senza lascare aloni di mistero, né profumo di miracolo.
Il movimento è un atto divino, sotto le mentite spoglie dell’ordinarietà.
E allora, con attenzione, osservi il da farsi di tutto questo movimento che fa senza richiedere alcuna riconoscenza, solo perché è così che deve, ti tiene in piedi e ti consente perfino il vezzo, egoico, di farsi scoprire.
L’osservi anche quando, per ragioni quasi squallide, come capita sovente a quelle necessarie, fa circolare il sangue veloce, aumenta il battito, ti irrora di dopamina, e crea quel meraviglioso stato che stupefa, e che dinnanzi ad una vagina accogliente, ti fa perdere la cognizione del tempo, dello spazio, del raziocinio, e ti ci catapulta verso, con famelica gioia.
E mentre ti ci muovi lascivo, morbido, scordi che se così è, è per sublimare una necessità.
Si sopravvive grazie a questa meraviglia.
Ci si riproduce grazie ad umori, a liquidi, al premio finale.
Ed è lì che gli elementi complementari si uniscono e ci danno la misura della nostra imperfezione, dell’incompletezza, del limite.
Quel che siamo è frutto di un incastro di due elementi; dell’incontro tra specie; di attimi di meraviglia rubati alla mesta quotidianità.
Siamo un prodotto aritmetico, una somma.
E dentro di noi, c’è il frutto della miscellanea di molti esseri umani venuti prima di noi. Che ci appartengono, almeno quanto noi apparteniamo a loro.
Siamo uomini e donne, molte, fino ad arrivare alle origini che non si sa bene quando siano.
E portiamo dentro tracce di ognuno di loro.
Eppure siamo unici e irripetibili.
Proprio perché messi sù da una tale abnormità di probabilità statistiche, da rendere impossibile un doppio.
Ma che c’azzecca questo con il vecchio e il nuovo anno, ti chiedi, dopo aver lasciato andare le parole senza opporti?
Le risposte non sono mai fondamentali, ti dici, e ti fermi alla domanda. Anche perché, comunque, non sapresti che dire.
Forse che, da quando sei nato, hai visto nascere, hai accompagnato alla morte, c’era sempre quel dubbio.
Cos’è tutto questo, quale segreto nasconde?
E allora, in base agli elementi a disposizione, e cioè: chimica, circuiti elettrici, casualità, tempo, false proiezioni, pensieri alti per fuggire al basso ventre, contraddizioni, paradossi, gioie folgoranti, dolori annichilenti, dubbi multiformi, ti sei convinto che val la pena fare attenzione il più possibile.
Perché quando sei presente e attento, tutto si rivela nella sua fugace inconsistenza.
Buon anno.
“…… attenzione è potere…”
cristiano prakash dorigo
Caro Babbo Natale,
mi prendo con un minimo d’anticipo la briga di scriverti per porti dei quesiti.
Spero m’ascolterai. E anche accontenterai. E forse capirai.
Ebbene, ti scrivo per dirti che regalo mi piacerebbe ricevere. Te lo dico subito, senza tanti giri di parole, perché io sono uno che va subito al sodo.
Cioè non mi piace quando sono con qualcuno che continua a fare grandi cerchi concentrici e aspetta mezz’ora per dire quel che deve. Per carità, rispetto la timidezza altrui, talvolta anche le idee, le credenze, fin’anche i vizi. Tanto per dire che non sono uno che esige che il mondo e la gente sia a sua immagine e somiglianza, o che tutti dovrebbero pensarla come me.
No, sono tendenzialmente uno che ha accettato l’idea di democrazia come male minore. Sono uno che critica ma che ascolta. Uno che osserva chi partecipa e si fa delle idee. Che ha capito che la mediocrità impera. Che cerca di capire le regole.
Che poi le evita.
A te lo devo confessare però: sto con un piede di qua per poter tener l’altro dall’altra parte senza che nessuno sospetti nulla. E in tema di confessioni, aggiungo che proprio non ce la farei a starci dentro, con tutto me, al di qua.
Non è una questione giovanilistica o nostalgica o ideologica.
No, è proprio esistenziale, di sopravvivenza.
Ho il bisogno di avere un mio spazio, una mia dimensione nella quale muovermi, pensare, ascoltare, osservare, senza che poi per forza, perché così dev’essere, debba produrre un qualcosa di tangibile e concreto.
