"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità . La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà . La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà . La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività . Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.
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In questi giorni stiamo facendo le prove per la lettura di sabato 14.
Si lavora sulle musiche - ma ci vorrebbe un fonico che faccia gli intermezzi e studi al secondo quale pezzo e in quale momento, e di noi tre, uno manca all’appello -, sui testi e sulla lettura – di cui, gli altri due, gli autori, tra cui anch’io, possiamo e vogliamo intervenire, tagliuzzando di fino, e talvolta di grosso-.
Il problema maggiore è la lettura, in quanto non siamo attori. Io leggo con un pesante accento veneziano, l’altro con l’eredità romana che arrotola le parole.
Il tutto con non troppa enfasi e con il massimo di professionalità che dei dilettanti del palcoscenico possono avere.
L’esibirsi in una lettura dei propri testi è esperienza eccitante. L’abbiamo già fatto altre volte e ogni occasione è una festa dei sensi.
Questa volta abbiamo cambiati i testi per metà. Rispetto alla prima volta, non ne è rimasto uno di uguale. In più, per un paio di racconti – sono quattro in tutto, due ciascuno – dietro di noi verranno proposti due video inerenti gli argomenti trattati.
Gli altri due, esordiscono sul palco, e sono fonte di dubbi e timori.
Il pubblico ha sempre apprezzato e questa volta, forse più di altre, siamo carichi di aspettative.
L’invito è quello di venirci a vedere, e se qualcuno che legge il blog e non conosco di persona fosse presente, di presentarsi a fine lettura.
A giorni sul sito del CZ 95 dovrebbero esserci i dettagli.
Quello che vorrei sapere è cosa si dice un attore prima di affrontare la scena. Ricordo quando anni fa un amico attore portava in scena i miei testi e li leggeva con una tale grazia, un tale trasporto, che quasi non li riconoscevo.
Il confronto è inevitabile e tragicamente perverso: la mia lettura non regge il confronto in termini di prestazione.
Ma è così emozionante, così salvifico, così metaforico essere lì, davanti a persone che son venute apposta per ascoltare le tue parole, che si attendono da queste un qualche cosa, che ho deciso di farlo io, pur sapendo che quelle mie stesse parole, che mi son costate fatica, che hanno una loro storia, un loro significato, in mano mia, pronunciate dalla mia voce, violentate dalla mia dizione, violate dalla mia imperizia, ne usciranno malconce.
Cinque righe colme di virgole, intricate, contorte, per giustificare l’ego che trionfa.
Ieri sera portando fuori Sara, la mia cagna segugio- segugia me lo mette come errore - , vedendola godere dei suoi momenti di felicità, sentivo che l’uomo, inteso come razza tra gli esseri viventi, tra queste, è la più barbara.
È un cane di taglia media e sta in appartamento, durante la settimana, almeno venti ore. Il sabato e la domenica, sta fuori più a lungo.
Essendo un cane, avendo come istinto primario quello di cane da caccia, trova fuori casa, tra i prati dove la porto, i suoi momenti di benedizione.
Quando fiuta qualcosa, mi è sembrato di capire talpe e conigli, seguendo una traccia sotterranea invisibile, abbaia e muove la coda con trasporto, quasi staccandosi dal contesto terreno. Annusando il terreno, la terra, trascende, e abita una sua dimensione di perfetto equilibrio naturale.
Ieri sera non riuscivo a non osservarla. Se non piove, come oggi, la seguo in mezzo al campo e mi ci faccio condurre, in quei percorsi di trionfo dell’istinto ancestrale, così lontani da quelli cerebrali cui siamo abituati.
Quando cammina sul marciapiede ha la coda a mezz’aria; non appena scende sull’erba, la erige fiera come un fallo.
E mentre gironzolavamo tra l’erba, notavo quante carte di merendine, vasetti in plastica, pezzi di polistirolo, ci sono.
Ammiravo la sua non curanza; detestavo la nostra.
