"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità . La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà . La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà . La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività . Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.
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Il bosco che costeggia il fiume è sfiancato dal temporale e da tracce di incendio. Profuma e puzza in modo selvaggio. L’odore di bosco bagnato, rigoglioso, inebriante, convive con la sua cenere, i suoi tronchi e arbusti morti. Non riesco a capire se si tratta incendi spontanei o dolosi: le parti bruciate sono discontinue, circoscritte a piccoli pezzi di terreno. Sembra di camminare vicino ad un posacenere pieno di sigarette bagnate. Ci sono pezzi interi d’albero a intralciare il sentiero, talvolta a interromperlo; bisogna per forza saltare tronchi e rami se si vuole procedere. Gli uccelli tuttavia non sembrano soffrirne e cantano. Nel silenzio della mattina, si sentono solo loro. Come sempre cado nella tentazione di fischiare assieme a loro, credendo mi rispondano. Mi sembra che ad un mio fischio elaborato, rispondano con una vera e propria composizione musicale di pochi secondi, come a ribadire una supremazia che è nei fatti. Infatti taccio. Lascio fare. Temo, da stupido quale sono, di disturbare qualche loro comunicazione; immagino un maschio che canta ad una femmina e che si distrae interpretando i miei tentativi come una sfida. Interferenze. Penso a questo, a come si interferisce di continuo. E come questo condizioni lo stato delle cose, modificandolo. Senza scomodare grandi teorie, mi limito a tacere e proseguire per il sentiero. Sto bene qui. Così bene che non posso non cercare una ragione. Penso alla mia infanzia e gioventù. Andavo in montagna in vacanza per almeno due mesi all’anno fino ai sedici anni; poi, per almeno un mese l’anno, fino ai venti, pur cambiando zona e abitudini. E quando sento questi odori, cammino su questi sentieri, ascolto questi rumori, mi si riaprono parti di memoria sopite. Quasi tutto quel che è bosco, è per me felicità . E nei secondi vent’anni ci sono andato così poco, che ho cercato la felicità altrove. Si ha bisogno di felicità se si pretende di accettare quel che la vita offre. Prendo tutto, io. Faccia al vento, senza riparo, senza nascondermi. Ma spesso ho trascurata la semplicità , il bisogno e la gioia di stare nel bosco almeno un po’. Poco tempo fa sono tornato al Lido di Venezia. Una pausa di lavoro che mi ha portato a passeggiare fino a raggiungere il mare. Le spiagge erano ancora chiuse e c’ero solo io, qualche gabbiano, qualcuno con il cane e qualche maratoneta che si allenava. Appena arrivato ancora quella traccia, quel gusto di buono che mi abitava. E anche lì, come nel bosco, un’altra traccia di elementi di cui ho bisogno per vivere frammenti di felicità senza scopo, senza secondi fini e teorie. In me ci sono rumori, odori, colori che dormono e che quando si risvegliano mi fanno bene, mi accarezzano, mi riportano in me. Là dove non si pensa, non si teorizza, non ci si maschera. Là dove, semplicemente, si esiste.
