"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità . La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà . La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà . La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività . Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.
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SUPERMARKET NORDEST
La sveglia strilla acuta alle sei e mezza; l’ho attesa sveglio già da un pò, come d’ abitudine, godendo il caldo che fa sotto le coperte.
Gli occhi chiusi e i pensieri pronti a entrare in circolo seppur soporiferi e confusi, vista l’ora.
Mi alzo senza fatica, da sempre.
Mai avuti problemi a svegliarmi presto; è un vezzo di famiglia, un’eredità genetica di cui mi vanto.
La camera è composta da letto matrimoniale e armadio a due ante, un paio di quadri, un abat-jour, un servo muto e qualche decina di libri.
Raggiungo la cucina per la colazione, rituale necessario per riconciliarmi con il mondo e con l’alba, che rappresenta, ogni giorno, la ciclicità della vita.
Poi in bagno a prepararmi.
La caffeina accelera la spinta di cui ho bisogno per disfarmi del torpore della notte, e affrontare cinque ore di lavoro.
In questa stagione è ancora scuro la mattina presto.
L’alba offre un preludio di bellezza accennando un timido chiarore, comparendo tra il buio e le colline che fanno da barriera al sorgere del sole.
Parcheggio nel piazzale antistante l’entrata su cui ci sono poche auto; mi basta un’occhiata per capire chi è già arrivato.
Entro e saluto man mano che incontro qualche collega.
Sono contraccambiato da voci svogliate, da occhi gonfi che segnalano la tara di poche ore di sonno e una noia che inquina l’anima.
Siamo in tutto una dozzina.
Lunedì mattina, parentesi di chiusura al pubblico, dobbiamo riportare in vita quest’enorme scatolone di cemento morto da sabato sera, giorno di maggior incasso.
Senza le luci e il brusio della gente, il supermercato offre di sé un’immagine più vera.
L’ultimo pensiero, prima della riesumazione: meglio una bella finzione o una brutta realtà?
Penso all’epoca moderna come a quella delle maschere, dietro cui nascondersi, al riparo delle quali pensare sottovoce; ma poi lascio perdere, vista l’ora.
Entro nello spogliatoio e apro l’armadietto privo della targhetta col nome, indosso il grembiule sozzo del sabato e vi deposito quello nuovo.
Esco e timbro: l’orologio emette un “TLIN” e segna sul cartellino le 7.29.
Mi reco deciso al reparto ortofrutta.
Il banco del reparto, come tutto nel supermercato, non ha nulla di casuale: esprime una propria estetica, a sua volta prodotta da una ferrea logica, siffatta per non distogliere il cliente dalla spesa e contemporaneamente attrarlo.
Le tacite regole dipendono dal prodotto: appunto, frutta con frutta e verdura idem; colori a sfumatura graduale e armoniosa; un simulacro, artificioso e in scatola, dell’armonia della natura.
Mele, pere, banane, insalate, patate, cipolle, ecc.
Una rigorosa gerarchia, come quella militare, che solo chi opera all’interno dell’istituzione conosce.
Un’altra gerarchia: quella dei capi.
Io ho, in ordine crescente e diretto: il capo-reparto; il direttore; l’ispettore.
Il capo reparto é un ragazzotto adatto al ruolo: sufficientemente intelligente per far di conto e affezionarsi al comando; non abbastanza per capire che la cieca obbedienza, alla fine, lo plasmerà e piegherà alle ragioni di altri, le quali, alla bisogna, divoreranno quei modesti privilegi in cui si crogiola.
Sorride sempre, scimmiottando l’espressione “simpatia”: nessuno deve lamentarsi di lui. E’ il primo e solo capo della sua famiglia, un fregio importante per un figlio di emigranti ( i suoi, per comprare la casa di famiglia, emigrarono in Svizzera: il sacrificio, un marchio a fuoco).
Il direttore é un automa ex umano. Punta tutto sull’esempio: il primo alla mattina; l’ultimo la sera. 14 caffè al giorno, la fatica solca il suo volto trasfigurandolo in una maschera beffarda, immutabile.
Un essere umano innocuo, triste e remissivo. Eppure è in perfetta simbiosi con la mentalità locale; quella che dice che è il lavoro a renderci virtuosi; quella della fabbrichetta, del lavoro sui campi, della macchina da lavare la domenica mattina.