L’altro giorno davanti a scuola di Au, mentre aspettavo che uscisse, una mamma, faceva una battuta circa la possibilità di calpestare una merda, riferita a noi, io e Sara.
Non sono moralista ecologista. Non sono “ista” di niente. Ma non ci si scandalizza dello sfacelo con cui ogni giorno contribuiamo a distruggere con comportamenti stupidi il posto in cui viviamo, ma ci preoccupiamo di calpestare una merda.
Siamo quello che ci meritiamo.
Moriamo come siamo vissuti.
E i cadaveri in decomposizione puzzano.
Ieri sera vado in un centro commerciale.
Entro in un negozio di quelli grandi che appartengono alle catene specializzate in elettrodomestici ed elettronica. Devo cambiare computer e chiedo ad un commesso addetto alla vendita, di contribuire a rinforzare la sensazione che ho di me, circa quel fenomeno chiamato analfabetismo di ritorno.
Lui mi asseconda con gentilezza, confermandola.
La sensazione è ora certezza.
Una certezza con cui si può comunque convivere.
Come quando leggo un bel libro e mi rendo conto che sono solo una scoreggia evanescente in balia dell’umore, che è in fin dei conti nient’altro che un fenomeno chimico, che passerà, come tutto, senza lasciare traccia.
Leggendo bei libri, quell’uomo che scriveva quelle righe qui sopra, si sente ancor più incerto che ne valga la pena.
Ma poi s’attacca allo stesso principio di transitorietà, e se ne fotte.
Sono poi andato a fare la spesa e siccome ultimamente ho spesi un sacco di soldi, ho deciso di concentrarmi soprattutto sugli articoli per cani. Faccio una bella scorta di scatole di cibo, prendo un collare antipulci, uno shampoo a secco, ecc. poi verdura e frutta, pane, parmigiano e vado in cassa.
Al momento di pagare, non trovo il bancomat.
Cazzo, non torvo il bancomat; ti lascio qui la spesa e torno a cercarlo, dico alla cassiera.
Torno in macchina: no.
Nel negozio del mio palese analfabetismo: no.
Torno in cassa e seleziono un decimo della merce pagando in contanti. Ho tutta la solidarietà della cassiera.
Vado alla reception dell’iper e racconto di aver smarrito o subito un furto d bancomat e patente – sì perché c’era anche la patente nello stesso astuccio-. Le signore e ragazze receptionist, mi guardano con amorevole comprensione.
Torno in macchina e prendo le strade provinciali perché a Mestre, dalla mattina, è tutto bloccato e le code raggiungono e superano i dieci chilometri.
L’ultimo pezzo, un paio di chilometri da San Donà, per fare un paio di chilometri, impiego quaranta minuti.
Ma non riesco ad arrabbiarmi.
Mi sento solo stanco.
Arrivo a casa, mangio, doccia.
Porto fuori Sara, noto la sporcizia, torno a casa, vado a leggere cinque minuti a letto, poi crollo in un sonno d’emergenza.
Stamattina vado a denunciare ai carabinieri il fatto. Il bancomat l’avevo bloccato ieri sera.
Il carabiniere mi guarda strano. Sì, sono strano, soprattutto agli occhi di un carabiniere che strano non è.
Ma non ho più l’età perché questo mi condizioni e gli rispondo che non posso sapere se ho smarrito o subito un furto perché se lo sapessi lo direi. Quel che so, è che non ho più bancomat e patente.
Oggi pomeriggio mi chiama P e mi dice: indovina cos’ho trovato in macchina?
Io le rispondo: bancomat e patente, of course.
Lei che ieri sera era così in ansia.
E che pensa sempre che io non lo sono mai, nemmeno quando ce ne sarebbe bisogno.
E non perdo nemmeno più tempo a spiegarle il mio sentire netto e preciso quel senso di impermanenza e che perciò non mi viene di preoccuparmi.
Forse, dopo tanti anni, se ne ha due palle così delle palle che gli altri si raccontano per sopravvivere.
Siamo merde egoiche impermanenti.
Da due settimane ho una cagna.
