"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità. La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà. La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà. La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività. Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.

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mercoledì, 31 gennaio 2007

C’è una nullità intrinseca in questa domenica

che mi serve per riprendere fiato

per affrontare la settimana in forma

perché ormai sono tarato a dare il meglio di me

quando non sono in me

ma interpreto il mio ruolo

che corrisponde all’essere quello che quelli che frequento conoscono

e per esserlo e per essere quello

alla domenica mi tocca non essere

abitare il nulla

lasciare che il niente insipido m’invada

della sua sostanza inconsistente

 

non so più cosa sia l’entusiasmo

che sapore abbia la vita

non sento più la sua acidità

non gusto più la sua dolcezza

sono un ebete che rinnega il proprio palato

che oblia i sensi

che s’assicura di essere abbastanza chiuso

da resistere agli attacchi invasivi

di chi non s’interessa a me

naufrago galleggio nelle relazioni

in cui regna la forma

che ha assassinato la sostanza

 

m’aggiro per casa come  scimmia

trascino i passi senza sentire il pavimento

guardo spesso l’ora per preparare i muscoli

che mi dovranno sostenere da lunedì

per il resto della settimana

nel mio offrire in sacrificio

la verità del pendolare triste sorridente

che altro non cerca se non un posto a sedere

e buttare occhi e sguardo sul libro

per non guardare gli altri

per non sapere se è guardato

per dimenticare l’inutile significato del suo status

 

arriva sabato e domenica

dopo lun mart merc gio ven

arriva e se ne va in due giorni

vuoti per compensare il pieno

sudati per l’accumulo di corsa

chi sono io in questi giorni

sono forse un altro e qual è quello vero

e quello finto se sono sempre io

a non essermi mai

arriverà questa sera

e dormirò bene

ho una settimana davanti

 

 

 

Postato da: swcpd a 14:11 | link | commenti (1)

venerdì, 26 gennaio 2007

Mostruosità.

In questi giorni leggevo, come tutti, delle atrocità compiute a Erba. Pochi giorni dopo anche a Mestre si è consumata un’altra tragedia simile.

Un ragazzo – a 34 anni, in questi anni, lo si è ancora – si reca armato di coltello a casa della zia. Entra in casa e le squarcia la gola. Poi tenta di ammazzare anche lo zio e il cugino.

I carabinieri lo prendono subito. Lo arrestano, lui confessa. Zio e cugino vengono operati d’urgenza e, se pur gravi, se la cavano.

La ragione del gesto, uno screzio familiare.

Giorni dopo, dice, secondo quanto riportato dai giornali, che è depresso perché nessuno lo perdonerà mai.

 

Anni fa avevo una passione per la collana “sensibili alle foglie”, diretta da Curcio.

Uno di quelli che ho letto, scritto dallo stesso Curcio, intitolato “nel bosco di bistorco” – vado a memoria, dove bistorco significa un doppio avvitamento su di sé, inteso come chiusura -, si racconta con la competenza del sociologo, cui va aggiunta la sua diretta esperienza, della vita nelle carceri. Affronta ogni argomento, compresa, ad esempio, la sessualità.

Ne esce un ritratto di deprivazione tale, da togliere qualsiasi aura di mistero e fascino, che talvolta in letteratura o al cinema, ha suscitato.

Un carcerato non ha più una vita. In quella parentesi temporale, gli viene tolta.

 

Mi veniva da pensare questo alla dichiarazione dell’assassino. Mi dicevo che non si rende evidentemente conto che passerà la sua vita, in assenza di una propria vita.

L’anno scorso, sempre da queste parti, a un paio di chilometri da questo, un uomo, più o meno della stessa età, ammazzava la sua giovane amante e il loro bambino – doveva nascere poco dopo – seppellendoli ancora vivi.

 

La caratteristica che accomuna questi tre esempi, è l’assoluta normalità degli assassini. Gente comune.

Senza scomodare l’incongruenza del concetto di normalità, colpisce davvero la non sospettabilità dei potenziali assassini. Non c’è nulla che possa far presumere che quel tale, quella signora, quell’anziano, potenzialmente, potrebbe uscire momentaneamente di testa, e compiere un atto così feroce.

Il punto che più mi ha colpito, è che non mi sorprendo mai. Non esiste delitto o assassino che abbia suscitato in me uno stupore vicino all’incredulità.

Mi sono ormai convinto che il mostro sono anch’io; che lo è ciascuno di noi.

 

Anni fa seguivo un ragazzo cresciuto a suon di botte. Suo padre, sin da bambino, l’ha cresciuto bastonandolo. Secondo me gli aveva perfino compromesso alcune capacità cognitive. La sua modalità relazionale passava attraverso la fisicità, la corporeità. Era totalmente incapace, in particolare coi maschi, di rapportarsi in modo normale.

Senza fare psicologismi, ma per descrivere minimamente la situazione, la conferma della propria esistenza passava attraverso il corpo; spesso mortificandolo.

Era un ragazzo che non si poteva che amare.

La qualità che più  evidenziava, era l’innocenza. Non c’era azione, parola, gesto, che non fosse immediatamente riconducibile alla ragione che l’aveva provocata.

Era azione-reazione, causa-effetto, senza filtro, trasparente.

Da un certo punto in poi, conclusa la fase di studio,  ha iniziato ad avere atteggiamenti provocanti. Non riusciva a contenersi e per entrare in relazione doveva agire in senso invasivo. Ti travolgeva, era onnipresente, martellante. Poi iniziava a spingere, a menare schiaffi, a dare pugni. Dapprima scherzosi; poi sempre meno.

Di giorno in giorno, diventava sempre più impegnativo. Con un collega – eravamo in una comunità – aveva iniziato a lottare fisicamente. Ti saltava addosso, ti stringeva il collo, cercava di buttarti a terra. E perdeva sempre. Non c’era confronto che non lo vedesse perdente.

Io non ero d’accordo con questa modalità, mi sembrava pericolosa, difficilmente gestibile.

E tuttavia, checché ne pensassimo noi, lui continuava, in crescendo.

Un giorno aveva rubato un coltello da cucina lungo trenta centimetri e al mio rifiuto di accordargli denaro, mi aveva minacciato con questo. Ma non faceva paura. Glielo leggevo negli occhi che non poteva farmi del male.

Tempo dopo, una sera, ero in turno. Era una giornata pesante per lui e anche per me. Aveva iniziato a starmi addosso, a spingere, a buttarmisi addosso, a prendermi per il collo. Ero riuscito ad arginare il tutto, ma ormai anche con me, aveva quella modalità. Dopo ore e ore, non ce la facevo più e all’ennesima provocazione ho reagito prendendolo per il collo a mia volta.

Ricordo la sequenza dell’accaduto: camminavo veloce verso di lui fino a raggiungerlo sul retro del divano; lo prendo e scuoto tenendolo per i vestiti; le mani si staccano dai vestiti e si appoggiano sul  collo; stringo, un po’, più di quello che vorrei; lascio la presa.

L‘episodio non ha avuto alcun valore per lui, credo l’abbia dimenticato subito dopo.