L’ispettore rappresenta il verbo aziendale. Con studiata cattiveria e cinismo declama i sacri comandamenti cui ogni subalterno deve attenersi.
Goffo, largo, un cubo con gli arti. Un collo da pugile su cui è incassata una testa pesante; una faccia con evidenti tracce di acne e dei capelli corti addomesticati da un uso tirannico del pettine.
Quando parla ti si avvicina sempre, quasi fosse sadicamente cosciente che il suo alito impone all’interlocutore una robusta autodisciplina per non farsi scoprire in apnea.
Esercita la sua posizione dosando insegnamento e sacrificio, mixando antipatia e intelligenza, costringendo gli altri al rispetto coatto.
E’ decisamente abile e consapevolmente destinato all’infelicità.
Lunedì mattina: preparazione del banco, pulizia, messa a punto del magazzino che, alle 14.00 precise, riceve nuova merce.
Con la frutta è semplice: basta mettere i freschi sotto a quelli avanzati.
Con la verdura, invece, il procedimento è più laborioso. Bisogna passare in rassegna ogni singolo pezzo .
E le ore passano inesorabili, rapide, impietose, vendicative.
Spesso, nella frenesia del tagliare, tagliuzzare, correggere, scartare, riesco a trovare momenti per me; alla mente, arrivano immagini rarefatte, che attribuisco alla mia indole di persona lenta che trasmette messaggi che pretendono rispetto, ascolto.
La frenesia mi crea ansia, mi violenta e allontana dalla mia intima natura; e ne soffro, pago in termini di stabilità umorale, di sonno inquieto, di sogni furiosi.
Somatizzo con gastriti, coliti, blocchi intestinali.
Una volta completata l’esposizione della merce, devo pulire il tutto.
Solo in seguito passo al magazzino.
Infine controllo in cella frigorifera quanta merce rimane.
Conclusa anche quest’operazione, il tempo che rimane è poco e devo fare l’ordine.
Per farne uno di buono bisogna tener presente i seguenti parametri:
quanta merce c’è; quanta ne arriverà; quanta se ne venderà; quanta ne servirà per il giorno seguente.
Le prime volte lo avevo fatto con il capo reparto; dopo qualche prova, un giorno, ho fatto una verifica con l’ispettore.
Mi ero accorto di lui mentre facevo il banco.
Lo avevo visto da lontano; tozzo, compatto, con quel sorriso sospettoso e vigile privo di allegria e gonfio di protervia.
Mi metteva in crisi, in soggezione; era inutile fingere il contrario. Quando mi si era avvicinato, gli avevo stretta la mano con forza, e lui me l’aveva restituita con il doppio almeno, con quelle sue mani-morsa.
Mi girava un po’ i discorsi passando in breve, col suo stile asciutto, dalle formalità alla sostanza: mi chiede, senza dirlo ma esplicitamente, se mi interessa far carriera.
Io ero rimasto basito e non sapevo cosa rispondere così su due piedi.
Lui aveva capito e cominciava a parlarmi del collega-capo-reparto, come di un buon soldato che però, al massimo, poteva diventare sergente: non aveva i mezzi strutturali per poter aspirare a più di quello.
Diceva: “ Capisco che fra noi non c’é simpatia, ma non è necessaria al lavoro. So che non abbiamo molte affinità; ma riconosco le persone che hanno potenziale inespresso. Però ricorda: se vuoi far carriera devi: “credere, obbedire, combattere”. Ricordalo: non devi rispondermi ora, lo farai quando avrai deciso. Ciao…. ( mi chiamava sempre col cognome e mi dava del tu).”
“ Arrivederci”, avevo risposto, mi pare.
Non so che espressione avevo assunto, ma mi ero sentito morire.
Tutto era crollato, si era rotto, sbriciolato.
Tutte le speranze di poter fare un lavoro leggero, che non m’impegnasse oltre l’orario, di cui non m’importasse nulla, svanirono nella loro evanescenza.
Non era solo per il motto fascista, pronunciato con sarcasmo; era la sensazione di essere in trappola, la consapevolezza che non si può, al giorno d’oggi, lavorare solo per lo stipendio; troppo comodo, facile, semplice.
Sono così preso dal contare e fare previsioni che non m’ accorgo di essere osservato.