Hai presente quelli che stanno a letto a poltrire solo perché gli fa piacere? Beh, io non sono di quelli, ma è per farti capire quel che intendo. Quelli là, che poltriscono, lo fanno solo perché dà loro piacere quella sensazione di orizzontalità, di improduttività, di pigra leggiadria.
Io odio stare a letto, se non per dormire o per….. va beh, lasciam perdere.
Dicevo che odio il letto e anche la pigrizia; ma non costringermi a essere sempre vivo e sorridente e preparato: no, questo no.
Il mio piede, quell’altro, deve poter stare al di fuori delle logiche produttive, delle dinamiche progettuali, dei rapporti formali -anche se mi veniva “finti”- e starsene da un’altra parte. Non in panciolle, a far niente: no, a far e produrre un altro tipo di lavoro che non ha niente a che fare con la merce, la furbizia, il commercio.
Certo che è difficile da spiegare: conto sulla tua saggezza, non mi deludere.
Dopo averti detto queste cose e aver premesso chi sono, passo a quello che più mi preme.
Sento il bisogno di raccontarlo a te, anche e perché quello che devo dirti, successomi l’altro giorno, riguarda la tua persona e categoria sociologica: gli anziani. Perdonami ma dopo averli definiti come etichetta vuole, anziani, preciso che mi sento più a mio agio a chiamarli vecchi. Senza tare formali: “veci”, si direbbe in veneziano.
L’altro giorno, mercoledì, sono andato a trovare mia nonna in casa di riposo.
La giornata non era baciata, com’è oggi, da un sole magnificente; no, era giornata grigiotta, depressiva.
Tuttavia, camminando per Venezia ci si fa rapire l’attenzione, e volentieri, da altre cose; non c’è punto che non si rappresenti per nuovo e felice ed emozionante. Città piccola, ma talmente straripante di suggestioni, da aver bisogno di milioni di occhiate sempre diverse tra loro; occhiate che poi saranno ripagate dall’impossibilità di catturare le infinite variabili contenute nelle sue calli, campi, canali, ponti, case.
Insomma, me ne andavo passeggiando con spirito leggero, gustando la lentezza e l’armonia dell’essere il proprio mezzo di trasporto.
Arrivato in casa di riposo, due porte automatiche s’aprono e accolgono nel bel salone d’ingresso. Quasi tutto, a Venezia, è particolare e debitore alla genialità dell’arte.
Hai mai visto l’ospedale, ad esempio? Spettacolare!
E il cimitero? Un’isola!
Va ben, non mi dilungo.
S’entra e si viene accolti da quest’ambiente tipo palazzo nobile. S’attraversa questo enorme salone e s’accede alla bella struttura che ospita gli utenti.
Quattro piani con vista su un bel giardino e sulla laguna.
Tuttavia, appena s’entra nella struttura vera e propria, ci s’accorge subito di cosa si tratta. L’odore stantio di vecchio, di carne stanca e sfinteri anacronistici, la fanno da padroni.
E le carrozzine. C’è ovunque un luccichio di metallo cromato e un sottofondo di monotono lamentio. Teste bianche di capelli, ricurve su se stesse. Coperte a ricoprire arti che stentano a ritrovare calore.
Salgo in ascensore per raggiungere il quarto piano.
Esco e in un androne che funge da sala d’aspetto e sala da pranzo.
Il linoleum incoraggia tendenze depressive.
Ogni qualvolta s’aprono le porte dell’ascensore una ventina d’occhi puntano dritti su chi esce dalle porte che s’aprono piano; quasi ad aumentare la suspance.
La fortunata che riceve la visita s’erge allora sulla propria sedia e guarda le altre con una punta di cupidigia, come ad annunciare che tocca a lei stavolta.
Bacio sulle guance mia nonna, le consegno le caramelle senza zucchero da ciucciare nei momenti tristi. E infatti ho l’idea che finiscano quasi subito, vista la percentuale di rassegnata tristezza che alberga, prima, durante e dopo, il passaggio di ognuna di loro, in quel parcheggio decadente.
Andiamo fino giù al bar, beviamo qualcosa, ripetiamo le solite cose, infilando dentro novità contingenti, quali una vincita alla tombola, piuttosto che qualche annuncio funebre, o qualche lieta buona nuova.