Da due settimane, in qualche misura, questo evento ha portato cambiamenti, significativi o meno, nelle abitudini della mia vita.
Lei si chiama Sara, nome che abbiamo deciso di adottare assieme ai quasi venti chili di peso, il pelo riccio, il terrore, gli occhi espressivi e comunicativi, che fanno di lei la somma complessa che ogni essere vivente, è.
L’abbiamo adottata leggendo un annuncio con annessa foto, nel quale si annunciava la sua bontà e dolcezza, oltre che bellezza.
Ha poco più di un anno, è stata maltrattata pesantemente e questo l’ha segnata.
È un segugio italiano a pelo forte.
Ai limiti per il mio appartamento: ma sarà sempre meglio qui di dov’era prima. Era scappata: l’hanno trovata in condizioni pietose in campagna con la catena spezzata.
Qualsiasi rumore improvviso le fa fare un salto di spavento. Atteggiamento, ho pensato, di chi si aspetta solo il peggio.
Già dai primi giorni, quando la portavo fuori, provavo, oltre ad un grande affetto- forse prematuro ma chi se ne frega-, anche gratitudine.
La prima settimana è stata difficile perché lei, talmente sconvolta, cagava e pisciava in casa. Ma quando la portavo fuori, da quel punto di vista inutilmente, sentivo i benefici che ne traevo io.
La mattina ci si alza presto, il pomeriggio appena arrivati a casa, la sera dopo cena; il tutto, in funzione del soddisfacimento dei suoi bisogni.
Ma torno alla gratitudine.
Domenica scorsa mi sveglio alle sei. Di mattina, per capirci.
Mi sveglio e se pur tentato di tentare di riprendere sonno, decido invece di scendere e di portarla fuori.
Così ho fatto.
Siamo usciti alle sei e un quarto e ci siamo diretti alla scoperta del Piave.
A circa un quarto d’ora a piedi da casa mia, ho scoperto, c’è un accesso al fiume. Su due livelli: l’argine alto, o il sentiero che costeggia il fiume per molti chilometri. È da quando abito qui, ormai otto mesi, che mi dico che ci devo andare, ma non l’avevo mai fatto.
E alla sera, dopo cena, ormai c’erano i soliti riti costretti dalla fatica. Cena e poi un po’ di computer e poi lettura a letto. La televisione ormai bandita, riconosciuta come superflua.
E adesso invece dopo cena le metto il guinzaglio e la porto a spasso.
E dopo mesi– mi verrebbe da dire anni ma me ne vergogno- ho riviste le stelle.
Le prime sere camminavo con la testa inclinata per guardarle.
Una meraviglia uccisa dalle abitudini.
Da quando c’è Sara, ho meno tempo per me.
Da quando c’è Sara, quel tempo perduto, si manifesta in tutta la sua inutilità.
Sono grato a me che ho preso Sara forse, anche, per questo.
Per uscire dal circolo vizioso delle abitudini trasformatesi in dipendenze.
Per godere del silenzio del mattino, del canto degli uccelli, dell’erba bagnata; per la meraviglia delle stelle, la profondità del buio del cielo notturno; per la quiete che sento facendo quello che avrei voluto ma non riuscivo più a fare.
Anche e soprattutto- visto che qui ne scrivo- la giusta distanza e misura dal blog.
E a proposito, un avviso:
sabato 14 Aprile
al CZ 95 delle Zitelle
Giudecca Venezia
Io, Marco e Renzo, proporremo un reading multimediale.
Ne darò notizie più approfondite nei prossimi giorni.
Caro A,
ti scrivo per dirti la mia sulla questione della separazione di cui sei stato protagonista in questo periodo.
So che corro il rischio di vedere strappata questa mia dopo le prime tre righe, ma ti chiedo di affrontare le successive, prima di farlo.
Te lo chiedo perché in realtà, non parlo della tua separazione, ma della separazione in generale: per come la vedo io, per le similitudini con alcuni aspetti del tuo carattere, per come immagino sarebbe la mia, se un giorno ci sarà.