E’ Luisa, una collega con cui sono uscito qualche volta.
La saluto e con un cenno le faccio capire che, al momento, sono impegnato.
Lei capisce, saluta, se ne va.
Mi dispiace e tento di rimediare; le corro dietro e chiedo se ha voglia di pranzare con me: lei accetta volentieri e così fissiamo l’ora e il posto.
M’ avvio verso lo spogliatoio, timbro: TLIN, 12.34.
Tolgo il grembiule, ormai ridotto ad uno sfacelo multicolore.
All’uscita, aspettando Luisa, incontro Franco, il collega-fidanzato di una delle segretarie. E’ un tipo mite, un po’ anonimo. E’ simpatico ma la timidezza e la diffidenza di indigeno, gli impediscono di accogliermi totalmente.
Non sono nato qui, ci sono capitato.
Qui è la massima espressione di rigogliosità e magnificenza paesaggistica.
Ogni volta che posso, prendo la vespetta e giro per le colline. Salite e discese, acceleratore al minimo per osservare meglio e per non disturbare il candore e l’innocenza del silenzio……
Combatto sempre con la percezione di essere anch’io un intruso, un barbaro artefice del progressivo disfacimento di quello che in natura esiste da sempre.
Ma poi mi lascio andare alle sensazioni, ne ascolto l’eco.
Queste mi accompagnano verso una solitudine dolce, ancestrale; e mi sento bene così, senza bisogno d’altro.
Non ho parole che possano spiegare queste esperienze, con cui descrivere il vuoto che mi riempie, che rimette in discussione ciò che ho e che sono.
Mi sembra allora quasi di soffocare a causa delle tare che da una vita mi condizionano: morale, bisogni, dipendenze, giudizi.
Via tutto, tutto; questa volta davvero, non è più tempo di essere ed esistere, soltanto per la paura di non essere più quel che sono sempre stato, soltanto per la paura di vivere pienamente tutto, senza bisogno di difendermi.
Mi pesano i limiti di questa cittadina per bene, della mansuetudine forzata al conformismo la cui alternativa è il baratro, l’isolamento.
Arriva Luisa.
Andiamo in un ristorantino per lavoratori in collina. In macchina parliamo di lavoro, tanto per dire.
Arriviamo, ci sediamo, ordiniamo.
Lei è solita lamentarsi di “quel lavoro di merda” pur non nascondendo i vantaggi che le offe: uno stipendio ( per le voglie, che costano), la parvenza di normalità ( così mi faccio i cazzi miei e nessuno può dir niente), e-poi-bisogna-far-qualcosa.
Tutto quadra, acconsento.
Lei è logorroica, poco incline al silenzio che copre con le parole. Io ascolto, di solito senza interrompere.
Il rapporto è quello e sta bene ad entrambi.
Approfitto di un boccone che, masticandolo, non le consente la parola.
Le dico: “ ti ho mai raccontato come sono arrivato qui e perché? Ti ho mai detto di quella volta ho mollato tutto proprio il giorno degli esami di maturità?
Ero arrivato a scuola deciso a sbrigare quella formalità il più in fretta possibile.
Mi son trovato di fronte un capo commissione con una faccia talmente brutta, prevedibile, che ho cominciato a dubitare, non solo e non più con la testa, ma anche con le viscere, a capire e accettare quel che stavo facendo. Ricordo ancora le labbra sottili, l’accento, il suono della sua lingua che svelava una bocca asciutta e un alito di liquirizia e caffè e rassegnazione e tristezza, una montatura di occhiali da impiegato del nulla, che mi sono alzato e sono andato via.
Vedevo me in quella faccia!!!!
Son tornato a casa e ho raccontato ai miei che ero stato bocciato e che sarei partito per il servizio militare, raggelandoli.
Adesso comincio a pensare al presente anche se non ne avrei voglia. Ma ho paura di ascoltarmi, di sentire, quelle voci senza parole che parlano senza dire.
Incrinano la leggerezza con cui ho tentato di vivere.
Non so cosa succederà, ma spero diventeremo amici”.
Il pomeriggio è un tempo senza tempo.
Scivola nei doveri che una casa richiede per necessità.
Il finto chiarore invernale non illumina questa giornata, in transito tra un’urgente sensazione sorda, e la spinta ad ignorarne l’esistenza.