Ma non potrò mai dimenticare la sensazione che ho provato nel vedermi agire un atto che mai mi sarei sognato di compiere. L’effetto a livello di ferita narcisistica, la consapevolezza che le idee sono solo concetti vuoti, che solo l’esperire conta, che i limiti che uno si dà valgono solo se contestualizzati e protetti. Se uno si circonda delle sue “cosine”, dei suoi amici perfetti, dei suoi dischi e libri, delle sue parole e idee.

Staccato dal mondo, ci si immagina un ordine, una scala di valori.

Il ritorno al ventre materno, a galleggiare nel silenzio, accuditi, protetti.

In quell’oasi infantile tutto è armonia.

Fuori è frastuono, casino, conflitto, contraddizione.

Fuori siamo condannati all’imperfezione.

Siamo vulnerabili e impauriti.

Allora è normale difendersi.

 

Ma talvolta non basta. Un piccolo proprio mondo non basta. Le proprie idee colludono con quelle degli altri. Idee invasive, taglienti, laceranti.

La normalità prevede una lunga sequela di compromessi, di contrattazioni, di capacità di convivenza con le normalità altrui. Creando anormalità accettabili; o, ribaltando la prospettiva, normalità elastiche, duttili, meno personali e più sporcate da quelle altrui.

Questo continuo adattamento diventa per alcuni intollerabile, inaccettabile.

Di norma ce la si fa, si affronta tutto. Ci si difende allargando l’ospitalità all’infelicità. Si impara a convivere con questa.

 

Non so concludere questo post in modo armonioso.

Ho cercato di portare un concetto che mi ripugna, che razionalmente respingo.

Ma so, per averlo esperito, che quella sera un pezzo di mostro che sono, avrebbe potuto prevalere.

E sarei diventato mostro, sapendo di non esserlo.

 

Ed ho maggiori probabilità di non diventarlo, appunto perché so di esserlo.     

Postato da: swcpd a 20:08 | link | commenti
cronache così

giovedì, 25 gennaio 2007

non riesco a vedere il mio blog. segno del destino. era forse ora di basta. penserò se farne un altro

Postato da: swcpd a 20:44 | link | commenti

domenica, 21 gennaio 2007

Il futuro è vecchio

 

 

Immaginare il divenire, quello che sarà di noi.

Pur credendo caparbiamente  sia fondamentale occuparsi del proprio presente, ho ceduto alla tentazione di pensare al futuro.

La biologia non ha una morale, segue inesorabilmente il suo corso, incurante delle nostre idee sulla giustizia (quella che dovrebbe rispondere alle  fantasie sull’immortalità ); il suo compito è quello di accompagnarci durante tutta l’esistenza assecondando una logica che è chimica più che filosofica.

La vecchiaia, così come la morte, è inevitabile; a meno che non ci si fermi prima, ma questa è un’altra questione.

Questa assodata inevitabilità  tocca tutti, ma non si dia per scontato che tutti l’accettino.

Saremo un corpo stanco, una mente lenta; ma i sentimenti sono vivi, le tentazioni ammalianti come sempre, il fuoco  arde l’anima.

E’ difficile rassegnarsi a quest’ambivalenza sconveniente, meglio non pensarci e lasciarla a chi la vive in prima persona.

Ebbene questa è una corsa immaginaria attraverso qualche decennio ed è perciò un’invenzione, una proiezione fantastica. Nonostante questo, credo rappresenti una possibile realtà.  E’ un pensiero esteso ad una moltitudine che è spesso lasciata sola, a convivere con malanni più o meno diffusi, con un’autonomia ridotta, con nessuna voce in capitolo nel grande gioco delle lobby di potere; ma che esiste, pensa, vive, nonostante le apparenze, in alcuni casi, mortifere.

Ma il tempo e la vita servono a prepararci, a far giungere a noi gli eventi così come sono.

Le improvvisate, le incombenze, sono conseguenti a ciò che noi, esseri umani evoluti, abbiamo contribuito a creare; spesso provocando disastri e lutti senza appello.

Perché la natura non si vendica: deve banalmente ripristinare l’equilibrio e, perciò, agisce; ma senza acredine, senza violenza, così come sa e deve fare.

Allora invecchiamo; accettiamolo, così come dovremmo fare con tutto quello che incontriamo in questa vita; che  è così breve che , a maggior ragione, dovremmo attribuirle un valore inestimabile.

 

 

UN QUESTIONARIO

 

 

         Un questionario da compilare, così mi hanno chiesto gentilmente di fare.

Si, sono stati gentili; quanto lo possono essere coloro i quali sono animati da un unico e preciso scopo: la ricerca.

Questo, di fatto, esclude la mia persona: si studia un caso, che sono io, ma potrebbe essere chiunque. Come dire, con grazia: “ prego, sarebbe così gentile da farmi da cavia?”.

Per carità, non avrei niente in contrario; ma non posso tollerare mi si rivolgano domande che, in poche righe, dovrebbero descrivere la mia vita, le mie idee, i miei gusti.

Allora ho deciso: la mia vita, per tappe e in breve, gliela racconto con una lettera; così posso spiegare meglio il senso di quelle risposte altrimenti così asettiche e vuote.

Se vorranno la leggeranno, se non ne hanno voglia la cestineranno, ma rifiuto di prestarmi a giochini che li aiuterebbero a fare della mia persona un dato statistico, uno zero virgola qualcosa.

 

Eccomi signore e signori: il mio nome lo sapete, la mia età anche, idem per lo stato civile, il reddito, il conto corrente.

Quello che probabilmente non sapete ancora, è chi sta dietro, anzi dentro, a questi dati.

Dico così perché, lavorando, siete ancora nella fase in cui  avete più tempo,  davanti a voi, di quello che avete lasciato dietro.

Alla mia età, invece, ci si arriva stanchi, fisicamente provati, moralmente umiliati.

Quando ero bambino, il nonno era colui al quale tutto doveva essere chiesto, alla cui attenzione tutto doveva essere sottoposto.

Non era uno status  tirannico ma piuttosto di riconoscenza, di consapevolezza che aver vissuto voleva dire aver maturato esperienze.

Questo, si sa, non corrisponde esattamente al vero. La vita non è una somma algebrica, ed è conseguente a come uno l’ha vissuta: conosco vecchi-bambini e vecchi-saggi, vecchi-stronzi e vecchi-compassionevoli, vecchi-gelosi e vecchi-curiosi ecc.

Tutti, anche da vecchi, mantengono le abitudini che hanno sempre avuto e molti, per rabbia e disperazione le esasperano trasformandole in ossessioni.

 

Come posso iniziare: non so cosa raccontare, spiegare.

La prima cosa che mi viene in mente è che sono vedovo da un po’ d’anni. Che sono papà e nonno e suocero.

Mi appartengono tanti aggettivi e quindi dovrei aver sviluppato capacità e accumulato esperienze  tali, da poter dire la mia su tutto e tutti. Dovrei essere come una botte all’interno della quale conservo ricordi e coltivo saggezza.

Ma invece dico che sono una persona che ha lentamente e inesorabilmente diminuito la capacità fisica di salire scale, di camminare sotto il sole, di mangiare e bere quando ne ha voglia: questo mi suggeriscono il corpo e il cuore.