Si parlava con M, amico con cui stiamo proponendo i recenti reading, di scrittura. In particolare di scritti pesanti e leggeri. Io scrivo pesante, scrivo parole dal peso specifico notevole. Non sto parlando di qualità – l’elemento più opinabile e soggettivo-, ma di attribuzione di significato e significante. Cosa significa “scrivere pesante?” Mi è stato chiesto di scrivere un racconto che avesse come tema Venezia e il cibo. C’ho pensato, e l’unico nesso che mi è venuto in mente nel poco tempo avuto a disposizione, è stato un racconto che parla di un padre che va a trovare la figlia ricoverata in ospedale per anoressia. C’è un tragitto a Venezia, qualche rimando al cibo. Il committente ha letta la bozza e ha più o meno detto che l’argomento c’entra, ma rimane sullo sfondo, e che è un racconto un po’ pesante. Siccome si dovrà leggerlo una sera d’estate, teme si possa rovinare il clima leggero che comunemente ci si immagina aleggiare in una serata in cui l’argomento per cui si presenzia è il cibo. Questo è quel che penso io; lui non l’ha detto. A tal proposito gli ho chiesto di dirmi con franchezza quel che pensa a riguardo. Richiesta, la mia, a dire il vero forse un po’ troppo fuori luogo. Come potrebbe dirmi che non gi piace, anche fosse? Che già farà caldo- il caldo umido di Venezia sa essere vigliaccamente efficace nel tagliare gambe-, e anche per questo, a maggior ragione, gli risulta difficile pensare mi si ascolti leggere parole che fan venire due palle così! E anche questo lui non lo dice. Lo penso io, da dilettante impegnato. Un mio caro amico, convinto delle mie doti, da anni cerca di convincermi a scrivere un romanzo. Lo vedrebbe bene in stile anglosassone, inglese in particolare – vive appena fuori Londra -, di cui legge e apprezza i romanzi . Un genere che amalgami storie attuali e magari anche pesanti – mi vuol bene, è disposto a venirmi incontro – con quello stile leggero, che amo anch’io, che li contraddistingue per leggerezza e ironia mai sopra le righe. Da altrettanti anni gli spiego che mi piacerebbe, ma che non ne sono capace. Che la mia misura è il racconto perché ho il fiato corto. Che le mie storie sono concentrate, che i miei pensieri sono un po’ stitici e che non vedono che poche pagine per essere raccontati. Mica si è arreso. L’altra sera mi chiama e mi annuncia che sta per scrivere un libro, raccontandomi la trama: è una sua vecchia idea, che mi piace molto, e lo sa, con cui mi aveva tentato un paio d’anni fa e che io non ho concretizzato. Il suo tono, avevo l’impressione, mi sembrava quello di chi sta offrendo all’altro un’idea che di suo funziona e che ha bisogno solo di un po’ di mestiere per essere sviluppata. Torno all’inizio del discorso: cos’è una scrittura pesante? L’idea che ho maturata è che pesante possa essere l’argomento. L’unico argomento di cui so scrivere- e ribadisco: senza attribuire a ciò alcun giudizio positivo o negativo-, riguarda la condizione umana nei diversi frangenti di vita. In particolare, quel che succede dentro, in un qualsiasi contesto. Sono uno che scrive cose che fanno due palle così. Ma non ho scelta: non so fare altro che scrivere così. Per ora. Scrivere l’elogio alla pesantezza.
L’altra sera fuori con cagnona. Il quartiere è nuovo, le prime case hanno 6-7 anni, e stanno ancora costruendone di nuove. Molti di quelli che ci abitano conoscono poche altre persone. Questo induce all’approccio. Immagino che ognuno pensi e speri che prima o poi incontrerà qualcun altro che meriti di essere conosciuto. Siamo una comunità nuova, per certi aspetti privilegiata: niente ambulanze, polizia, brutte facce. Siamo tutti simil borghesi, in apparenza. La sostanza, in verità , non interessa alcuno. La sensazione della sicurezza, del sentirsi al sicuro, del non vergognarsi a pretendere un po’ d’ordine, foss’anche testimoniato da intonaci nuovi, da micro-giardini 3 metri x 2 recintati, cede volentieri in cambio un po’ di finzione formale. Io e cagnona passeggiamo. Incontriamo io una coppia, lei un cagnetto vispo. Ognuno si dedica alla relazione coi propri simili. Si parla di questo e di quello mentre i cani si annusano e corrono. Si arriva a dichiarare che mestiere si fa. Loro lavorano a vari mercati; hanno un banco di casalinghi. Ogni mattina sveglia alle cinque; ogni giorno una nuova piazza. Con successo, a tal punto da gestire anche un’attività all’ingrosso. E