D’inverno il buio arriva presto, circonda le case, si cala sulle strade come nebbia inconsistente oscurando la prospettiva visiva e calmando la frenesia interiore.
Questa sera non sono uscito, preferendo stare a casa solo, in silenzio, in attesa di un’intuizione da tradurre in azione, in scelta.
Ho fatto le solite cose.
Ho mangiato insolitamente senza appetito; lavato i piatti distrattamente; mi sono steso sul divano a leggere.
Ho lasciato squillare il telefono.
Alle dieci sono andato in camera.
Sfidando un freddo pungente, sono uscito a mezzo busto fuori della finestra a fumare. Ho trovato un po’ d’erba che uso raramente, quando mi viene a trovare qualcuno.
Nonostante la temperatura rigida mi trattengo; voglio fissare ricordi, scoprire nuovi particolari, ascoltare i suoni della sera da questo palcoscenico.
Mi cambio, vado in bagno a lavarmi i denti.
Torno in camera e raggiungo il letto.
Leggo per alcuni minuti.
Spengo l’abat-jour.
Controllo la sveglia : ok, puntata sulle sei e mezza, che domani si lavora.
L’ultimo pensiero ribadisce che tanto non servirà; l’attenderò sveglio come d’ abitudine, godendo il caldo che fa sotto le coperte.
Mi alzerò senza fatica, come sempre.
Mai avuti problemi a svegliarmi presto; è un vezzo di famiglia, un’eredità genetica di cui mi vanto.
Sabato è andato.
Un sabato sera sul palco.
Un sabato di prove.
Sabato era una bella giornata, un sole caldo incoraggiava alla dolcezza della primavera, all’acuirsi dei sensi.
Sabato dentro il cz 95 è cronaca di una rassegna di stati emozionali di vario genere, una gamma assortita del bello e del brutto, dell’esaltazione e della stanchezza, dello stupore e della noia.
Ci si gioca un pezzo di sé, la sopra.
Penso a quanto è difficile mettere in gioco la somma di incongruenze che siamo, ma che ci stanno bene perché, belle o brutte, quelle cose, formano noi.
Non siamo ahinoi un’unità, ma un insieme di pezzi.
E giocare, che è un cosa seria, con quello che abbiamo costruito e proposto, assegnando a questo la nostra identità, un po’ spaventa.
Non ci pensavo sabato, ci penso stasera: cosa può succedere se ci si espone all’altro, se si mette là quel pezzo e lo si lascia a disposizione di chi ne valuta la sostanza?
Massimo, credo, possiamo piacergli un po’ di più, o di mano, o suscitare indifferenza.
Qualcosa cambierà nella nostra relazione con l’altro, ma non si sa in anticipo se positivamente o negativamente. E non riuscire a controllare, a prevedere, provoca un leggero stato d’ansia che intimorisce e inibisce.
Scrivere e leggere è un atto comunicativo.
Le parole entrano in circolo e assumono diversi significati: tanti quanti sono gli attori in gioco.
Ognuno le fa sue, le interpreta, le digerisce come può.
Sabato hanno partecipato a questo scambio abbastanza persone. La sala era piena e se fossero venute anche quelle che non hanno potuto, non ci sarebbero state abbastanza sedie.
Sessanta circa. Altre venti assenti giustificate.
I commenti sono stati buoni.
Alcuni molto attendibili.
A fine serata, parlavo con una coppia che conosco, con cui ho condiviso un pezzo in vaporetto. Mi chiedevano particolari.
Dicevo loro che ognuno aveva letto i propri pezzi, che i miei sono il compromesso tra un racconto lungo il doppio e un editing-censura operato da me stesso per farli diventare sostenibili e proponibili in termini di spazio-tempo. Letti da un attore vero, quegli stessi pezzi, avrebbero più ossigeno: più parole, più tempo, maggiori dettagli.
Ma devo tener conto di quel che per ora so fare, e quello che ho fatto è il massimo.
E poi, spiegavo, pur rendendomi conto che quelle stesse parole- le mie- potrebbero essere proposte meglio da uno che ci sa fare, lo stare là, a giocarsela, a proporsi, è talmente emozionante che difficilmente ci rinuncerei.