Col passare degli anni sono passato dallo stato di grazia della scoperta della solitudine, allo stato miserrimo e deprivante dell’isolamento.

Prima potevo decidere con calma cosa fare e quando farlo; ora devo subire le voglie e le possibilità altrui di venirmi a trovare; devo stare con le altre persone indipendentemente dal fatto che io ne abbia voglia in quel momento.

Ho scoperto a mie spese la tirannia delle abitudini. Aumentano proporzionalmente con l’aumentare dell’età.

E’ quasi ridicolo immettere in un racconto che vorrebbe essere di vita particolari così minimali, ma sento di aver bisogno di raccontare il mio presente, di non cadere nella trappola dolce e accogliente del tempo che fu: di quando ero felice e non lo sapevo, di quando stavo bene, di quando ero giovane.

Sento di poter dire come si sente un vecchio nel nostro, anzi nel vostro, tempo.

La sensazione più angosciosa è quella di sentirsi ai margini, di non interessare più a nessuno, di sentire che gli altri,  al massimo, ti tollerano.

Io, che nella mia vita sono sempre stato attivo,  mi ritrovo qui, molliccio, maleodorante, ai limiti dell’autosufficienza, ad implorare attenzione, a raccogliere biasimo, a non trovare più il senso della mia esistenza, se  questa è  la condizione in cui dovrò morire.

E’ quasi insopportabile stare soli quasi tutto il tempo: SOLI, COMPLETAMENTE SOLI, VOGLIO URLARE, PROVATECI, PROVATECI, PROVATECI,  e poi ne riparliamo.

 

Se in un vecchio c’è ancora dignità, come può stare in mezzo a questa follia, in questo autismo dei rapporti, in questa inciviltà per cui sei fuori se non produci? Immaginare la vecchiaia come uno stato di riposo; vedersi in prospettiva quieti, senza più ansie che divorano, senza più desideri irrealizzabili e faticosi: così dovrebbe essere.

Sono senza fiato, senza parole, attonito, stupito, esterrefatto: sono uno scroccatore di risorse perché non produco più.

E’ la logica più aberrante  cui l’essere umano  potesse mai arrivare.

Ho la televisione, certo; ed è vero, una volta non c’era ed è, ancor vero, che tiene compagnia.

Ma avete mai provato a guardare con attenzione e un po’ di lucidità ciò che ci costringono a vedere?

Ma non ne sentiamo tutti la vergogna, il disgusto, il non senso?

La rappresentazione di quello che non è, è la regola.

Tutti i programmi, la pubblicità, sono il massimo dello sforzo per non disgustare nessuno ma nemmeno per esaltare alcuno dei nostri sensi; anzi, semmai per assopirli.

A me questo stato delle cose non piace.

Mi sembra che invece di agevolare delle condizioni tali da favorire la fine della mia vita nell’agio, ci sia un piano segreto per stordirmi e demotivarmi.

Così me ne sto buono, malaticcio e malconcio in disparte, senza disturbare; senza insinuare il dubbio che questa rincorsa senza fine, non abbia senso.

Sono molto a disagio all’idea di me stesso che pensa come se non vedesse l’ora di andarsene per non fare più fatica, per paura di scoprire la verità un poco alla volta, giorno dopo giorno. Che poi non sono neanche sicuro che questa sia la verità, ma piuttosto le fantasie di un vecchio senza speranze, che è arrabbiato con il mondo perché questo si è dimenticato che lui esiste.

 

La mia vita adesso si potrebbe rappresentare attraverso le  infinite ritualità, le abitudini che mi portano dalla mattina alla sera a ripetere le stesse azioni, sempre nello stesso modo, alla stessa ora.

Vorrei aver saputo queste cose da più tempo, avrei saputo come affrontarle, ricavarne una qualche forma di gioia, di soddisfazione.

Nessuno ce lo ha mai insegnato a diventare vecchi in quest’epoca dell’efficienza.

Alzarsi alla mattina: attento alla schiena, alla testa che gira, a non farsela addosso.

Fare colazione: attenzione all’alimentazione, al colesterolo, alla dentiera.

Lavarsi: stare attenti a non scivolare, a non bagnarsi tutto, a profumarsi la pelle che non sa più di buono.

Uscire: attenti alle scale, a non dimenticare le chiavi, a cambiarsi di vestito, ad avere con sé il portafoglio.

Fuori: tutto fa paura, il rumore, le macchine, i motorini, i delinquenti, le strisce pedonali, gli autobus troppo alti e scomodi.

….. attraversare una strada, il corpo che ha una dimensione dello spazio e del tempo rallentata; la testa manda gli ordini ma è tutto come alla moviola, e attraversare una strada, con le macchine che sfrecciano, i motorini che rombano, tutto cambia prospettiva “oddio, ce la farò, riuscirò ad attraversare, capiranno che sono lento?”.

….. e così via; tutto è fatica, sforzo fisico e mnemonico.

Ma ancor più collocare tutto questo dentro di sé, dargli un posto, un senso, una giustificazione.

Credo non si tratti solo di invidia per quelli che ancora sono attivi, quanto piuttosto rassegnarsi all’idea che il riposo del corpo  e della mente non combacino esattamente con la fine dei desideri.

Si continua ad essere vivi dentro, a voler fare, dire, partecipare ma non si riesce a dimostrarlo per paura di essere compatiti o, peggio, considerati eccentrici o pazzi o in demenza senile.

Si, è paura tangibile, palpabile. Paura di mandare qualcuno a quel paese quando se lo merita.

Timore di fare il vuoto attorno a sé che poi quando si ha bisogno non trovi nessuno ad aiutarti.

Orrore derivante dalla constatazione che i vecchi sono solo vecchi; non resta quasi più traccia di ciò che si era e si è.

Si muore come si è vissuti; come si muore se ci si accorge di non aver vissuto?

Se si guarda indietro ed è tutto vuoto, vanificato dalla rabbia, dalla paura, dalla sensazione che questi brutti ultimi anni della nostra vita non rappresentino il giusto e meritato  finale ma bensì una noiosa e decadente, lenta e paludosa fine.

No, non va bene, ma non solo per me. Non sono ancora rassegnato che così sia, e sarà per sempre. Nell’immutabile protrarsi di una vita esteriormente meccanizzata, fisicamente deficitata, c’è ancora voglia di ascoltare una voce, una musica.

C’è ancora voglia di percepire un profumo, un sapore, una visione magica.

C’è ancora il vivo interesse a capire e conoscere il mistero della vita.

Sono ancora grato a questa esistenza, a questo assaporare lentamente un frammento di bellezza, un istante di commozione.

Sono arrabbiato perché non più capace di fare, con un corpo che latita, sciopera nelle sue funzioni basilari.

Ma alcune volte mi perdo in un sorriso, in un complimento sincero di chi ancora mi vuol bene ed è medicina, sussulto, meraviglia.

Non ho raccontato la mia vita come promesso; ho parlato del mio più recente periodo di vecchio. Con la vana speranza di cambiare la vecchiaia di altri, di quelli che diverranno vecchi tra un po’.

