"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità. La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà. La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà. La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività. Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.

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domenica, 10 giugno 2007

L’altra sera mentre accompagnavo cagnona per bisogni, incontro un ragazzo – ci chiamiamo ancora così, ci piace sentirci giovani – con cui stiamo facendo amicizia, sebbene ancora in fase preliminare in quanto, per ora, abitanti dello stesso quartiere. Mentre si chiacchiera del più e del meno, passa un signore che lui conosceva e io no. Questo si piazza tra noi e butta là un incipit che ho trovato subito interessante: “ stasera mi guardo allo specchio e mi dico: ma chi cazzo te lo fa fare, di fare ‘sta vitaâ€. Interessante, penso subito. Subito dopo inizia a snocciolare cifre e leggi per farci capire che il suo è cruccio vero. Che il dubbio esistenziale, cioè, è conseguenza di quello istituzionale. La morale è che: i politici sono tutti ladri, le banche sono delle associazioni a delinquere autorizzate a farlo da questi, evadere quel tantino è obbligatorio. “La mia prigione sono loro!†sembra dire e il bello è che sembra anche ci creda. Il suo tenore di vita, il suo guadagno è un meccanismo perverso da cui non sembra capace di uscire. Un monologo di mezz’ora conclusosi dopo le sue personali lamentele. E’ pur vero che un politico non sa quanto viene un litro di benzina, ma lo è altrettanto che lui non riesce a capire come una coppia possa vivere con mille e rotti € a testa al mese. Stessi facendo una ricerca tesa a smentire il mio pregiudizio sul nord est, l’altra sera avrei perso tempo. Dentista Il giorno successivo, per recuperare morale, vado dal dentista. Sul dentista, sui denti, sui traumi infantili, sulle paure irrazionali, sulle inquietanti presenze fantasmatiche ho già scritto e ancora scriverò. È stato comunque un trauma felice. Working class hero In questo sabato mattina di giugno sono sul treno. Sono bloccato in una stazioncina di un paese della cintura urbana di Mestre – ma come ho già scritto, in Veneto tutto è un continuo di qualcos’altro: in USA il Veneto sarebbe un’unica megalopoli tipo Los Angeles- a causa di una manifestazione no global. Io che ho conosciuto l’ambiente, che anni fa lo frequentavo – “anni faâ€: praticamente vent’anni fa, when i was young- ho la presunzione di conoscerne i difetti strutturali. Come per il signore cui sopra, quello che si sente in prigione e incolpa il sistema per questo, anche il no global adotta la stessa cieca strategia: combatte un nemico invisibile esterno! Pur con i distinguo di genere – e dando per scontato che chi legge queste parole non ha bisogno di lezioni sulle differenze sociali tra i soggetti in discussione – entrambi le “categorie†sottostanno alla fasulla logica dell’ideologia. Fino a che si combatte il nemico fuori, fino a che si identifica la propria infelicità dandole nome e cognome di un altro, si sbaglia mira, si spreca energia, si vive non vivendo. Cazzo, il mio nemico sono io. L’impedimento alla felicità, alla scioltezza, alla gioia, ha la mia faccia, i miei pensieri, il mio corpo. Gli altri esseri umani sono a loro volta altrettanto nemici di loro stessi. Stamattina volevo recuperare qualche ora di lavoro. Forse non ci riuscirò. Probabilmente solo parzialmente. Intorno a me sono tutti impazziti: telefonano, maledicono, imprecano contro Casarini. Lui invece incita i suoi, li fa sentire orgogliosi di far parte di un movimento che ha come unico scopo la giustizia. E loro a sbavare, a sudare, a credere che quella sia la verità. Ne parleranno i giornali, le televisioni. E tutti noi penseremo “io c’eroâ€. Nel bene e nel male c’ero. Si sposta così un’enorme energia, di amore e odio, ma inutile. O da una parte o dall’altra; costretti giocoforza a scegliere, anche quando si sente che quella scelta non è autentica, profonda, ma figlia della fretta, del bisogno di stare da qualche parte pur di non stare soli. E invece la verità sta un po’ più sotto, soffocata da quella polvere, da quella spazzatura, da quelle regole illogiche, da quella visione strabica. Ma vaglielo a spiegare a questi, ai signori del nordest che lavorano dalla dieci alle quattordici ore al giorno, ai ragazzini no global con i dread , ai passeggeri di questo treno. Alla sera al telegiornale le opposte versioni. Il dualismo impera. L’unità latita. Lungofiume Lungo il boschetto che costeggia il fiume Piave solita passeggiata della domenica mattina. Questa settimana è stato trovato un cadavere legato. Titoloni, poi titolino quando il sessantenne imprenditore locale, sembra abbia optato per il suicidio. Sul sentiero siamo soli io e cagnona. Ogni tanto mi pare di sentire uno strano rumore dietro di noi, come per lo spezzarsi di un ramo. Mi volto, non c’è nessuno. Proseguo ascoltando il canto della natura. Ogni tanto mi giro, di scatto, come a voler sorprendere un eventuale e improbabile inseguitore. Niente. Cagnona si ferma per la cacca. S’appoggia sulle zampe posteriori, coda eretta, spinge. Viene avanti un uomo che fa jogging. Alto, abbronzato, asciutto. Ci passa accanto. Dopo dieci metri sento - beh, almeno potrebbe farla un po’ in parte, non in mezzo alla strada - guardi che pulisco, poi - ho capito, ma almeno un po’ in parte, non proprio in mezzo - decide lei, non io lui dopo aver fermato il cronometro dell’orologio fa un gesto d’arresa, alzando le braccia e chiudendo la bocca in una smorfia del tipo “in questo caso non parlo più†Ripreme il tasto del cronometro e riprende la corsa. Riprendo anch’io il cammino e penso “siamo tutti prede di istinti animaliâ€