Bene, se sei già arrivato fin qui, vado.
Non so che effetto ti abbia fatto leggere quelle parole che sostenevano le similitudini tra noi; mi rendo conto che forse, come impatto, potrebbero sembrare più evidenti le differenze. Tuttavia, e credo sia poi la maggior spinta a scriverti, vedo un elemento molto importante, che può condizionare molti aspetti di come siamo, e che riguarda la tendenza alla solitudine.
Lo dico senza freni, e poi tenterò di spiegarlo: la superbia di chi, come noi, pensa o ha pensato, di poter stare da solo e di poter quasi fare a meno degli altri.
Lo dico perché lo sento.
Lo dico perché l’ho esperito.
Lo dico perché so che così non può essere, che è la natura stessa a spingerci al confronto, all’unione, al miscuglio del singolo con gli altri.
Credo con convinzione che siamo al mondo grazie alle relazioni, e che noi stessi dobbiamo perpetuarle, non tanto e non solo per la sopravvivenza della specie, ma per la nostra stessa salvezza di esseri viventi, con una sola occasione per dimostrare che siamo stati degni di questo dono.
Il tutto, ben inteso, senza accezioni religiose.
Anche perché, questo ambito, è una delle differenze formali che ci contraddistinguono. E immagino che, dovessimo discuterne, all’inizio ci scontreremmo sugli aspetti più umani, quelli per capirci, che prevedono nomi e definizioni; per ritrovarci invece, alla fine, in accordo su quelli spirituali, che non hanno etichette, ma che ci portiamo dentro dando loro, che non è differenza da poco, un’attribuzione d’origine differente: tu a Dio, io alla natura profonda e divina insita nell’essere umano.
Dicevo che avrei tentato di spiegarmi, e sono già fuori tema.
Per tornare sull’argomento, dicevo che avevo l’impressione che avessimo in comune una certa tendenza alla solitudine. E aggiungevo, forse con un tono che ti sarà parso protervo, che la solitudine è frutto della superbia; non tanto e non solo mia o tua: qui sto parlando dell’uomo in generale.
L’uomo che crede di poter fare a meno dell’altro è un uomo che teme l’incontro con l’altro.
Così come, specularmene, l’uomo che non sa stare solo, rinuncia alla necessaria profondità della stessa.
Tanto per cambiare, parlo delle contraddizioni che ci colgono sempre, quando siamo in sofferenza con noi stessi.
Che poi quello di cui sto parlando non è la solitudine, ma l’isolamento.
La solitudine è una qualità che segna il passaggio all’adultità. È impossibile non affrontarla se si accetta di crescere.
Ricordo ancora con precisione il periodo in cui l’ho affrontata.
Era attorno alla fine dei vent’anni.
Era un periodo di passaggio, vibrante di novità, promettente, seppur non più caratterizzato dall’inesauribile fiducia destabilizzante della tarda adolescenza. Stavo incontrando l’essenza, dopo aver sempre convissuto con l’apparenza.
Ricordo interminabili giornate e serate passate in solitaria.
La strana sensazione di non desiderare stare solo, ma di non poterne fare a meno.
Era come se tutto ciò che il mondo e la vita potevano offrire, dovesse passare attraverso il filtro del mio essere.
Non andava più bene qualsiasi cosa, chiunque; era poco quello che mi bastava e solo con poche persone potevo condividerlo.
La consapevolezza che scegliere diventa determinate non solo perché caratterizzato da quel che si seleziona, ma anche dalla perdita di ciò che si è escluso.
Tutto ciò, lo scopro adesso, esattamente in questo preciso istante di scrittura – come accade quando si hanno idee allo stato brado che vanno trasformate in parole utili al comunicare –, mi ha illuminato facendomi subodorare il piacere della forza di chi scopre, sa, accetta la propria unicità, ma mi ha anche trasformato in una persona poco umile.
Lo dico con fatica, come chi si guarda allo specchio e vede riflettersi un’immagine che credeva migliore.