 Spero che leggiate e capiate che io sono uno dei fortunati che non sta tanto male, che non è povero ridotto alla fame, che può ancora muoversi.

E vorrei concludere con una frase banale, dire che tutti potremmo stare meglio curando di più le relazioni, l’attenzione agli altri, rifiutando e proponendo qualcosa di diverso da quello che c’è già, magari un saluto e un sorriso obbligatorio quando si incontra un vecchio per strada.

Pensateci.

Postato da: swcpd a 09:59 | link | commenti
racconto

sabato, 20 gennaio 2007

Una volta scrivevo di più di quello che vedevo e sentivo succedere nel mondo. Attraverso quel che succedeva, scaturivano  idee che, a partire da quello, fiorivano in libertà, seppur condizionata.

La libertà condizionata delle idee.

Spesso, girando per blog e siti vari, ho l’impressione di essere carente, di aver ristretto la visuale del mio sguardo.

Ho dovuto speso modificare ritmo, abitudini, strategie, per far fronte ai continui cambiamenti della mia vita. Fino a un certo punto, girare significava apprendere, immergersi negli eventi, aderire a sempre nuovi stimoli.

Ora guardo sempre meno, sento sempre meno in termini di logica e razionalità. Ora mi pare di percepire attraverso la rappresentazione sintomatica di quegli eventi: di quello che lasciano come reazione, dell’essenza – in forma di riassunto si potrebbe dire -.

Sento il mormorio, vedo le espressioni, assorbo il non verbale, delle persone che mi circondano.

La mattina in treno mi pare che aleggi una stanchezza tale, che la maggiore occupazione è contrastarne l’effetto deleterio.

 Ho l’impressione di vedere una sempre maggior tendenza a rappresentare il proprio personaggio, per come si immagina debba dire, pensare, indossare, essere.

Guardavo due ragazzi, forse meglio dire uomini in riferimento alla loro presunta età, che aderivano perfettamente al personaggio che, dovessi descriverlo, userei come archetipo.

Alla mattina  Venezia si popola di architetti e avvocati. E sono riconoscibilissimi. Stamattina un’avvocata si è letta per tutti i 40 minuti che ho passato seduto di fronte a lei, un prontuario per avvocati che argomentava di contratti di lavoro. Sarà stata una tardo trentenne ed aveva un’aria esausta già alle 8.30 di mattina.

Leggevo de lillo, e talvolta alzavo lo sguardo e osservavo.

Quando ha salutato un conoscente, aveva una voce di donna stanca, stufa. La sua femminilità era sorretta solo dalla divisa d’ordinanza. La sua bellezza, ne era travolta. Quel prontuario mi sembrava uno strumento di schiavitù. Un dover essere senza possibilità di porvi termine.

Non mi sorprende cercasse di ripassare la materia della sua causa quotidiana. Era l’atteggiamento con cui l’approcciava, a impressionarmi.

Una volta arrivati, mentre indossava il giubbotto imbottito, è arrivata una bionda che si è frapposta tra lei e il collega, anch’egli in procinto di vestirsi e scendere. La bionda aveva un sorriso di circostanza, di seduzione automatizzata.

L’avvocata se n’è andata con un saluto sommesso, lasciando bionda e avvocato con maglione verde avvocato, con una postura dimessa.

Mentre guardo queste persone sento i loro pensieri; senza temere di essere impazzito, ma come fossi un sceneggiatore, colgo sguardi e smorfie involontarie e piazzo il testo.

L’avvocata avrebbe detto tra sé uscendo dal vagone, con voce fuori campo a indicare che quello era pensato e non parlato, “che quella biondina si vedeva lontano tre chilometri che gliela voleva dare. Che le segretarie possono. Che i maschi, quei pochi rimasti, e gli uomini più in generale, sono dei fessi, che gli basta un sorriso, un complimento, una tetta rifatta, un pensiero suggerito dai modi, a fargli perdere la testa. E lei, anche se è avvocata, che tutti pensano che sia chissà che cosa, è sempre là incasinata e stanca, e che se non fa un figlio nel giro di un paio d’anni resterà per sempre sola”. 

Arrivo a Venezia e incontro un amico. Ci scambiamo qualche battuta e dopo un po’ s’inizia un discorso che non riporto, e che significava in sintesi che questo è un mondo corrotto, che fa schifo e che, in poche parole, tutto è merda. Sono stato ad ascoltare per più di mezz’ora intervallando il suo parlare con considerazioni più o meno pertinenti.

Alla fine, visto l’alto tasso di immoralità che attribuiva agli altri, gli ho chiesto cosa fa lui per cambiare le cose. In concreto.

Mi fa piccoli esempi, anteponendo la sua nullità alla prepotenza di chi comanda.

Mi sentivo vagamente a disagio. Mi sembrava che tutte quelle parole fossero solo uno sfogo, di cui riconosco il bisogno, ma che erano intrise solo di qualunquismo, di prospettive appiattite, di tristezza di fondo.

Ho cercato di comunicarglielo. Non volevo essere feroce o invasivo, ma la nausea, fomentata anche dal freddo che saliva dai piedi dopo quella lunga pausa all’aperto, mi rendeva tutto difficile.

A un tratto ho sentito che non ne potevo più, che mi sentivo soverchiare e contagiare dall’energia malata di quegli esseri umani allo sbando, alla deriva. Mi sembrava di essere testimone di una tragedia cui non avevo più la forza di oppormi.

Come vedere qualcuno trascinato via dalla corrente e sentirsi impotenti e inutili.

Di solito ho le energie per affrontare questa sensazione. Di solito trovo parole adatte. Usualmente non mi ci faccio condizionare.

Ma questa volta, questa mattina umida, sono consapevole di avere a mia volta esaurite le energie, che ne ho appena sufficienti per me, che nulla posso contro questa tendenza all’inutilità che pervade le persone, e anche me, evidentemente.

Saluto, vado.

Cammino e penso che voler cambiare il mondo e gli altri è una trappola. È figlia delle idee, delle ideologie.

Che è meglio continuare a studiare me,  stare attento a me.

Che il mondo, mai come oggi, è troppo complesso e articolato, e che cercare di stare dietro a tutto, a controllare tutto e tutti, è un’impresa siffatta per annientare chiunque.

E che sarebbe stato meglio camminare e scaldare i piedi.

E fare attenzione.

E lasciare che ognuno, sul proprio blog, parli di quello che più gli va’.