tu? Quando me lo chiedono, a maggior ragione se si parla in dialetto, provo sempre un misto di orgoglio e di imbarazzo. Io faccio l’educatore. E cioè, cosa sarebbe? Mi occupo di persone in difficoltà . Quest’anno di giovani ragazze che hanno problematiche di vario genere, che in quanto neo maggiorenni dovrebbero, secondo la legge che le riconosce persone responsabili a tutti gli effetti, provvedere in modo autonomo alla propria vita. Venendo però da situazioni problematiche, questo risulta difficile. Ah! Ma è un “ah!” che non nasconde le molte perplessità . Si affronta allora un argomento meno vago, la cui concretezza, seppur ancora più per sentito dire, diventa scambio: ragazze molestate e abusate. Senza scendere nei particolari, ovviamente. Dopo aver superata comunque la prova del nove: alla domanda se sia laureato, rispondo di no, e questo solleva il morale. Ho fatto dei corsi, specifico; ah ecco, pensa lui senza dirlo, meno male! Si arriva presto alla domanda chiave: come diavolo si fa a usare violenza contro bambini. Domanda che, avesse una risposta, verrebbe risolta all’istante, faccio notare. Snocciolo comunque con saccenza alcuni dati. Nella maggior parte dei casi la violenza si compie all’interno del nucleo familiare, parentale o amicale della vittima. Spesso in nuclei benestanti, di cultura medio-alta. Spesso chi fa violenza, l’ha a sua volta subita. Non è vero perciò che dobbiamo chiuderci dentro casa in attesa che arrivi il mostro: spesso, il mostro, siamo noi! E poi avanti con storie più o meno tristi sulla natura umana. Mentre ripensavo a quanto detto, non potevo non notare un certo compiacimento, da parte mia, nel sottolineare che nemmeno qui, nel nostro bel quartiere intonacato di fresco, si possa evitare il mostro che abita nelle nostre case e che indossa abiti puliti e sfoggia sorrisi bianchi. In quanto alle ragazze, anche oggi, le vedrò e insieme, se ne han voglia, si affronterà la quotidianità . Molto spesso banale, poco eroica, per nulla romanzesca.
………………
M’abbasso per recuperare il telefono che prendo e metto in tasca e inizio subito a camminare veloce sempre più veloce fino a correre mentre tutto intorno diventa sfocato nella sua pregnante insignificanza rispetto al movimento che dentro rimbalza furioso nella testa e nel cuore che batte come tamburo tribale e che anima le gambe e le fa muovere come in preda a un’ossessione animata da disperazione e nulla e ribaltamento di ogni logica terrena e sepolta e ascendente perché un dolore fitto e corposo come s’immagina sia un corpo estraneo che penetra la carne e frantuma le ossa e produce poltiglia e quel che rimane è un vuoto pneumatico che trasforma i propri colori in un nero assoluto e che irrompe senza logica provocando frane e trambusto e tempesta e la corsa che incalza sempre più potente e che fa sbattere contro gli altri e l’aria e l’incomprensione rivoltami contro come se fossi ancora qualcuno piuttosto che la trasparenza e inconsistenza e disperazione che sono con questo insieme di atomi che corre e attraversa i ponti e salta i gradini e che sa senza bisogno di pensare dove andare e come fare a raggiungere quella meta che è fine e inizio e troppo e poco e con e senza e tutto e nulla e che finalmente vede la verità pur senza volontà di osservazione perché è nell’istante che tutto è chiarezza e intuizione che spazza via ogni concetto e concezione e credenza e dubbio e sofferenza e felicità e sorpresa e stanchezza e stupore e abitudine e ingordigia e generosità e identificazione e chiarimento e bisogno di essere finalmente e autenticamente liberato dal bisogno di essere qualcuno o qualcosa o un’identità o una funzione o una dipendenza o un giudizio o un sacrilegio o una santità o una virtù o una mortificazione e che sente crescere mentre tutto attorno scompare e appare in una nuova versione vivida e sincera e pregna di abbagliante semplicità che siamo solo una contraddizione e un ossimorico tentativo di fare ordine e logica per contrastare il caos e la casualità che è in realtà è causalità e mistero e il micro che costituisce il macro che scatena reazioni che danno forza a nuove azioni che mischiandosi daranno forma ad altra sostanza la cui natura si nasconde in quell’intreccio così palese e disarmante nella sua complessa semplicità e che mi fa arrivare al reparto rianimazione in un tempo che ha cancellato il tempo.