Postato da: swcpd a 09:22 | link | commenti (1)
cronache così

venerdì, 18 maggio 2007

L’altra sera fuori con cagnona. Il quartiere è nuovo, le prime case hanno 6-7 anni, e stanno ancora costruendone di nuove. Molti di quelli che ci abitano conoscono poche altre persone. Questo induce all’approccio. Immagino che ognuno pensi e speri che prima o poi incontrerà qualcun altro che meriti di essere conosciuto. Siamo una comunità nuova, per certi aspetti privilegiata: niente ambulanze, polizia, brutte facce. Siamo tutti simil borghesi, in apparenza. La sostanza, in verità, non interessa alcuno. La sensazione della sicurezza, del sentirsi al sicuro, del non vergognarsi a pretendere un po’ d’ordine, foss’anche testimoniato da intonaci nuovi, da micro-giardini 3 metri x 2 recintati, cede volentieri in cambio un po’ di finzione formale. Io e cagnona passeggiamo. Incontriamo io una coppia, lei un cagnetto vispo. Ognuno si dedica alla relazione coi propri simili. Si parla di questo e di quello mentre i cani si annusano e corrono. Si arriva a dichiarare che mestiere si fa. Loro lavorano a vari mercati; hanno un banco di casalinghi. Ogni mattina sveglia alle cinque; ogni giorno una nuova piazza. Con successo, a tal punto da gestire anche un’attività all’ingrosso. E tu? Quando me lo chiedono, a maggior ragione se si parla in dialetto, provo sempre un misto di orgoglio e di imbarazzo. Io faccio l’educatore. E cioè, cosa sarebbe? Mi occupo di persone in difficoltà. Quest’anno di giovani ragazze che hanno problematiche di vario genere, che in quanto neo maggiorenni dovrebbero, secondo la legge che le riconosce persone responsabili a tutti gli effetti, provvedere in modo autonomo alla propria vita. Venendo però da situazioni problematiche, questo risulta difficile. Ah! Ma è un “ah!†che non nasconde le molte perplessità. Si affronta allora un argomento meno vago, la cui concretezza, seppur ancora più per sentito dire, diventa scambio: ragazze molestate e abusate. Senza scendere nei particolari, ovviamente. Dopo aver superata comunque la prova del nove: alla domanda se sia laureato, rispondo di no, e questo solleva il morale. Ho fatto dei corsi, specifico; ah ecco, pensa lui senza dirlo, meno male! Si arriva presto alla domanda chiave: come diavolo si fa a usare violenza contro bambini. Domanda che, avesse una risposta, verrebbe risolta all’istante, faccio notare. Snocciolo comunque con saccenza alcuni dati. Nella maggior parte dei casi la violenza si compie all’interno del nucleo familiare, parentale o amicale della vittima. Spesso in nuclei benestanti, di cultura medio-alta. Spesso chi fa violenza, l’ha a sua volta subita. Non è vero perciò che dobbiamo chiuderci dentro casa in attesa che arrivi il mostro: spesso, il mostro, siamo noi! E poi avanti con storie più o meno tristi sulla natura umana. Mentre ripensavo a quanto detto, non potevo non notare un certo compiacimento, da parte mia, nel sottolineare che nemmeno qui, nel nostro bel quartiere intonacato di fresco, si possa evitare il mostro che abita nelle nostre case e che indossa abiti puliti e sfoggia sorrisi bianchi. In quanto alle ragazze, anche oggi, le vedrò e insieme, se ne han voglia, si affronterà la quotidianità. Molto spesso banale, poco eroica, per nulla romanzesca.

Postato da: swcpd a 17:59 | link | commenti
cronache così

martedì, 01 maggio 2007

Stamattina alle 07.30 esco, dopo aver fatta colazione, a portare fuori, per i bisogni, la mia cagnona.

Fuori è bello, è aria fresca, è privilegio poterla respirare per primi.

Come ogni giorno festivo, se posso, vado verso il Piave. Che bello il boschetto che costeggia il fiume; e pure l’argine alto non è male.

Appena passato l’incrocio, volto a sinistra.

Arriva una pattuglia dei carabinieri. Si ferma sulla destra. Escono due militi: sono là per fermare qualche auto e controllare. Nello stradone, direzione del mare, qualche multa e qualche bella ragazza canottiera e pantaloncini la si becca sempre, penso io come stessi pensando i loro pensieri.

Mentre cammino lento, prima macchina fermata.

Un omino qualunque, vestito ordinario, calvizie conclamata, baffo geghegé. Se ne occupa uno. L’altro, che un po’ mi guarda, forse perché s’accorge che io lo guardo– per curiosità- è in posizione.

Dall’autolavaggio esce una Punto primo modello. Il carabiniere spaletta energico. Indica con la sua sinistra con gesto plastico. Esce un ragazzo sui venti. Il carabiniere s’arrabbia- presumo per una manovra che non ho visto- e il ragazzo, vagamente curvo, incassa.

Il cipiglio del milite è di ramanzina; pesante quel tanto perché il ragazzo arcuato se ne ricordi.

Mi viene in mente, pensando ancora quel che penso lui pensi, che lo sta facendo perché nella sua carriera, ahilui, avrà dovuto assistere e constatare diverse morti di giovani ventenni. Sulla jesolana, non mancano mai.

Mentre sto per attraversare per raggiungere l’argine, mi chiedo se sia giusto, se noi adulti possiamo fare davvero qualcosa per contrastare questa guerra civile da più di tremila morti l’anno.

Lasciando perdere i soliti discorsi che in Italia comandano preti e fiat, che non mi piacciono, penso al perché, alle ragioni, più che ai sintomi, per cui dei giovani dovrebbero rischiare la propria vita in modo così apparentemente stupido.

Sono i nostri figli, cazzo.

E la vita che devono vivere e affrontare è quella che gli abbiamo preparata noi.

Una parte di responsabilità, perciò, ce la dobbiamo prendere.

Ma non basta.

Non basta.

La vita, quest’occasione unica, ha un così buon sapore, una così piacevole freschezza, una così alta percentuale di bellezza, che vederne solo il brutto e il cattivo e il marcio, rende marcescente e brutto e cattivo il nostro raccontarla e trasmetterla.

Mah!

Lungo l’argine dialogo e duetto con gli uccelli. Fischio, e loro rispondono. Qualche maratoneta mi passa vicino e mi guarda come fossi uno scemo che poco dopo l’alba si mette a fischiare agli uccelli, dopo che ieri nelle Marche hanno arrestate le due che hanno ammazzata la ragazza di Roma con l’ombrello.

Si sta proprio bene qui. Dopo un’ora, torno verso casa.

L’autolavaggio ha una coda di una decina d’auto.

I carabinieri non ci sono più.

La mia cagnona è stanchissima.

Appena giro la chiave della porta blindata, penso al bel caffè che mi farò adesso.

Accendo il pc.

Come governato da un automatismo inconscio controllo su ansa.it quanti morti per incidente ci sono stati stanotte.

Postato da: swcpd a 11:37 | link | commenti
cronache così

martedì, 17 aprile 2007

Sabato è andato.

Un sabato sera sul palco.

Un sabato di prove.

Sabato era una bella giornata, un sole caldo incoraggiava alla dolcezza della primavera, all’acuirsi dei sensi.

Sabato dentro il cz 95 è cronaca di una rassegna di stati emozionali di vario genere, una gamma assortita del bello e del brutto, dell’esaltazione e della stanchezza, dello stupore e della noia.

 

Ci si gioca un pezzo di sé, la sopra.

Penso a quanto è difficile mettere in gioco la somma di incongruenze che siamo, ma che ci stanno bene perché, belle o brutte, quelle cose, formano noi.

Non siamo ahinoi un’unità, ma un insieme di pezzi.

E giocare, che è un cosa seria, con quello che abbiamo costruito e proposto, assegnando a questo la nostra identità, un po’ spaventa.

Non ci pensavo sabato, ci penso stasera: cosa può succedere se ci si espone all’altro, se si mette là quel pezzo e lo si lascia a disposizione di chi ne valuta la sostanza?

Massimo, credo, possiamo piacergli un po’ di più, o di mano, o suscitare indifferenza.