Il tutto senza fingere allegria.
Con l’idea che lì s’aspetta soltanto una cosa, che ad un certo punto diventa desiderio, seppur pauroso.
Poi la riporto su, saluto le altre nonne, guadagno l’uscita attraverso le scale, come a voler scrollarmi di dosso quegli odori e ancor più quegli sguardi senza vita.
Quando esco il cielo, da grigio, è diventato nero.
Guardo l’ora: le cinque – le 17-; tra mezz’ora mangiano, poi a letto.
Mia nonna dice che non dorme.
Lo dicono tutti i vecchi.
Anch’io lo dico.
Ma per me è un eccesso di vita ed emozione, a tenermi sveglio.
E per loro, cosa?
Torno a piedi.
Mezz’ora col passo e i percorsi di veneziano; tre quarti d’ora e oltre per i foresti.
Devo raggiungere piazzale Roma e prendere l’autobus per tornare a Marghera.
Mentre cammino, chiuso dentro a cappotto e sciarpa, penso a quel che ho visto.
Mi dico che non è giusto e che non ha senso.
Mi chiedo cosa sia la mia vita.
Perché so che, se non muoio di malattia prima, mi toccherà occuparmi di me stesso anche da vecchio.
Un brivido irrompe violento.
A quell’età guardarsi indietro e vedere il baratro del nulla, fa morir male. Rimpianti e dolori, pentimenti; no, non è possibile, non voglio essere abitato solo da questo, quando sarò vecchio.
Non ho paura della morte.
E della vita?
No, voglio vivere ogni attimo, ogni respiro. Sentire cosa mi dico in ogni singolo momento della mia esistenza.
Allargo le braccia, chiudo gli occhi, respiro.
Su dal naso. Fuori dalla bocca.
L’aria fredda che sembra carezzarmi dentro.
Nell’ormai buio ci vedo bene adesso. Il passo è sicuro, le gambe rispondono, il cuore pompa sangue e ossigeno che circolano nelle arterie e vene, le mie autostrade.
L’odore è diventato un ricordo.
La rassegnazione l’ho messa in preallarme: ogni volta che arriverà mi ricorderà che devo sostituirla con l’abbandono lascivo dentro la sostanza delle cose; senza fermarmi a quel che sembrano all’apparenza.
Oh, cavolo, mi son fatto prendere la mano.
Scusa, Babbo Natale, t’ho fatto perder tempo. Dovevo scriverti del regalo.
Lasciamo perdere il regalo: mi hai già dato il tuo tempo, leggendomi.
E in più ti ho ricordato che sei vecchio.
E ti ho raccontato appena un po’ Venezia vista dal basso; non dal cielo come tu la vedi di solito.
Spero saprai perdonarmi.
Beh, ti saluto.
M’imbarazza far perdere tempo a persone impegnate come te.
Ciao,
cristiano prakash dorigo
Cara anonima 2
Cara anonima,
non so come iniziare a dire che non sento, in questo preciso istante, alcuna attitudine a risposte attendibili.
Sono a secco di cronache coinvolgenti e al massimo ho da offrire un’ordinaria quotidianità.
La mia; anche se a parole bisogna essere bravi a rappresentarla. E non so se lo sono abbastanza.
Ma tant’è, qualcosa ne verrà fuori.
In questo periodo sto rivedendo la gerarchia delle priorità della mia vita.
La mia vita è stata finora una miscellanea di avvenimenti più o meno pregnanti e significativi. Di questi ho selezionato i più importanti e scartato quelli deboli.
Questo è ciò che m’illudo sia: la realtà, però, quella nascosta e segreta, messa in un cantuccio è pronta, in caso di bisogno, ad uscire, attende senz’ansia di essere richiamata in superficie.
Per cui, talvolta, proprio quando non aspetto nulla, d’improvviso si manifesta nei modi più strani. Può essere un sogno, un passeggero calo d’umore, un fittizio benessere. Tutta roba che va e viene senza che io ne richieda la presenza.
Mi vien da pensare che, tra le cose – non fraintendere, per cose intendo eventi e quant’altro – che vengon così con le loro gambe senza che le abbia invitate, ci sei anche tu.