Ci sono stati anche dei problemi tecnici, di cui il pubblico non si è accorto. Ma noi sì, noi che abbiamo dedicata questa giornata alle prove, alla scaletta, ai dettagli, li abbiamo notati.
Il confronto coi propri limiti, è sempre una lezione. Da cui si dovrebbe imparare.
La lezione di sabato, che rappresentava una sorta di chiusura, lascia adito a più possibilità.
Come e cosa fare di questo gioco.
Quando si sceglie si sa che, compiuta questa, si escludono tutte le altre.
La mia personale posizione è che fino a che ci piace, continueremo.
Facendo attenzione alla tentazione di trasformarla in cosa seria senza più gioco.
Ci sono altri programmi in fase di lavorazione.
Idee che forse si concretizzeranno.
Si gioca seriamente.
Con lievità.
Lunedi dovevo andare a fare una gita in montagna ma poi per motivi ics non sono andato.
Poi dovevo fare le prove qui a casa per la lettura, col leggio e col tono giusto, ma non le ho fatte per non so dire se stanchezza o non abbastanza convinzione.
Altra cosa che dovevo fare, era la cernita di cassette audio che stavano da mesi in scatole, in garage, inutilizzate. E questa l’ho fatta.
In questi giorni, con l’avanzare della temperatura mite, c’è anche il cambio del vestiario.
Qui di fianco, nella stanza definita “ufficio”, dove tengo libri, dischi, scarpe, computer e varie, c’è il disastro. Più del mio solito, ordinario, casino.
Ci sono quattro o cinque contenitori di vestiario e copriletto. Due borse straripanti di audio-cassette e qualcuna di queste ancora buttata sul parquet.
Mentre stamattina operavo la scelta- ne avevo tre-quattrocento, ne terrò un decimo-, passandole una ad una, venivo man mano colto, preso, invaso, dalla consapevolezza che quello che stavo scartando era una buona parte della colonna sonora della mia vita.
Vent’anni di vita, in quelle canzoni, viene in parte sostituita dai cd- ne avrò altrettanti-, ma solo metà è sempre la stessa musica; l’altra metà, scomparirà.
In parte perché non riuscirei più ad ascoltare certa roba, appartenuta alla furia dei vent’anni, in parte perché rappresentava una maniacale rappresentazione di condivisione di specie- chi ascoltava certi gruppi relazionava con gente che faceva altrettanto- cui non appartengo più, per ragioni anagrafiche, di gusto, di bisogno di scegliere.
Mi pare che a livello di memoria, il senso più duraturo sia l’olfatto: ci ricordiamo gli odori anche dopo decenni, e questi scatenano subitanei i collegamenti con una determinata circostanza passata.
Ma vedendo questi nastri e non avendo voglia di annusarli, il senso che più ha prevalso è stato quello dell’udito: le guardavo – senso della vista- e associavo me stesso alla circostanza in cui le ascoltavo.
Quello che più mi ha colpito non sono quelle che ricordo e ascolto ancora: Smiths, REM, Sylvian, Waits, Cave, Tindersticks, e altri che ho anche in cd o in formato mp3, ma quelle che avevo quasi dimenticato.
In questi ultimi anni la musica ha fatto meno parte della mia vita. È più che altro un sottofondo; non più la protagonista assoluta, quella che contribuisce a determinare la mia identità. Non sono più aggiornato, non leggo riviste, non sopporto quasi più quella che viene dal circuito che un tempo amavo, sono totalmente indifferente ai look filo-musicali.
E nemmeno mi manca tutto ciò.
Il filo di nostalgia che mi ha provocato, ha origini diverse.
Non è nemmeno il timore di invecchiare, la crisi dei quarantenni, una parentesi depressiva temporanea di un tempo perduto.
Credo che, come ogni questione recente, riguardi piuttosto alcune persone che allora c’erano e oggi non più.
A tal punto che mi sono scritto su un foglio alcuni titoli da scaricare con e-mule, giusto per averli in lista, giusto da usare quando scriverò quelle pagine sull’assenza che da tanto ingombrano con la loro presenza.
Il tempo, inteso secondo l’accezione comune a tutti, è destinato gioco forza ad avere un inizio che prelude alla fine.
Immagino che l’importante sia quello che riusciamo a farne durante, tra quando inizia e quando termina.
E una buona colonna sonora aiuta a sottolinearlo.