Ho imparato a riconoscere l’ingombrante presenza dell’ego.
Quando si crede di esserne al riparo, è il momento di dubitarne.
Quando si crede di bastare a sé, si è a buon punto; ma se si crede di poter rinunciare agli altri, tocca ricominciare.
Quanto ti ho appena raccontato passa attraverso l’esperienza diretta.
Da quel periodo sono uscito profondamente cambiato; sono diventato un uomo, un adulto.
Quel che però pensavo, era che fosse tutto lì, che una volta conosciuta una verità fondamentale dell’esistenza – e non perché se ne è letto, ma per esperienza diretta – si potesse ripartire sempre da quel punto.
E invece, gli inizi e le verità, si manifestano ogni giorno, ogni istante.
Per anni ho vissuto con quell’eredità, meravigliosa, ma ingombrante. A tal punto, da rendere ciechi.
Poi ci sono stati eventi importanti.
Il contatto diretto con la nascita e la morte.
Quando è nata mia figlia è avvenuta in me una rivoluzione sconvolgente.
Tutto si è ribaltato, stravolgendo l’ordine gerarchico delle priorità.
La natura - intesa come evento naturale – si è manifestata attraverso i suoi opposti: la sua grandezza e la sua banalità.
Mai come in quel momento ho sentito la completezza del suo esistere, che comprende appunto il tutto e il nulla, e che questi sono paradossalmente la stessa cosa. Non possono esistere l’uno senza l’altra. Le contrapposizioni abitano lo stesso fenomeno.
Non ero mai stato tanto felice, ma era una felicità permeata di normalità.
La genitorialità lascia poco spazio e tempo all’euforia, trasformandosi subitaneamente in quotidianità.
Insomma, non era come me l’ero immaginato.
La mente mi aveva preparata una scenografia inutile.
Diventare genitore significa mantenere la specie. E per farlo ci vuole attenzione e responsabilità, piuttosto che euforia.
E la prima persona singolare – IO-, diventa plurale – NOI-.
Ma senza canti paradisiaci, cerimonie sfarzose, lussuriose danze.
No. Piuttosto nel segreto di una trasformazione immediata, erede di necessità ancestrali.
Poco dopo il mistero della vita, ho dovuto incontrare quello della morte.
Anche qui, ci vedo l’incontro tra estremi: entrambi inquilini della stessa casa, entrambi necessari, complementari.
Quando è morta mia madre la sensazione più forte di ogni altra, è stata quella della solitudine vera, profonda, paragonabile ad un abisso. Una sensazione solida, palpabile, di incontrovertibilità.
Mi sono sentito catapultato violentemente verso le mie stesse braccia, le uniche, ormai, capaci di reggermi davvero.
Anche in questo caso, il dolore, non corrispondeva alle aspettative.
È stato completamente diverso da quello che mi sarei immaginato.
C’era la consapevolezza che cadere nel tranello che noi stessi architettiamo, composto di sensi di colpa, di modelli precostituiti, di idee inculcate corrispondenti a un qualche “dover essere”, non sarebbe stato, per me, possibile.
L’unica possibilità che avevo, era di accettare la diversità del mio sentimento, sconosciuto e inconoscibile, originale e intimo, che non conteneva alcuna manifestazione plateale, adatta ad un uso formale e normale del lutto.
Il lutto è uno degli stati psicologici ed emozionali che nessuno può pretendere di descrivere universalmente, se lo ha davvero vissuto; non foss’altro per la sua originalità, in termini di forma e sostanza. È così strano inglobare in sé l’idea di morte, di fine, che quasi nessuno la affronta prima che sia necessario.
Ricordo che per i tre giorni che vanno dalla morte al funerale, l’idea che più mi ossessionava, era di dover affrontare tutta la gente che conoscevo. Non riuscivo a pensarmi capace di affrontare quella massa di soggettività addolorata che sarebbe venuta a dirmi quanto le dispiaceva. Ed ero certo che avrebbero cercato nei miei occhi stanchi e sfiniti, una qualche corrispondenza.