Prima di offenderti, però, lasciami il tempo di spiegare. E considera anche però, come dicevo all’inizio di questa mia, che sto andando avanti facendomi portare dalle dita che scrivono senza che io le comandi: senza trame o teorie; sono servo di queste dita, ma sarebbe più preciso dire polpastrelli, che girano piroettando fra i tasti.
Un servo felice
Dicevo: tu, paradigma dell’improvvisazione; di quel che c’è, là, nascosto, e che di solito non si nota, ma che poi viene per ragioni misconosciute.
Sono insomma consapevole di non esserlo; consapevole, intendo.
E con consapevolezza intendo attenzione, coscienza; di ciò che accade e perché.
In questo periodo ho vissuto dei momenti in cui il tempo non era calcolabile col tempo.
Mi spiego meglio.
Il tempo ordinario, supponiamo quello del lavoro, dura da, a: inizi alle otto di mattina e sai che finirai alle due del pomeriggio.
Quelle sei ore sono un tempo ordinario, calcolabile in forma lineare, cui ci si abitua talmente che alla fine l’orologio serve solo a confermare che la percezione del tempo è corretta – del tipo: c’ho una fame, dev’ essere almeno l’una -.
Per cui viviamo per la maggior parte in sintonia biologica col tempo.
Forzata, schiavizzante, se vuoi, ma non intendo questo; non ora, almeno.
Allora, il tempo è definito e misurabile per convenzione.
Ma ti è mai capitato – è una rarità ma sono certo che mi capirai – di sentirti in una dimensione totalmente destrutturata rispetto al tempo e allo spazio?
Tipo tu sei in un dato posto ad una tal ora ma questo è ininfluente, in quel preciso istante, per una sorta di magia spazio-temporale, ovunque tu sia, sei al centro esatto della scena e il tempo smette di essere un vincolo o una risorsa perché non è più. Ha smesso di funzionare in modo organizzato ed è totalmente a tua disposizione perché in quei momenti tu sei totalmente presente, e anche assente però, e semplicemente sei. Senza più fare, pensare; sei solo respiro e massa fisica che si scioglie nella materia circostante perché comunque siamo tutti composti di atomi.
Quei momenti accadono senza che noi abbiamo chiesto permessi, o proferite preghiere, o chiusi gli occhi, o smesso di essere, o iniziato a essere: succede in modo miracoloso e inaspettato e ce ne accorgiamo e riusciamo a testimoniarlo, attraverso l’esperienza.
Ti racconto attraverso un gioco per ragazzi della play station sta cosa sul tempo.
L’altro giorno assistevo ad una partita di un giochetto di cui non ricordo il nome. Consisteva nel vincere una gara svolta con mezzi improbabili tipo macchinette, contro una galleria di personaggi assurdi. Ogni scorrettezza è ammessa e addirittura incentivata da casse che contengono trucchi di ogni genere per sbaragliare l’avversario. Tra questi strumenti trita-avversari ce n’è uno col simbolo di sveglia: questa consente di godere di una velocità normale mentre tutti gli altri rallentano come vittime di una moviola che investe, per qualche secondo, solo loro. La grafica riproduce efficacemente un ambiente rarefatto dove, per qualche tempo, tutto rallenta.
Insomma t’è mai capitato di vedere una luce cristallina, una pulizia nell’aria; di sentire una chiarezza e serenità mentali, una profonda pace interiore senza ragioni che le giustificassero?
Il tutto di una forza straordinaria; di una delicatezza emozionante; di un fulgore abbagliante ma amico?
A me sì!
E so che succederà ancora.
Ma, poi, non so se sentirmi triste quando torno a vedere e sentire attraverso il filtro della personalità, con la tara della paura, con l’attacco di quando mi difendo.
Non so più che dire, cara amica anonima.
Ti chiamo amica pur non sapendo cosa pensi dell’amicizia.
In amicizia, io, vorrei essere sciolto, non sentirmi minacciato. Essere liscio seppur pieno di conflitti.
Amare con passione.
Essere compassionevole.
Ed avere, come unico desiderio, quello di essere sempre così.
La sera, come ogni giorno, di sera, sta avvolgendo la città e i pensieri.
E ora inoltrerò questa lettera così com’è, senza ripensamenti o correzioni.
L’ho scritta in bella e non l’ho corretta.
Perché tra amici si deve avere anche il coraggio di sbagliare.
Attendo la tua prossima, se vorrai scriverla.
Ciao.
Cristiano prakash dorigo