Qualcosa cambierà nella nostra relazione con l’altro, ma non si sa in anticipo se positivamente o negativamente. E non riuscire a controllare, a prevedere, provoca un leggero stato d’ansia che intimorisce e inibisce.

 

Scrivere e leggere è un atto comunicativo.

Le parole entrano in circolo e assumono diversi significati: tanti quanti sono gli attori in gioco.

Ognuno le fa sue, le interpreta, le digerisce come può.

 

Sabato hanno partecipato a questo scambio abbastanza persone. La sala era piena e se fossero venute anche quelle che non hanno potuto, non ci sarebbero state abbastanza sedie.

Sessanta circa. Altre venti assenti giustificate.

 

I commenti sono stati buoni.

Alcuni molto attendibili.

A fine serata, parlavo con una coppia che conosco, con cui ho condiviso un pezzo in vaporetto. Mi chiedevano particolari.

Dicevo loro che ognuno aveva letto i propri pezzi, che i miei sono il compromesso tra un racconto lungo il doppio e un editing-censura  operato da me stesso per farli diventare sostenibili e proponibili in termini di spazio-tempo. Letti da un attore vero, quegli stessi pezzi, avrebbero più ossigeno: più parole, più tempo, maggiori dettagli.

Ma devo tener conto di quel che per ora so fare, e quello che ho fatto è il massimo.

E poi, spiegavo, pur rendendomi conto che quelle stesse parole- le mie- potrebbero essere proposte meglio da uno che ci sa fare, lo stare là, a giocarsela, a proporsi, è talmente emozionante che difficilmente ci rinuncerei.

 

Ci sono stati anche dei problemi tecnici, di cui il pubblico non si è accorto. Ma noi sì, noi che abbiamo dedicata questa giornata alle prove, alla scaletta, ai dettagli, li abbiamo notati.

Il confronto coi propri limiti, è sempre una lezione. Da cui si dovrebbe imparare.

 

La lezione di sabato, che rappresentava una sorta di chiusura, lascia adito a più possibilità.

Come e cosa fare di questo gioco. 

Quando si sceglie si sa che, compiuta questa, si escludono tutte le altre.

La mia personale posizione è che fino a che ci piace, continueremo.

Facendo attenzione alla tentazione di trasformarla in cosa seria senza più gioco.

 

Ci sono altri programmi in fase di lavorazione.

Idee che forse si concretizzeranno.

Si gioca seriamente.

Con lievità.

Postato da: swcpd a 20:54 | link | commenti
cronache così

sabato, 17 febbraio 2007

DOPPIA V

 

Oggi in veneto, quello che fino a qualche anno fa era un lenzuolo bianco con qualche puntino rosso o nero – il riferimento all’orientamento politico e ideologico -, formato da gente tutta casa e chiesa e lavoro.

Poi trasformatosi in locomotiva, che non a caso finisce con iva, è diventato il nordest dal fatturato mirabolante.

Ora non si sa più cosa sia.

Nei fatti è un’enorme metropoli, un susseguirsi ininterrotto di case, zone commerciali, zone industriali.

La gente che vedo io è gente moderna e provinciale, istruita ma inadeguata, palestrata ma indebolita dalla produttività.

E oggi, due sue realtà, Venezia e Vicenza – ecco la doppia v – sono invase da decine di migliaia di persone, colorate e in festa.

 

Su Vicenza in questi giorni si è detto di tutto. Raramente ho sentito una tale sequenza di parole inutili. Credo che le ragioni per cui è stata indetta e organizzata siano chiare. Si può essere d’accordo o meno, ma non si dovrebbe trasformarla in quel che non è. Ma la buona fede è stata smarrita troppo tempo fa, e queste mie parole sono passibili di ingenuità.

Ma io non sono ingenuo.

Preferisco rimanere innocente.

 

A Venezia oggi una fiumana di persone ha invaso la città con una determinazione imperativa con se stessa: divertirsi, impazzire scientemente per un giorno, lasciarsi andare, mollare il freno a mano, togliere le maschere con cui di solito ci si fa scudo e indossare quelle della festa, attraverso cui, concedersi al gioco.

 

Oggi il veneto ha mostrato un altro volto di sé.

Dopo martedì grasso, non preoccupiamoci, tutto tornerà come prima

Postato da: swcpd a 16:21 | link | commenti
cronache così

sabato, 10 febbraio 2007

Incipit :

“Mi lavo i denti di sera.”

 

 

Mentre compio l’atto igienico del lavaggio dei denti, penso.

Come succede con i muscoli involontari, quelli che a prescindere dal fatto che noi lo si voglia, compiono il loro dovere di macchine della volontà divina di sopravvivenza; tipo il cuore che pompa irrorando sangue senza alcun ordine preciso: penso, e anche se non ne ho affatto voglia, non riesco a non farlo.

Traffico di temi, i più svariati, che affollano con ordine e disciplina la mente operosa. Operaia operosa, padrona che comanda.

E chi comanda qui: io o lei?

Non voglio, adesso,  ospitarli e seguirli; ma loro vengono e passano senza colpoferire.

Spazzola bene quei denti; che sono preziosi e hanno valore nel senso, tra l’altro, monetario. Se non li tratti con rispetto e riguardo, reagiscono con la certezza della pena. Il loro dovere è servire, ma esigono una costante manutenzione; pena la pena, il segnalare scontentezza per istinto di sopravvivenza, cariandosi.

Spazzolo diligentemente.

Abitudine.

 

Le mani, la bocca, unite da un pezzo di plastica con setole di varia durezza ( un mondo di scelte, un’infinità di variabili, una miriade di proposte, a partire, ad esempio, da una questione banale come la gradazione di durezza delle setole; c’è gente che ci lavora dietro agli spazzolini da denti: chi li disegna, chi li fa, chi li vende; chi lavora guadagna e può decidere come spendere; la libertà è la libertà di scelta; si può imparare a riflettere anche attraverso uno spazzolino da denti ).

 

Un fragore pieno chiama.

Un temporale d’aprile che scarica energia senza parsimonia; e senza ragione se non quella che, in determinate condizioni che la fisica spiega, di cui so un poco, molto vicino al niente, qualcosa succede.

Mi volto con la schiuma bianca sulle labbra e guardo se accadono anche dei lampi. Dalla finestra penetrano le luci bianco-gialle dei lampioni che stazionano immobili sulla strada.

Il resto è scuro: il buio della sera oscurata dalle nuvole.

Penso al cambio di temperatura, alle sferzate di vento freddo che, immagino, piegano piante e fan ballare i rami degli alberi, coperti dai boccioli, la pre-adolescenza dei fiori.

Un lampo improvviso, come luce psichedelica, illumina il nero steso a pennello sul cielo.

Breve pausa.

Il tuono prorompe con suono profondo.

E’ un monito: memento della potenza degli elementi.

L’acqua scende dal cielo a scrosci generosi. Picchia sul vetro della finestra.