Postato da: swcpd a 08:38 | link | commenti (2)
meta diari

mercoledì, 17 gennaio 2007

NUOVE TENTAZIONI

 

 

Ogni sera la vedeva.
Ogni santa sera, da qualche tempo, consumava quel rito vouyeristico trovando un qualche buon motivo per passare nei suoi paraggi e guardarla.
Ammirava irrazionalmente l’eleganza sgraziata e i tratti decisi di quel volto che recitava sempre le stesse smorfie, figlie degeneri di un copione beffardo.
Lei sapeva gestire i suoi spazi con scioltezza e sembrava avere sempre la situazione sotto controllo.
Lui, pur trattandosi di una circostanza inusuale e certamente equivoca, non riusciva a dominare quel misto di desiderio e rifiuto che lo avviluppavano.
Era tragicamente vittima consapevole di una scandalosa coazione a ripetere.
Era diventata protagonista, oggetto-soggetto, delle sue frequenti erezioni marmoree.
Mai in vita, il corpo remissivo e ubbidiente di lui, aveva rivelato una simile foga: tanto meno quella parte – sì, proprio quella lì, in mezzo alle gambe; quella insomma -.
Un turgore solido, fieramente eretto e poco condiscendente, sembrava la parossistica vendetta, a lungo meditata, delle scarse attenzioni rivolte alla zona in questione.
Divenuta oramai un’ossessione, farciva infinite fantasie intrufolandosi, improvvisa e inopportuna, in momenti e situazioni, senza offrire alcun elemento di preavviso. Faccia, tette, culo, fica, gambe, fluttuavano tonde e morbide nella sua mente.
Giorno dopo giorno, il gioco espandeva il suo raggio d’azione: solamente una collaudata tecnica di autocontrollo gli consentiva di ricavarsi degli spazi nei quali poter sfogare tanta focosa prepotenza.
Fantasie erotiche, sporcaccione e goderecce, avevano così possibilità di manifestarsi ed essere assecondate: compartimentazione; scissione; il giusto tempo per ogni cosa.
Era tuttavia una continua lotta con la morale, il senso di colpa, i dogmi inculcati a forza: in questi frangenti comunque , quei retaggi risultavano insapori e stantii come bibite sgasate.
Nei momenti in cui riusciva a valutare serenamente la questione, si chiedeva se non fosse la natura stessa, soffocata da retaggi di cui spesso, a livello istintuale, dubitava, a chieder il conto. Un rendiconto i cui elementi biologici erano oppressi da quelli della ragione.
Finora aveva resistito ricorrendo a strategie che tenevano a bada certe esuberanze. Riusciva a convivere con quei repentini picchi ormonali ricorrendo alla forza della coerenza.
Ma stavolta, quel che succedeva era oltre, aldilà, inconfessabile.
In questo caso si rese conto che non riusciva a contenersi.
Oramai lei aveva invaso come nebbia ogni anfratto: era arrivata ad introdursi nel sonno sconvolgendone i sogni.
Prese allora l’unica decisione che gli sembrò plausibile: non poteva più procrastinare e lasciare che quell’ossessione s’intrufolasse in ogni dove.
Quella sera avrebbe affrontato a viso aperto il suo incubo di sangue pulsante e carne e ne avrebbe interrotto gli influssi consumandolo in loco.
Prese il pandino in dotazione alla parrocchia e finita la messa serale si avviò.
Indossò abiti civili e nascose crocifisso e figurina del papa che stava in bella mostra sul cruscotto.
La riconobbe già in distanza.
Sudando freddo e tremando accostò in modo inequivocabile.
Pochi metri e una manciata di secondi furono sufficienti a seccargli le fauci e procurargli una significativa balbuzie.
Lei si avvicinò come al rallentatore.
Lui abbassò fremendo il finestrino a manovella.
Lei disse: “ciao bello”.
Lui rispose: “ qua-quanto vuoi?”.

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lunedì, 15 gennaio 2007

Camminavo nella nebbia e ascoltavo el muniria.

Mentre guardavo davanti, a pochi passi da me, un tizio parlava con un altro. Non sentivo ma guardavo. Era vestito da dieci anni fa. Era pettinato da dieci anni fa.

Mentre ascoltavo e guardavo, ascoltandomi per capire se mi veniva la storia del tipo da dieci anni fa, ascoltavo invece il linguaggio sordo della tristezza.

Il linguaggio sordo della tristezza aveva la stessa consistenza pastosa e inafferrabile insieme, della nebbia. Ero perfettamente in sintonia con la nebbia.

Le calli e i ponti si succedevano come sempre, immutabili. Non si vedeva oltre i dieci metri. Non riuscivo a uscire dalla tristezza. Non riuscivo nemmeno ad accettarla.

Non riuscivo ad accettarmi triste.

Cercavo di accettare, ma mi respingevo, in quella versione.

Sentivo penetrante l’assenza.

Sentivo un dolore sordo riposare da qualche, dentro. Sordo dolore nella nebbia umida.

Sono cieco, non so vedere oltre i dieci metri. Sono sordo, non mi so sentire con nitidezza.

Nella medicina cinese l’occhio è la rappresentazione esterna dell’energia del fegato. L’orecchio dell’energia del rene.

Le mie cellule accolgono e cullano quel dolore che non ho voluto sentire e lo lasciano riposare. Il mio corpo nasconde segreti e li espellerà trasformandoli in malattia.

Non mi ammalo da anni. So tenere i segreti stretti tra le viscere.

So accogliere tutto anche se non lo vedo o sento, quel tutto.

Mentre camminavo nella nebbia, illusione di consistenza, gridavo mi manchi, mi manchi, mi manchi.

Mentre gridavo senza emettere una sola parola, urlando in me, autoproducendo l’eco da me, dentro le mie pareti, finalmente ammettendolo, l’urlo, iniziavo a scioglierlo, a dissolverlo.

Accetta tutto, accetta tutto. Accetta te, non rifiutarti. Sii quel che sei. Sii quell’urlo assorbito dalla nebbia.

Quando stavo per arrivare in stazione, sentivo il peso e l’eccitazione che preludono il bisogno di scrivere.

Sapevo che avrei scritte parole senza trama.

Non ho niente da raccontare.

Eppure, non sono certo il primo a scrivere pur avendo nulla da dire.

“Fuori nebbia fitta e buio assoluto: un ottimo incipit per una storia”

Postato da: swcpd a 20:39 | link | commenti (2)
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mercoledì, 10 gennaio 2007

Mi accorgo con raccapriccio che mi sto trasformando in personaggio.

Parlavo l’altro giorno con un amico e gli raccontavo come va, visto che da un pezzo non ci aggiornavamo.

Raccontandogli come va la mia vita, gli dicevo anche tutta una serie di “cose di cui mi occupo”.

Le cose, sono gli impegni, e i riflessi che questi  lasciano in me.

Mentre raccontavo, realizzavo come la lista di quello che faccio, e quindi che in parte sono, fosse una carrellata dei desiderata che da anni associavo alla perfetta estetica dell’artista mancato.

Anni fa, un bel po’ ormai, avevo iniziato un percorso che non prevedeva possibilità di ritorno. Poco prima di allora, era iniziato un altro percorso che però non sapevo lo fosse.

Il primo, quello che non sapevo lo fosse, è stato l’incontro con il trascendente inconsapevole. Mi ero semplicemente trovato ad affrontare la solitudine, e ne ero rimasto sconvolto. In senso positivo. Non la pensavo posseduta da aspetti così violentemente benefici.

Ricordo che abitavo a circa un’ora di macchina dagli amici, quelli soliti, quelli con cui stavo da sempre. Questo distacco, oltre che logistico, si è rivelato in seguito come necessario all’uscita dall’età giovanile e funzionale all’entrata in quella adulta. Parlo di circa quindici anni fa; ero allora un ventisettenne ancora acerbo, ancora ingenuo piuttosto che innocente, recidivo e immobilizzato da certe idee tardo adolescenziali.