Invece è stato, questo, molto più semplice; e l’ansia si è stemperata nella condivisione.
Pochi anni dopo, ho affrontato un altro pesante lutto.
La morte di G mi ha voluto assoluto protagonista prima e dopo.
Il prima corrisponde a una lenta agonia. Il decorso di una malattia a diagnosi infausta è un lento calvario che ha come conclusione prevista, il dolore e il sollievo.
Non ce la si fa più, alla fine.
E lo strazio, è alleviato da questo stesso sfinimento.
Ricordo gli ultimi istanti.
Il respiro che cambiava ritmo allungando progressivamente la distanza tra una sequenza inspiro-espiro e l’altra.
Gli ultimi minuti, è evidente oltre ogni personale nozione medica.
Ricordo l’ultimo.
L’attesa del successivo: pur sapendo che non sarebbe giunto – istinto?-, lo si aspetta per l’incapacità di accettazione della fine concreta.
E poi lo scoppio delle ultime lacrime, messe da parte per quel momento. Le altre, erano già state tutte versate copiosamente nei giorni precedenti.
E la spossatezza, la voglia di scappare e al tempo stesso di rimanere ad accarezzare la persona amata.
Non ero solo, eravamo io e sua moglie.
Eravamo le persone che lui avrebbe voluto trovarsi accanto in quel momento.
Eravamo le persone cui lui aveva dedicato le sue ultime lacrime, rispetto alle quali i medici negavano potessero essere sintomatiche e che attribuivano ad una casualità fisiologica del corpo sedato dalla morfina.
E noi invece sapevamo che lui ci sentiva.
Sapevamo che aveva sentito che eravamo con lui e che la promessa fattagli, di non preoccuparsi per noi che ce la saremmo cavata, lui l’aveva sentita e accolta.
Il funerale, stavolta, vista anche l’età e la composizione delle persone che sarebbero venute – qualche centinaio di amici -, mi era stata di sollievo.
La cerimonia, un misto tra rito religioso – il prete era un suo collega di lavoro, uno di quelli che una volta chiamavano “prete operaio” – e laico, è stata commovente e bellissima.
Dopo l’introduzione del sacerdote, che aveva spiegato che si sarebbe trattata di una cerimonia inusuale, chi ne avesse avuta voglia, avrebbe potuto dedicargli un pensiero.
Ho parlato per primo, per interrompere il silenzio gravoso, ma di una bellezza suprema, che si era creato in chiesa.
Le mie parole, in sintesi, dicevano questo:
“ quando G stava morendo, quando entravo in camera e non riuscivo a fermare il pianto, mi chiedevo quale potesse essere il significato di tanto dolore. Un uomo di quarantadue anni moriva lasciando una moglie e un figlio di tre. Dopo la morte, mi sono detto che non c’era significato e senso, che dovevo comunque accettare il mistero di quel che non riuscivo a capire. E che questa era l’occasione, per me e in onore di G., di celebrare la vita in ogni suo singolo istante, perché poi, quando sarebbe toccato a me, non avrei altrimenti potuto far altro che rimpiangerla.”
Da allora, ancora una volta, tutto è cambiato.
E sempre più, il mio tendere allo stare solo, si è modificato.
Mi sono accorto di riuscire ad amare ancor più la vita, e che questa è una meraviglia, anche perché ci sono le persone.
Spesso mi sento travolto dagli eventi, dai ricordi, dall’apprensione.
Ma se guardo gli eventi significativi che mi sono accaduti, sono sempre in qualche misura legati a me in relazione a qualcun altro.
La separazione, credo, è un passaggio.
Segna e ci insegna che per rinascere bisogna lasciar morire qualcosa.
Questa mia è servita probabilmente più a me che a te.
Non potevo comunque arrogarmi il diritto di insegnare o suggerire a qualcun altro un modo di vedere e capire quel che ci accade.
Potevo solo portare a testimonianza il mio vissuto, il mio racconto. Che è lacunoso e parziale, ma sincero.
Ciao A, a presto.