 

Devo risciacquarmi la bocca.

Risciacquo lo spazzolino e lo rimetto nel bicchiere.

Ognuno ha il suo, differente nel colore.

Alzo la testa china in avanti sul getto del rubinetto. Mi guardo  e vedo una faccia, la mia, che mi guarda da dentro lo specchio.

Uno sguardo di studio proviene da quei due occhi che stanno dentro lo specchio.

Sguardo duro, o meglio, severo. Corrucciato e incredulo. Si percepisce che non sa riconoscere quella faccia e quello stesso sguardo, cui ricambia la medesima faccia e uno sguardo uguale.

E tu chi sei, faccia straniera, lontana da quel che io, da dentro, immagino sia il mio fuori? Quei lineamenti segnati dalla stanchezza.

Quella stanchezza senza motivo, di cui non si può presentare una qualche ragione che non sia legata al meccanismo per cui si vive e lavora a ritmi che non sono mai amici cordiali; piuttosto austeri nemici cui contrapporre salvezze flebili; chessò, le ferie, la malattia, la fuga immaginaria verso altre mete, lontane, esotiche solo nell’aggettivo.

Faccia mia, occhi miei impietosi, riposate, opponetevi alla miseria della logica e state con voi stesse; ricordate le idee sotterrate dal fare quotidiano, quelle grandi idee che erano la spina dorsale della gioventù nella fase senescente, quella quasi cosciente di sé; respirate aria pura e passatemi ossigeno.

Nella mia faccia che mi guarda allo specchio e che sembra altro da me, leggo tristi cronache di rassegnazione, editoriali perfettamente aderenti alla logica dei tempi, una terza pagina che ha oramai digerito la televisione.

 

Ma quello non sono io; dietro quei lineamenti non c’è più traccia di trascendenza, di buon umore, di risa inebrianti, di voglia e curiosità.

Ci sono solo espressioni tese al compiacimento, voglie costrette dal 730, desideri brucianti di apparenza, respingimento rassegnato della mediocrità.

Penso anche al lavoro; a quel che ho fatto e a quel che ho da fare.

Telefonate, prese di posizione, strategie.

E amore centellinato, affetto per giusta causa, comprensione rateizzata.

L’affermazione del sé passa anche attraverso la formale affermazione che si vale qualcosa, perché si ha, e quindi si è.

 

Quello che ho sempre sognato di fare, lo scrittore, ora mi solletica mille dubbi e nonostante la valanga di alibi, sotto sotto, mi puzza di desiderio di essere qualcuno che ha qualcosa da dire.

E lo dice, appunto, scrivendo.

Espressioni compiaciute  ti guardano quando dici che fai lo scrittore.

La verità di questa bramosia, qual è?

E’ il servire gli altri o piuttosto crogiolarsi nel proprio ego?

Sono, ho, rappresento.

Questo dire di sé, lasciando parole che non sono la verità propria ma una rappresentazione di come dovrebbe essere, secondo il proprio codice interiore, uno che per mestiere, appunto, dice parla scrive.

Io sono il verbo comunicare, raccontare, inventare.

Propongo verbi transitivi che compiono un percorso da me agli altri con la precisa intenzione di portare un qualcosa.

Una transazione di umori e di saperi: sapete cosa ne penso di questo mondo che vorrei riportare ad una dimensione oggettiva pur sapendo che mai potrò farlo?

Osservo una qualsiasi cosa, oggetto o situazione che sia, e non sono in grado di descrivere alcunché in modo preciso; in modo da rendere l’idea che quello che dico, è.

Leggevo le sagge considerazioni, che naturalmente traviserò, di uno che ha molte cose da dire pur ricorrendo al paradosso per cui, egli sostiene, la verità non si può raccontarla attraverso le parole perché è fatta, in senso di composta, di silenzio puro.

Citava un esempio sull’incapacità di tutti noi di guardare un albero senza pensare al fatto che lo si sta guardando; e mentre lo si osserva,  arrivano pensieri che ci dicono che assomiglia a questo, che il colore delle foglie è di una certa tonalità di verde, che la corteccia è nodosa, che ci camminano sopra un sacco di formiche, che gli alberi vivono attraverso la fotosintesi, che grazie agli alberi la nostra aria è commestibile, ecc. all’infinito, a oltranza.

Tutto questo movimento impoverisce l’opportunità di stare nel momento, e di godere di quella meraviglia per quello che è; semplicemente.

E quindi, tornando al punto cui sopra, l’illusione di scrivere per dare e basta, per descrivere davvero, per restituire un’oggettività qualora ne avessi l’intenzione, è una vana illusione.

E quindi scrittore per chi?

 

Quando ho iniziato ero con lo spazzolino in bocca; poi mi guardo; poi parlo di scrittura.

Il temporale nel frattempo s’è placato.

Le condizioni per cui era venuto a fare una visita sono scemate.

Mi piace pensare che quel che accade, qualsiasi cosa, non abbia a che fare con l’uomo, succede perché così è, senz’altra ragione se non una formula fisica o chimica. Senza volontà presenzialiste, senza ragioni che non rispondano a meccanismi di consequenzialità, che non significa semplici, ma semplicemente puri e privi di volontà.

Tutto qua.

 

Apro l’acqua fredda e lascio che il primo scroscio porti via i batteri che, come piccoli guerrieri, attendono di farmi un’imboscata per violare il mio corpo, a partire dalla bocca.

Non li vedo ma li sento; minacciosi, pronti a scattare.

So che ci sono: li ho visti in un documentario alla tivù. Piccoli esserini, bruttini e nervosi che s’azzuffano tra loro per prendersi un posto davanti e diventare gli eroi della loro micro-tribù: “hai visto, bella, che coraggioso il tuo batterius ( di nome ) fognus ( di cognome)? “.

Passati undici secondi m’abbasso, flettendo le ginocchia,  avvicinando la  bocca a dovuta distanza,  m’abbevero d’acqua sciacquosa.

Gargarismo e sputo.

Purtroppo sputo anche rosso; c’è del sangue ch’esce dalle gengive o dai denti stessi. Che palle, penso subito; mi viene in mente il dentista, a quanto costa in termini economici e ansiogeni.

Mi son chiesto spesso come mai, alla mia età, abbia ancora paura del dentista-in-quanto-tale; a prescindere da chi sia come uomo; una volta indossato il camice, diventa il boia che mina la mia autostima e l’ autocontrollo.

Ho pensato ad un trauma dell’infanzia e ho scavato nella memoria: m’è venuto in mente un episodio.

 

 

Quel tempo è già passato, è diventato ieri, lasciando entrare in sua vece l’oggi.

E oggi è stato un tempo interessante. Tutti i giorni sono un tempo interessante.

E’ raro che non riesca a godere almeno un po’ delle mie giornate, del mio tempo, che è poco ma che c’è.

Ricordo me bimbo.

Mia mamma grande.

Saliamo dei gradini vicino casa, a Venezia.