Il fatto di non poter raggiungere sempre quegli amici – in coincidenza con accadimenti locali simili  - mi ha costretto a stare da solo.

Ricordo quei momenti come caratterizzati da un forte smarrimento, da paura e da tensione emotiva. Se dovessi concentrare ancor più le definizioni, direi che ero pervaso dal panico di essere dimenticato, in quanto non presente.

Sempre allora, quando ancora non conoscevo la non casualità degli accadimenti, mi ritrovavo spesso a girare, solo, per le colline di Conegliano, dove allora vivevo.

Ho anche tentato di scriverne; tuttavia quelle parole risultano ridondanti e goffe.  Non capivo che non ci sono parole per descrivere quelle sensazioni e che il tentativo di raccontarle a parole, era l’arte sbagliata. Si poteva forse dipingerle, forse musicarle; di certo però, non raccontarle. Sarebbe come tentare di spiegare cos’è l’innamoramento a qualcuno che mai l’ha provato. O un lutto, o la nascita del proprio figlio.

Al solito, l’esperienza è totalmente priva di sovrastrutture, di ricami culturali, di aggettivi altisonanti. L’esperienza è profonda e banale, stupefacente e ordinaria.

In quella solitudine, in quei momenti dapprima subiti, poi cercati, ho iniziato a perlustrare me, senza bugie e preconcetti.

E stare da solo, da allora, è totalmente cambiato: prima sembrava sofferenza del non essere presente, per diventare poi esigenza del non essere, per ritrovarmi.

Anni dopo, lasciato quel luogo bellissimo ma inflazionato dalla presenza dell’archetipo del nordest da barzelletta, ho iniziato a leggere ed esperire gli insegnamenti di alcuni mistici. Dirlo adesso mi procura un vago senso di vergogna. Quando li ho conosciuti, non erano ancora la moda che sono ora. E per me hanno rappresentato la risposta a quelle domande e quei vuoti che da sempre mi hanno vessato e fatto sentire un abitante casuale della mia era. E ho capito quei silenzi, quei vuoti, quello spazio che in collina, di fronte alla meraviglia ineguagliabile dei boschi in autunno, o nel silenzio della mia casa di allora, abitata solo da me e priva di qualsiasi bisogno di interpretazione di qualsivoglia copione, sentivo senza capire cosa fosse.

Poi c’è stato il periodo della scrittura, della genitorialità, dell’adultità, della concretezza.

E se torno indietro, cercando di immaginare quello che avrei voluto essere, rivedo in ciò che sono l’ombra della predestinazione, in apparenza, e forse, in profondità, della costruzione del personaggio, più che della persona.

I maestri cui sopra consigliano l’attenzione, la consapevolezza. Raccontano della presenza dell’ego, della mente padrona, dell’illusione della libertà.

Fino a che giriamo nel circuito delle strutture mentali, saremo prodotti della mente. Fino a che non studiamo e capiamo i meccanismi che ci inducono ad agire, a reagire,a muoverci in risposta a stimoli e non per fluidità e intelligenza propri, saremo servi e non padroni.

Allora, tornando all’altro giorno, al placido chiacchierare con l’amico.

-Faccio l’educatore, mestiere desiderato, solo immaginato pochi anni fa.

-Tra un anno e mezzo diventerò terapista shiatsu, figura che pratica misure alternative al sapere occidentale.

-Sono vegetariano da più di tredici anni non ne ho voglia ma quando me lo chiedono, talvolta, enuncio le ragioni della mia scelta.

-Non bevo e non fumo a parte le canne che però sono naturali

-Scrivo e faccio dei reading che riscuotono nel loro piccolo successo vengo vissuto come fossi un’artista

 

Mentre dicevo questo, mi rendevo conto di parlare di un personaggio.

La mia ultima mossa è stata far crescere la barba un amico dice che sembro più poeta così

E allora mi dovrei fermare, valutare le sotterranee forze che mi hanno portato a trasformarmi nell’immagine di uno alternativo al solito, che sembra più di quello che è, che parla e scrive meglio di quello che è.

Sto girando su me stesso.

E ho anche un blog personale: cazzo, in gamba questo!

 

Postato da: swcpd a 20:15 | link | commenti (7)
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domenica, 07 gennaio 2007

La foto in bagno

 

Era mattina, l’ora della sveglia, e un cerchio alla testa ti tediava assillante.

Nella luce artificiale del bagno stavi in piedi davanti allo specchio sforzandoti di  credere che l’immagine riflessa non corrispondesse al tuo viso.

Quello era un volto da caricatura, un’immagine che galleggiava all’interno di una superficie chimica:  uguale ma rarefatta, precisa ma lisergica; lo specchio,  simbolo muto di fantasie.

Da sempre.

 

 

Dietro, all’altezza della testa, la foto in bianco e nero dei tuoi genitori posta in un quadretto con  cornice marron scuro, spessa  e solida, come lo erano i lavori artigianali di una volta; pagati cari ma destinati a durare per sempre.

Erano vicini, le braccia incollate l’una con l’altra, con i volti sorridenti ma non troppo, come se anche la felicità avesse un protocollo che esigeva rispetto.

Tuttavia, abilità del fotografo o magia dell’amore che fosse, quella coppia ben assortita restituiva una sensazione irrazionale di complicità che  attirava invidia e disegnava passione e tormento.

Lo sfondo, anche se neutro come l’abbigliamento, accompagnava l’osservatore a immaginare una solida posizione sociale.

Ogni giorno il tuo sguardo veniva risucchiato da quell’immagine, vecchia quanto i tuoi primi ricordi.

Non ricordavi perché era stata appesa in bagno, forse un vezzo di tua madre, artefice dello stile di quella bella e antica casa che avevi ereditato e volentieri continuato ad abitare.

Da sempre, la foto apparteneva alla tua vita mnemonica  interiore, quasi fosse stata pensata appositamente per accompagnare i tuoi giorni.

Era stata scattata il giorno del fidanzamento dei tuoi; dopo un paio d’anni, saresti venuto al mondo, primogenito maschio di una sorella tre anni più giovane.

 

Distolto lo sguardo, lo focalizzasti su di te; pensavi al mistero della natura e ai miracoli della  cosmesi moderna; dopo mezz’ora il tuo aspetto sarebbe cambiato e avrebbe assunto i canoni usuali, quelli che tutti vedevano incrociandoti ogni giorno.

Ti contorcevi in strane espressioni  cercando minuziosamente dei segni sul volto, lievi imperfezioni che potessero minarne la compatta credibilità.

Compivi questi gesti con le dita che tiravano la pelle:  trasformavi i tratti somatici in improbabili maschere; forse per far risaltare la regolarità dei lineamenti, una volta terminato quel gioco senza allegria.

 

Camminasti fino a raggiungere la cucina.

In quei pochi secondi, l’unico pensiero inebetito, combatteva  quel sottile dolore al capo.

Mentre facevi colazione pensavi alla giornata a venire e a quella precedente.  Riuscivi a mettere in riga i pensieri con  disciplina  e , sempre attraverso questa pratica, ti forzavi a ricordare gli aspetti positivi e a cancellare quelli negativi, quasi non fossero  esistiti.