………………………………..
Stamattina alle 07.30 esco, dopo aver fatta colazione, a portare fuori, per i bisogni, la mia cagnona.
Fuori è bello, è aria fresca, è privilegio poterla respirare per primi.
Come ogni giorno festivo, se posso, vado verso il Piave. Che bello il boschetto che costeggia il fiume; e pure l’argine alto non è male.
Appena passato l’incrocio, volto a sinistra.
Arriva una pattuglia dei carabinieri. Si ferma sulla destra. Escono due militi: sono là per fermare qualche auto e controllare. Nello stradone, direzione del mare, qualche multa e qualche bella ragazza canottiera e pantaloncini la si becca sempre, penso io come stessi pensando i loro pensieri.
Mentre cammino lento, prima macchina fermata.
Un omino qualunque, vestito ordinario, calvizie conclamata, baffo geghegé. Se ne occupa uno. L’altro, che un po’ mi guarda, forse perché s’accorge che io lo guardo– per curiosità- è in posizione.
Dall’autolavaggio esce una Punto primo modello. Il carabiniere spaletta energico. Indica con la sua sinistra con gesto plastico. Esce un ragazzo sui venti. Il carabiniere s’arrabbia- presumo per una manovra che non ho visto- e il ragazzo, vagamente curvo, incassa.
Il cipiglio del milite è di ramanzina; pesante quel tanto perché il ragazzo arcuato se ne ricordi.
Mi viene in mente, pensando ancora quel che penso lui pensi, che lo sta facendo perché nella sua carriera, ahilui, avrà dovuto assistere e constatare diverse morti di giovani ventenni. Sulla jesolana, non mancano mai.
Mentre sto per attraversare per raggiungere l’argine, mi chiedo se sia giusto, se noi adulti possiamo fare davvero qualcosa per contrastare questa guerra civile da più di tremila morti l’anno.
Lasciando perdere i soliti discorsi che in Italia comandano preti e fiat, che non mi piacciono, penso al perché, alle ragioni, più che ai sintomi, per cui dei giovani dovrebbero rischiare la propria vita in modo così apparentemente stupido.
Sono i nostri figli, cazzo.
E la vita che devono vivere e affrontare è quella che gli abbiamo preparata noi.
Una parte di responsabilità, perciò, ce la dobbiamo prendere.
Ma non basta.
Non basta.
La vita, quest’occasione unica, ha un così buon sapore, una così piacevole freschezza, una così alta percentuale di bellezza, che vederne solo il brutto e il cattivo e il marcio, rende marcescente e brutto e cattivo il nostro raccontarla e trasmetterla.
Mah!
Lungo l’argine dialogo e duetto con gli uccelli. Fischio, e loro rispondono. Qualche maratoneta mi passa vicino e mi guarda come fossi uno scemo che poco dopo l’alba si mette a fischiare agli uccelli, dopo che ieri nelle Marche hanno arrestate le due che hanno ammazzata la ragazza di Roma con l’ombrello.
Si sta proprio bene qui. Dopo un’ora, torno verso casa.
L’autolavaggio ha una coda di una decina d’auto.
I carabinieri non ci sono più.
La mia cagnona è stanchissima.
Appena giro la chiave della porta blindata, penso al bel caffè che mi farò adesso.
Accendo il pc.
Come governato da un automatismo inconscio controllo su ansa.it quanti morti per incidente ci sono stati stanotte.