Un paio di rampe di gradini sconnessi e troviamo una porta enorme. E’ socchiusa e appena l’apriamo per entrare una luce giallognola e un odore che mai dimenticherò, di disinfettante e chissà cosa diavolo altro, a farne una miscela pro-vomito ( tutt’oggi: la memoria dei sensi, l’infinito inconscio, il magazzino di tutta la vita mnemonica).

Entro perché devo. Il dovere era già stato introiettato nella mia fanciullesca etica in costruzione.

Aspetto, con la mia mamma che tenta di dipingere quell’inferno come un purgatorio, spingendo il mio ribrezzo, in maniera involontaria, in blasfeme fantasie di distruzioni incendiarie.

Tocca a noi, ci dice una trista segretaria-infermiera cui avrei attribuito, fosse dipeso da me, il nome di Novembra e il cognome di Plumbea.

Il dentista è un vecchio il cui unico piacere conosciuto in vita, dev’essere fermo a quello anale.

Mi fa una puntura con un ago grosso come una supposta gigante.

Se ne va, lasciandomi in attesa del peggio dell’universo.

Di sicuro oltre la mia bambinesca immaginazione.

Torna dopo un quarto d’ora che, avessi saputo leggere l’ora, sarebbe stata almeno un’ora e mezza.

Un tempo dilatato come le gengive che sono diventate enormi, sproporzionate e che a malapena sento ancora far parte del mio corpicino.

S’avvicina a me con un attrezzo in mano. E’ una tenaglia grande come quella vista in un cartone animato di paperino;  o forse una pinza di un cartone di topolino e pippo.

La mette in bocca intimandomi minacciosamente di stare calmo.

AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH!!!!!

Non sento niente eppure è un male importante, terribile.

Sento, mentre urlo disperato, quel suo frugare con un pezzo di me.

Sento sgretolarsi dei pezzi.

Vedo la sua faccia tesa dallo sforzo di estrarre una radice radicata all’interno della mia gengiva che la difende come genitrice impavida.

Quando finisce piango un pianto isterico e sputo lacrime salate dagli occhi che bruciano.

Odio! Puro veleno nero esce dal mio cuore.

Rabbia totale e paura fanno di me una bomba sul punto di scoppiare.

 

Torno all’adesso.

Ho concluso il rito; il primo, quello dei denti.

Passo al successivo.

Estraggo dalle tasche le cartine, arrotolo il filtrino, la sigaretta, l’accendino, il fumo.

Preparo la canna.

Vado alla finestra del bagno e apro appena la metà destra per far uscire il fumo. Accendo e il fumo che espiro fuori rientra a causa della corrente d’aria temporalesca.

Il buio regna contrastato da lampioni di periferia.

Il silenzio è rotto dal passaggio delle poche auto che tirano forzosamente le marce.

Un uomo incappucciato tiene con una mano l’ombrello e con l’altra il guinzaglio del suo cane nero che annusa quei quattro alberi di cui dispone per depositarci la sua firma biologica.

A parte lui, raramente si vede qualcuno camminare.

Di solito dei bengalesi, a gruppetti.

Oppure gente dell’est che abita le case abbandonate e fredde.

Oppure qualcuno che lavora alla fincantieri e porta la biancheria nelle lavanderie a gettone aperte fino a tardi.

Qualche volta dei punkabbestia.

Qualche altra i numerosi alcolisti ubriachi, che abbondano in zona.

Le auto e gli scooter dei giovani che portano le pizze a domicilio.

Dei tossici che guardano gli abitacoli delle auto in cerca di materia prima da trasformare in euri sonanti.

Il popolo della notte che ha rinunciato alla tivù.

 

Guardo l’ora.

Torno in salotto e prendo il portatile.

Ho da scrivere qualcosa per il blog.

Finalmente ho finito e invio queste righe.

Il fumo è buono e fa il suo dovere: prende a schiaffi i pensieri di prima e me ne procura altri più adatti alla sera.

Sono stanco, penso, e ho tutto il diritto di rilassarmi.

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venerdì, 26 gennaio 2007

Mostruosità.

In questi giorni leggevo, come tutti, delle atrocità compiute a Erba. Pochi giorni dopo anche a Mestre si è consumata un’altra tragedia simile.

Un ragazzo – a 34 anni, in questi anni, lo si è ancora – si reca armato di coltello a casa della zia. Entra in casa e le squarcia la gola. Poi tenta di ammazzare anche lo zio e il cugino.

I carabinieri lo prendono subito. Lo arrestano, lui confessa. Zio e cugino vengono operati d’urgenza e, se pur gravi, se la cavano.

La ragione del gesto, uno screzio familiare.

Giorni dopo, dice, secondo quanto riportato dai giornali, che è depresso perché nessuno lo perdonerà mai.

 

Anni fa avevo una passione per la collana “sensibili alle foglie”, diretta da Curcio.

Uno di quelli che ho letto, scritto dallo stesso Curcio, intitolato “nel bosco di bistorco” – vado a memoria, dove bistorco significa un doppio avvitamento su di sé, inteso come chiusura -, si racconta con la competenza del sociologo, cui va aggiunta la sua diretta esperienza, della vita nelle carceri. Affronta ogni argomento, compresa, ad esempio, la sessualità.

Ne esce un ritratto di deprivazione tale, da togliere qualsiasi aura di mistero e fascino, che talvolta in letteratura o al cinema, ha suscitato.

Un carcerato non ha più una vita. In quella parentesi temporale, gli viene tolta.

 

Mi veniva da pensare questo alla dichiarazione dell’assassino. Mi dicevo che non si rende evidentemente conto che passerà la sua vita, in assenza di una propria vita.

L’anno scorso, sempre da queste parti, a un paio di chilometri da questo, un uomo, più o meno della stessa età, ammazzava la sua giovane amante e il loro bambino – doveva nascere poco dopo – seppellendoli ancora vivi.

 

La caratteristica che accomuna questi tre esempi, è l’assoluta normalità degli assassini. Gente comune.

Senza scomodare l’incongruenza del concetto di normalità, colpisce davvero la non sospettabilità dei potenziali assassini. Non c’è nulla che possa far presumere che quel tale, quella signora, quell’anziano, potenzialmente, potrebbe uscire momentaneamente di testa, e compiere un atto così feroce.

Il punto che più mi ha colpito, è che non mi sorprendo mai. Non esiste delitto o assassino che abbia suscitato in me uno stupore vicino all’incredulità.

Mi sono ormai convinto che il mostro sono anch’io; che lo è ciascuno di noi.

 

Anni fa seguivo un ragazzo cresciuto a suon di botte. Suo padre, sin da bambino, l’ha cresciuto bastonandolo. Secondo me gli aveva perfino compromesso alcune capacità cognitive. La sua modalità relazionale passava attraverso la fisicità, la corporeità. Era totalmente incapace, in particolare coi maschi, di rapportarsi in modo normale.

Senza fare psicologismi, ma per descrivere minimamente la situazione, la conferma della propria esistenza passava attraverso il corpo; spesso mortificandolo.