Anche questa consapevolezza fugace veniva subito cancellata per fare spazio a pensieri  direttamente governati dalla tua  volontà.

 

Tornasti in bagno per il tocco finale e ti accorgesti che non riuscivi a sostenere il tuo stesso sguardo, quasi appartenesse ad un altro, ad un essere estraneo.

Non riuscivi a sopportarne la posa fasulla , la finta sicurezza.

Ti chiedesti se anche gli altri provavano lo stesso, guardandoti negli occhi.

Pur facendo di tutto per riuscirci non potevi cacciare quel  pensiero che ti tormentava.

Era pesante da portarsi appresso; significava  dipendenza dagli altri, quando invece, spesso, decantavi con collaudata sicumera,  la tua assoluta libertà di pensiero e d’espressione.

La scelta di come sentirti ti pareva un diritto inalienabile e una solida realtà.

La tua, almeno.

 

Potevi sentire scorrere il sangue nelle vene, ordinarne gli impulsi e determinarne le direzioni.

L’autocontrollo della mente e del corpo era una severa disciplina che  esercitavi con ossessionante solerzia e  attenzione.

Il tuo sguardo esprimeva questo, ma osservando dentro lo scuro degli occhi, all’interno delle pupille, dove i contorni sfumano, ti smarrivi sentendoti defraudato e spogliato di credibilità.

Una caduta verticale velocissima dentro un pozzo nero pece, destabilizzante, senza apparente ritorno.

In questo spazio eri vulnerabile e sentivi di non poter far arrivare nessuno fino a quel limite.

 

Ripensasti ai  rapporti intimi e ritrovasti in quel luogo straniero, solo per pochi attimi, tuo padre e tua madre.

Entrambi per ragioni differenti; la mamma era  dolcezza e  verità; il papà intelligenza, come la tua, una generazione fa, tuo modello involuto.

Sembravano immortali in quella foto.

Così solidi, eppure eterei; così trattenuti, eppure straripanti felicità.

Per un brevissimo istante cedesti alla disperazione; sentivi che la differenza tra loro e te stesso, stava proprio nella naturalezza.

Loro avevano scelto di abbandonare ogni resistenza scivolando dentro la vita, totalmente.

Cacciasti furioso questi pensieri pedanti e invasivi che sarebbero stati adatti ad un bambino e non ad una persona forte e decisa, quale effettivamente sei.

Smettesti di distrarti e tornasti al presente, concreto e  impellente.

 

Pensasti a come vestirti quel giorno.

Pioveva e faceva freddo.

Ti tuffasti  nell’armadio e ti specchiasti una volta vestito.

Ok, si và.

Una pastiglia per il mal di testa; dovevi non stare male  per stare bene.

Dovevi cancellare quest’ombra di vertigine, questi pensieri squilibranti.

Intendevi riappropriarti quanto prima del sentimento da uomo-tutto-d’un-pezzo.

Pensasti per un nanosecondo che il controllo nascondeva paura e che ci doveva essere un segreto dimenticato dietro.

 

Dimenticasti il segreto dimenticato.

Anticipasti il futuro subitaneo: vedesti chiaro come un film il tuo successivo minuto di vita.

Ti saresti avviato verso la macchina; al suo interno avresti acceso la radio e scordato l’imbarazzo.

Ti saresti data un’ultima controllata e via, un’altra giornata da affrontare con ferrea volontà.

 

E così facesti.

Prevedibile, sicuro.

Dimentico del mal di testa e della foto.

 

Postato da: swcpd a 12:04 | link | commenti (3)
racconto

mercoledì, 03 gennaio 2007

Via Dante

 

 

 

         Lei stava tutte le sere al solito posto: una vietta che taglia trasversalmente due delle arterie principali di questa città, media nelle dimensioni, anche se anomala come storia e carattere, rispetto al serioso e operoso nordest.

Ogni sera, imperterrita e puntuale come una sentinella, occupava fieramente  quella strada, lunga solo duecento metri, assieme a poche altre sue coetanee.

Il mercato con cui dovevano concorrere era talmente sproporzionato a loro sfavore da suscitare, quantomeno, curiosità.

A quella stessa ora, in città, almeno altre cento ragazze di ogni razza e colore, operavano i saldi per tutta l’intera stagione ostentando argomenti più appetibili e convincenti.

Non poteva sfuggire al mio occhio, così curioso e professionalmente allenato a scovare storie, un così appariscente contrasto.

Decisi di studiare con attenzione quel fenomeno per comprenderne i segreti; doveva esisterne uno, recondito ma plausibile, da giustificare lunghe e solitarie  attese e  continui passaggi di gente che si rivolgevano a loro con espressioni ridanciane e sarcastiche. 

 

Era ovvio che il tenore di quella strada assumeva i contorni beffardi che ogni stridente contrasto, normalmente, suscita.

Anch’io sghignazzavo le prime volte, definendo quel curioso angolo di città “geronto-meretricio”, sentendomi orgoglioso di aver inventato un neologismo e anche di aver scoperto un nuovo pezzetto di umanità, anarcoide e anacronistica, decisamente fuori dagli schemi.

Era sicura fonte di ispirazione e  mi avrebbe fruttato una storia dignitosa; se condita a dovere, sarei riuscito a renderla misteriosa e accattivante.

L’avevo letto e sentito: qualsiasi scrittore aveva, in realtà, pochissime idee nel corso dell’intera esistenza,  e doveva coltivare quei guizzi geniali e rarissimi come si trattasse di merce preziosa.

Io, purtroppo, non facevo eccezione a quella regola.

Queste arrivavano inaspettate, repentine; guai a lasciarsele sfuggire. Tutto il resto, era mestiere: parole appiccicate una dietro l’altra attorno a quel nucleo illuminato.

 

La prima sera stetti 2 ore; appostato a dovuta distanza, per non farmi notare.

Esausto ma eccitato, memore dei personaggi di Chandler o Ellroy, percepivo appieno il gusto dell’avventura, quasi paragonando, ma non l’avrei mai ammesso, Mestre a L.A.

Il setting di lavoro:

-         portatile sulle gambe a prender appunti

-         telefonino

-         radio accesa

quella sera, dalle dieci a mezzanotte, in tutto due clienti.

Un giovane dall’aspetto del militare dI leva e uno sui 40, anonimo, con un’ aria che trasudava solitudine: i due, complessivamente, l’avevano impegnata 24 minuti.

Il resto della serata: una mezz’ora da sola, poi in compagnia delle sue  colleghe a intervallare  minuti di silenzio a chiacchiere estemporanee, con una atteggiamento, condiviso, di persone sagge che non sprecano fiato solo per non stare zitte.

Avevano anche dovuto faticare non poco a cacciare le avances alcoliche di   ubriachi, extracomunitari sdanarati e affamati d’affetto  gratuito.

Loro, lei in particolare, sembravano resistere e non cedere non per mancanza di cuore o di comprensione ( erano anche loro, in fin dei conti, ai margini di non ben definiti confini riconosciuti e ufficializzati dalla società): erano un’ adesione  e una fedeltà totale ad un’etica che l’esperienza millenaria insegnava loro.