Era un ragazzo che non si poteva che amare.

La qualità che più  evidenziava, era l’innocenza. Non c’era azione, parola, gesto, che non fosse immediatamente riconducibile alla ragione che l’aveva provocata.

Era azione-reazione, causa-effetto, senza filtro, trasparente.

Da un certo punto in poi, conclusa la fase di studio,  ha iniziato ad avere atteggiamenti provocanti. Non riusciva a contenersi e per entrare in relazione doveva agire in senso invasivo. Ti travolgeva, era onnipresente, martellante. Poi iniziava a spingere, a menare schiaffi, a dare pugni. Dapprima scherzosi; poi sempre meno.

Di giorno in giorno, diventava sempre più impegnativo. Con un collega – eravamo in una comunità – aveva iniziato a lottare fisicamente. Ti saltava addosso, ti stringeva il collo, cercava di buttarti a terra. E perdeva sempre. Non c’era confronto che non lo vedesse perdente.

Io non ero d’accordo con questa modalità, mi sembrava pericolosa, difficilmente gestibile.

E tuttavia, checché ne pensassimo noi, lui continuava, in crescendo.

Un giorno aveva rubato un coltello da cucina lungo trenta centimetri e al mio rifiuto di accordargli denaro, mi aveva minacciato con questo. Ma non faceva paura. Glielo leggevo negli occhi che non poteva farmi del male.

Tempo dopo, una sera, ero in turno. Era una giornata pesante per lui e anche per me. Aveva iniziato a starmi addosso, a spingere, a buttarmisi addosso, a prendermi per il collo. Ero riuscito ad arginare il tutto, ma ormai anche con me, aveva quella modalità. Dopo ore e ore, non ce la facevo più e all’ennesima provocazione ho reagito prendendolo per il collo a mia volta.

Ricordo la sequenza dell’accaduto: camminavo veloce verso di lui fino a raggiungerlo sul retro del divano; lo prendo e scuoto tenendolo per i vestiti; le mani si staccano dai vestiti e si appoggiano sul  collo; stringo, un po’, più di quello che vorrei; lascio la presa.

L‘episodio non ha avuto alcun valore per lui, credo l’abbia dimenticato subito dopo.

Ma non potrò mai dimenticare la sensazione che ho provato nel vedermi agire un atto che mai mi sarei sognato di compiere. L’effetto a livello di ferita narcisistica, la consapevolezza che le idee sono solo concetti vuoti, che solo l’esperire conta, che i limiti che uno si dà valgono solo se contestualizzati e protetti. Se uno si circonda delle sue “cosine”, dei suoi amici perfetti, dei suoi dischi e libri, delle sue parole e idee.

Staccato dal mondo, ci si immagina un ordine, una scala di valori.

Il ritorno al ventre materno, a galleggiare nel silenzio, accuditi, protetti.

In quell’oasi infantile tutto è armonia.

Fuori è frastuono, casino, conflitto, contraddizione.

Fuori siamo condannati all’imperfezione.

Siamo vulnerabili e impauriti.

Allora è normale difendersi.

 

Ma talvolta non basta. Un piccolo proprio mondo non basta. Le proprie idee colludono con quelle degli altri. Idee invasive, taglienti, laceranti.

La normalità prevede una lunga sequela di compromessi, di contrattazioni, di capacità di convivenza con le normalità altrui. Creando anormalità accettabili; o, ribaltando la prospettiva, normalità elastiche, duttili, meno personali e più sporcate da quelle altrui.

Questo continuo adattamento diventa per alcuni intollerabile, inaccettabile.

Di norma ce la si fa, si affronta tutto. Ci si difende allargando l’ospitalità all’infelicità. Si impara a convivere con questa.

 

Non so concludere questo post in modo armonioso.

Ho cercato di portare un concetto che mi ripugna, che razionalmente respingo.

Ma so, per averlo esperito, che quella sera un pezzo di mostro che sono, avrebbe potuto prevalere.

E sarei diventato mostro, sapendo di non esserlo.

 

Ed ho maggiori probabilità di non diventarlo, appunto perché so di esserlo.     

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martedì, 05 dicembre 2006

 

Oggi il treno delle 07.38 era strapieno.

Il treno regionale finora è fatto in due modi: uno, più classico, con i sedili morbidi di vellutino azzurro, con file da quattro posti due sedili in senso di marcia e due di fronte messi in senso contrario rispetto alla stessa; un altro più moderno, con file di sedili più rigidi e plastificati e tendenti al blu vivo, quasi chiassoso,  sempre da quattro ma anche da due, con i sensi a favore, contrario e trasversale alla marcia, su due piani.

Stamattina era quest’ultimo modello che, pensavo io, dovrebbe avere più posti a sedere. Ma stamattina, forse, c’era più gente del solito.

Le facce, sempre quelle.

All’andata, a quell’ora: università, uffici, qualche raro fuori norma: io.

 

E qui apro una parentesi.

Io faccio un lavoro che quando lo si enuncia, suscita espressioni col punto interrogativo.

Faccio l’educatore. Dall’anno prossimo, per almeno un anno, per mia libera scelta, per uno strano intreccio di ragioni un po’ così, da libero professionista.

Seguo – seguo nel senso che svolgo una funzione da quasi tutor, ma non in ambito didattico, ma sociale, che lo so vuol dire tutto e niente, ma concludo se no la faccio troppo lunga – un gruppetto di ragazze che hanno accettato di aderire a un progetto di autonomia.

Anche qui, il discorso sarebbe lungo, e vorrei abbreviarlo: quasi tutte hanno una storia di famiglie semi disastrate e la legge dice che, a diciotto anni, diventano maggiorenni-adulte-persone-a-tutti-gli-effetti.

Facile a dirsi, difficile a farsi. Molti a diciotto anni non lo sono; molti nemmeno molti anni dopo; molti possono scegliere di non esserlo mai: loro no, sono costrette dal destino ad assumersene la responsabilità pur non essendone in taluni casi pienamente capaci.

Il mio lavoro consiste non tanto nel trasmettere dei “saperi” sociali, ma di far uscire le capacità e di far convivere ognuna con le proprie.

Tutto ciò, detto in breve.

Chiudo parentesi.

 

Sono in treno e scopro che non c’è un posto libero.

Proprio oggi che ho anche il pc oltre allo zaino.

Il mio zaino pesa molto.

È il mio ufficio.

E ho ereditato da mia madre la cattiva abitudine al superfluo. Ma visto che esco la mattina, torno la sera, voglio avere con me tutto il necessario, che non si sa mai.

Ho sei mazzi di chiavi, libro, agenda, palmare, due cellulari, fazzoletti, pastiglie, caramelle, spazzolino e dentifricio, penne, come minimo.

E anche il pc pesa, soprattutto a portarselo a spasso per Venezia.

E’ comunque la prima volta che non trovo posto all’andata, e non mi lamento.

Gli ultimi libri che ho letto sono di Saviano, Hoffman, Aa.Vv veneti, Ferretti: oggi ho un libro sullo shiatsu. Bello, ma pesa.

Leggo.

Stazione dopo stazione, però, sempre più gente sale, nessuno scende. A metà strada sono costretto a rimettere in zaino il libro.

In questi paesi satelliti dove ci siamo trasferiti a migliaia in questi anni – io da luglio di quest’anno – per questioni legate alla qualità della vita che è un concetto moderno per giustificare le nuove suburbie in quanto la qualità della vita non ha parametri che la possano misurare, se non la felicità della gente, che dalle espressioni dei pendolari è un’utopia o addirittura un complotto di mediaset.

Insomma, condividiamo un’infelicità e stanchezza tali, da esserci convinti che solo gli altri, e mai noi, potranno goderla.

Solo gli altri e mai noi, è una condanna all’ergastolo che ci siamo auto inflitti.

Nella confusione totale, tra gente abituata alla rassegnazione da pendolare da treno, anziché a quella odorosa degli autobus, che fino a pochi mesi fa annusavo ogni mattina, quando schiacciato corpo a corpo, sognavo un futuro migliore da pendolare non costretto a inalare l’odore dei soffritti incistati senza rimedio nei vestiti dei bengalesi, o di aglio dei cinesi e coreani, o nel tanfo di caffè e sigarette e deodoranti degli italiani del sud in subappalto alla Fincantieri, o alla varechina e disinfettante incrostata nella mani rovinate dell’esercito di donne delle pulizie di Marghera, un’anomalia.

Sale una ragazza africana con in braccio una bambina di poco più di un anno.

Quando mi passa accanto stringe gli occhi e mi sorride. Ha un panino in mano che serve da gioco e da colazione insieme. La madre la tiene in braccio. La madre si fa breccia tra la folla di pendolari eretti.

Una signora seduta sui sedili di plastica cerca di comunicare con lei. Quando ci riesce, è per chiederle se vuole sedersi con la figlia sul suo sedile.

Tutte le facce già stanche di mattina presto, tutti gli sguardi, tutti i pensieri, convogliano verso la risposta che la madre darà alla gentile signora.

La ragazza africana ha il potere dell’attenzione di tutti noi.

Tutto tace.

Signora, la tenga lei, le dice.

La signora non capisce perché il treno è ripartito e ora emette un rumore che ben s’intona con la plastica degli interni.

Signora la tenga lei in braccio. Se vuole.

La signora gentile la guarda come  assistesse ad un imprevisto. Dai suoi occhi un punto di domanda.

Io tenere quella creaturina, proprio io, proprio in braccio mio?

Se vuole.

 

Noi tutti sorridiamo.

Ci sembra di essere vivi tra esseri umani viventi.

Noi tutti siamo sopravvissuti, tranne stamattina.

Stamattina siamo pendolari fortunati.

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mercoledì, 15 novembre 2006

Ieri sono stato per lavoro a un seminario.

Si parlava di cosa sia la violenza, di come si manifesti, di cosa/me fare con le vittime, con i violenti e/o abusanti, con le famiglie, in qualità di operatori che intervengono in relazione d’aiuto. Interessante, a parte le estremizzazioni e le sofisticherie degli estremisti e dei sofisticati divulgatori del nulla, che si autocelebrano in queste occasioni.

Le più agguerrite sono le operatrici – in questo caso le avvocate – che non nascondono tutta la loro avversione per il genere maschile in quanto potenziale protoviolentatore.

Il neuro psichiatra che parlava in francese, e quindi tradotto, e quindi i tempi erano diilaataatii, e quindi quando capivo quel che diceva – usava un francese simpatico e pragmatico – scoprivo quanto la traduzione tradisca – o rischi di – il messaggio originale.

Se qualcuno subisce violenza – e qui non faccio distinzioni noiose tra maltrattamento e abuso e ecc – bisognerebbe cercare di essere solidali, comprensivi, senza essere invasivi; in soldoni: disponibili al bisogno della vittima – e sto parlando in qualità di “cittadino” perché non è una relazione tecnica-.

Il professore, consapevole di camminare in equilibrio su una sottilissima fune tesa e di sfiorare luoghi comuni e di essere scambiato per un simpatico utopista di mezz’età, con la pancia piena, il portafogli anche e di vivere la vita come un’estensione del proprio studio, tracciava le linee di una società ideale, in cui ognuno è un individuo capace di relazioni, e che queste ultime sono un deterrente, in termini preventivi, e un ottimo ambiente, in termini post traumatici, per tutti.

Basta poco, pensavo. Basta poco pensavano tutti.

Eppure, non basta poco.

Ci vuole qualcosa in più; ci vuole la volontà di mettersi in discussione, di sorridere, di accogliere, di partecipare, di ascoltare, di parlare.

Ci vuole tutto quello che saremmo se non fossimo diventati come siamo.

 

Oggi vado a casa di un ragazzino.

Il quartiere è uno di quelli uguali in tutte le città del mondo che siano abbastanza grandi da contenere un centro e una periferia. In periferia di solito ci sono le case popolari. Nelle case popolari abitano quelli che non possono altrimenti. A parte i casi, di cui tutti parlano e che credo rappresentino una modesta minoranza, di quelli che guadagnano un sacco e fan finta di no.

Mi avvio verso una di queste palazzine tristi, dove abita, per il primo dei nostri due incontri settimanali di due ore. 

Questi incontri hanno alle spalle un progetto che prevede degli obiettivi e che non spiego per non dilungarmi in questioni tecniche- è già la seconda volta che mi dilungo dichiarando di non volermi dilungare per questioni tecniche -.

Oggi avevamo da fare algebra.

Eravamo soli, la madre non c’era.

Arrivo che sta ancora mangiando. Mentre mangia guarda italia 1, come tutti i ragazzini che ho conosciuto in questi anni.

Mentre mangia e guarda devo trovare delle strategie per farlo ascoltare quel che gli dico. Con questo ci riesco sufficientemente bene in quanto abbiamo già una “solida relazione”, che mi consente di gestire e capire quanto e come possa intromettermi e interrompere quel piacevole momento dopo sei ore di scuola media pallosa.

Dopo venti minuti siamo alle prese con l’algebra. Nel frattempo telefona la madre, lui va in bagno un paio di volte, ci beviamo il tè.

Quando finiamo resta ancora un quarto d’ora. Mi chiede se voglio andare in camera a vedere che gioca a play station.

Ok, rispondo, ma ad una condizione: che poi lui mi accompagni fino al vaporetto.

Gioca un po’ ad un gioco dove bisogna compiere delle missioni in cui si  ammazza un sacco di gente con ogni genere di strategia e mezzo. Lui copia da una rivista i trucchi per avere armi e vita infinite.

Sparacchia un po’ ovunque per dimostrarmi la sua potenziale potenza. Io commento, e se pur col presupposto esplicitato più volte che non mi piace molto, mi informo, chiedo, partecipo.

Gli dico che è giunta l’ora.

Andiamo.

Abita al quarto piano e per scendere usiamo l’ascensore.

Appena saliti in cabina, mi mostra un cartello che avrò letto almeno dieci volte. Dice che le signore S*** e M***** un sabato di due settimane hanno lavato le scale.

Il foglio appartiene ad un quaderno di scuola elementare a quadretti ed è scritto con una bic blu. Sopra la data del lavaggio scale si nota una macchia marrone. Lui mi chiede se sappia cos’è quella macchia. Gli rispondo di no, ma immagino sia cioccolata. Lui mi dice di verificare, toccandola. Gli rispondo che non ci penso nemmeno. Lui ride e mi chide se voglia sapere davvero cosa sia. Gli chiedo se lo sa. Lui, sempre ridendo, mi guarda e mi fa segno di sì con la testa. Lo guardo senza parlare con sguardo interrogativo.

A quel punto il riso gli fa piegare un poco le ginocchia, sopra le quali appoggia le mani. Poi s’appoggia alla parete dell’ascensore e le mani le porta al volto.

“E’ cacca, merda. L’altro giorno c’ho messo il dito e puzzava di merda”.

Lo guardo e dico “ cacca?, e c’hai messo il dito?”

“Eh sì, l’altro giorno, mentre tornavo da scuola. Chissà di chi sarà stata!”

In quel momento si aprono le porte dell’ascensore. Siamo al piano terra.

Usciamo.

Fuori il solito gruppetto di mamme coi bambini che fumano. I ragazzini che fumano. C’è un vecchio con uno sguardo sbilenco e diffidente.

Buon giorno, dico.

Giorno, rispondono.

Arriviamo in riva giusto in tempo per prendere il vaporetto.

Lo saluto.

“ci vediamo tra due giorni, solita ora”, dico.

“ ok, ciao”, risponde.

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martedì, 17 ottobre 2006

Sabato, “ ad alta voce” a Mestre.

Arrivo in Piazzale Candiani mezz’ora prima.

Passeggio da solo per il centro di Mestre, mi reco alla Feltrinelli del centro Barche e poi, dopo aver acquistato tre libri, mi dirigo verso.

Piazza Ferretto, il centro del centro di questa città senza centro, è ancora poco frequentata. È passeggiata da passeggiatori distratti, da pattuglie della polizia che parlano con ragazze di passaggio, da gioventù in cerca di altra gioventù, da bancomat in formazione preshopping.

Quando arrivo c’è poca gente. Il gruppo più numeroso, una quindicina, è quello dei tossici che stanno trafficando tra loro merce; contrattano tra loro, barcollano, occupano tempo, spazio, coscienza con il torpore. Biascicano contrattazioni, chiedono sconti, tirano sul prezzo.

Tra i pochi presenti in piazzale, noto Giuseppe Culicchia, che è davvero un bel ragazzo, ma che pensavo più giovanile: in realtà lo è, ma i capelli, ormai bianchi, ne fanno un ragazzo maturo. Ha una giacca simile, come colore, alla mia. È lì con un’addetta ai lavori, che gli parla con dei fogli in mano. Nessuno, a parte me, credo, lo riconosce.

Dopo un po’, con l’approssimarsi dell’ora, le diciassette, la gente inizia ad affollare il piazzale.

Il piazzale è una cosa moderna che fino a pochi anni fa non c’era. Accoglie le persone che si troveranno il centro culturale Candiani, una costruzione squadrata enorme, che dopo anni di promesse elettorali, è stato costruito, prospettandolo come il riscatto della terraferma, sulla città storica, colma di eventi culturali: una sorta di nuovo Beaubourg. Di fatto, nonostante sia davvero una grossa costruzione davvero brutta ma con quell’aria che le dà un tocco d’importanza- di cui, come ex mestrino, andavo anche fiero dai- e quindi potenzialmente preposta alla cultura, sto robone immenso ha delle spese di manutenzione davvero esose, non supportate da eventi di pari respiro.

Mentre osservo le scene dei tossici, arriva Corona.

Corona è Corona, non si può sbagliare. Sembra la controfigura, perfetta, di se stesso: stessa bandana, stessa maglietta, stessa barba e ciuffo. Appena arriva, una piccola folla si stacca da quella di chi aspetta, per correre a chiedergli autografi.

Non ho mai letto Corona, e credo non lo farò, ma non credo sia uno scrittore così bravo da volere un suo autografo. A dire il vero non riesco a immaginarmi chiedere l’autografo di alcuno; ma tanto meno lui, con la sua birretta in mano e il suo accento di montagna, che legge e alterna dialetto e italiano, facendoci notare la bellezza di quelle parole.

Poi Culicchia, con quel bell’accento torinese preciso.

Nel frattempo, oltre ai centocinquanta abbondanti di noi, cultori della parola, la ventina di tossici, cultori dei buchi e del rutto da birra libero – loro sì, Corona no – si muove e smercia. Finito il torinese, tra gli applausi che lo congedano e che accolgono il prossimo – un giovane ma vecchio, ragazzo ma ragioniere, di cui non ricordo il nome -, legge un suo racconto sul nonno, morto ucciso durante la seconda guerra mondiale.

Alla fine, ultimo, ma il più meglio direi, Vitaliano Trevisan. Con fare sicuro, sigaretta spenta tra le dita, legge un bel pezzo divertente di ….., e lo fa con la scioltezza di chi è abituato.

Noi cultori della parola, che spesso ci lanciamo in frasi tipo “ adoro il profumo dei libri, mi piace toccarli e ne sono così gelosissimo che mai li presterei”, che sogniamo di scriverne uno anche se sappiamo che uno, ce la si fa, col secondo sarebbero guai, pur adorandone il profumo e sacralizzandone la funzione, sghignazziamo fingendo di capire l’acutezza di quelle parole, non foss’altro che, se così non fosse, sarebbe un idiota anche Trevisan, che non lo è, anche se ha quella smorfia di persona ironica che non si sa mai.

Quando finisce andiamo tutti, dopo l’annuncio che ci sarebbe stata l’ultima parte al teatro Toniolo.

Quest’anno ho visto solo questo. I miei appunti sono imprecisi, i ricordi non ricordano fasi memorabili.

Io non amo i libri per il loro odore e non ho un orgasmo quando li appoggio sul mio corpo.

Li uso per tentare di capire; e mi piace capire se ho capito qualcosa in più. Molti libri lo sono, soccorso e appoggio. Mi fanno sentire che altri leggono e scrivono perché gli piace. Perché c’è, quel piacere. Si condivide un percorso, anche se per ognuno è diverso, ma con uno stesso afflato verso.

Mi sembra, o mi piace pensare, che chi sta da una parte o dall’altra, nel senso scrittura-lettura, si sia buttato nella mischia pur restando solo, perché è l’unico modo di andare avanti.

Una reciprocità che non soffre spazio e tempo, uno scambio altro.

Ad alta voce, un messaggio silenzioso.

 

 

Postato da: swcpd a 20:41 | link | commenti (1)
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