Una volta rotta quella regola avrebbero indotto chiunque a ritenersi legittimato a chiedere senza dare, a pretendere senza contraccambiare.

Tuttavia, si notava la fatica a mantenere quelle leggi non scritte; col passare degli anni, tutto si trasformava in fatica, anche e soprattutto la mancanza di contatti umani.

In assenza di questi, si sa, ci si accontenta anche di quel poco che si racimola qua e là.

 

Dopo una settimana di sere noiosamente uguali nei rituali e nella frequenza delle opportunità di guadagno, decisi di abbordarla.

Non mi sentivo affatto sicuro e tanto meno adeguato. Temevo più d’ogni altra cosa di risultare sgarbato e inopportuno ma mi convinsi, facendo appello alla mia storia professionale e umana, che insegna che si è credibili solo se autentici. Avevo anche paura di essere visto e riconosciuto da qualcuno; e hai voglia, poi di spiegare.

Misi in moto la macchina,  attrezzata più da ufficio che da alcova, e accostai; la feci salire.

Lei mi spiegò subito, senza incertezze, che i lavori che faceva adesso,  erano solo di bocca o di mano; rispettivamente quindici e dieci euro.

Mi sentii in dovere di dirle che ero un aspirante scrittore con molto tempo libero e che tentavo da sempre di scrivere libri che pochi avrebbero comunque letto.

Le confessai che mi ero incuriosito vedendo una dall’apparente età di sessant’anni,  lavorare ancora.

Lei rispose con un mugugno sordo e, con l’indifferenza di chi raramente si sorprende:  mi chiese quale trattamento preferissi.

Tergiversai e ostentai un rifiuto cercando con gentilezza di non offenderla, ma lei mi guardò pigra, diresse le sue mani sul cavallo dei pantaloni e lavorò con consumata maestria, lentamente, su e giù.

M’arresi, e alla subitanea conclusione, schiarendomi la voce per l’imbarazzo e la gradevole sensazione di svuotamento, le chiesi se mi volesse aiutare, raccontandomi la sua storia.

Lei mi propose un patto: mi avrebbe raccontato la sua vita, ma ogni volta  dovevo farmi fare un servizietto, pagare la giusta cifra e dedicare all’intervista, non più di mezz’ora.

Le diedi l’ok con i dieci euro già in mano.

Lei scese goffamente a causa di quel suo corpo dilatato e inflaccidito dall’età e dallo stile di vita equivoco.

Con quel suo cipiglio stanco ma caparbio, mi promise segreti e misteri, ma anche normali vicissitudini  quotidiane.

Premise solo che il suo era una specie di hobby, una via di mezzo tra passione e abitudine dopo trentacinque anni di lavoro in strada.

Stavo per ingranare la prima quando sentii bussare al finestrino.

Era lei, voleva dirmi un’ultima cosa.

Abbassai il finestrino; la faccia di lei, larga e cadente anche se simpatica, invase con  grazia l’abitacolo.

Mi chiese se per caso non avessi voluto cominciare quella sera stessa: non mi sembrò vero e, senz’esitare, le riaprii la portiera.

Lei abbozzò un esordio di discorso e, quasi borbottando, mi disse che saremmo dovuti stare in macchina. Non perché non si fidasse; si vedeva che  ero un bravo ragazzo, anche se dall’aria  sciupata e sfigata. Ma chiarì con fermezza che da almeno quindici anni si era data quella regola, aggiungendo che non  contemplava nemmeno l’idea di andare a casa mia.

Mi avrebbe trattato come un cliente; l’avrebbe fatta sentire ancora attiva, utile, come quando consolava cuori infranti, solitari, doloranti.

Ci accordammo che avrebbero cominciato dall’esordio; lei avrebbe parlato a ruota libera, io l’avrei interrotta solo se avessi ritenuto di approfondire qualche aspetto.

Prima della fine, di comune accordo, io avrei formalizzato il nostro rapporto legalmente, assicurandole l’anonimato e  sciorinando tutti i dettagli tecnici che, per abitudine, ripetevo meccanicamente.

Mi fermò quasi subito: ok, si fidava, non mi preoccupassi; calma, tesoro.

 

All’età di venticinque anni, sposata da quattro, con due bellissimi bambini di tre e un anno, suo marito, uomo probo, disposto per indole al compromesso, ebbe un incidente.

Descrive la situazione come fosse una foto; in quel preciso momento, la sua vita, era quella foto. Un bel ritratto di quattro persone qualsiasi, di una famiglia qualunque: un archetipo cui assomigliare.

Senza dilungarsi nei particolari, sostiene che quell’evento segnò simultaneamente  la fine e l’inizio di un nuovo destino.

Prima di sposarsi aveva lavorato come impiegata e perciò decise, visti i buoni rapporti che aveva intrattenuto con l’ex datore di lavoro, di recarsi da questi per chiedergli se per caso non l’avesse ripresa.

Per farla breve, lui le propose ben altro; era davvero bella, e lui in cambio l’avrebbe ricompensata. Stordita dalla richiesta, accettò e fu, come promesso,  ripagata.

Pur non potendo sostenere di aver gradito l’insipido incontro, provò, per la prima volta allora, un sottile e vago piacere, scoprendo quanto potere avesse avuto in quell’incontro, ribaltando diametralmente i rapporti preesistenti.

Da segretaria di un ricco, stronzo e furbo avvocato, a dominatrice e padrona di un uomo inebetito dalle sue forme.

Scoprì la persuasiva possenza della natura. Scoprì che, tolta la tara moralizzatrice, la sostanza si riduceva a umori lubrificanti e mugolii recitati.

Tornò trafelata a casa e guardando i suoi figli si sentì sporca ma libera.

Il corrispettivo di un quarto d’ora equivoco eguagliava sette giorni in ufficio.

Quando  alcuni giorni dopo l’avvocato la richiamò per un lavoro, lei chiese, spiazzandolo, di che genere; alla richiesta di lui di una segretaria, lo invitò a cercarsene pure un’altra e sottintese che sarebbe stata interessata, per una cifra congrua, a ben altro.

Da allora, iniziò.

Da allora, lo decise.

In poco tempo, vista anche la sua bellezza, molti professionisti la chiamarono per consulenze di vario genere.

In qualche  mese riuscì a procacciarsi una cospicua somma che le consentì di abbandonare ogni preoccupazione di sostentamento.

Ma ormai era una di quelle; se ne rendeva conto, ma non  pativa eccessivamente per una questione che, per lei, era solo una convenzione sociale inflazionata da  moralismo  inutile.

Frequentando quell’ambiente si convinse e sviluppò una teoria che tuttora la sosteneva nei momenti più duri.

Perché lei, madre di due bambini, avrebbe dovuto farsi sfruttare da uno stato e da gente  che l’avrebbe fatta lavorare molte ore ogni giorno, corrispondendole cifre appena simboliche, appena sufficienti, quando andava bene, a mantenere la sua famiglia?

Ma un avvocato, un notaio o uno qualsiasi di loro, non vendevano una  parte del loro tempo e di loro stessi, per avere in cambio una posizione economicamente, e  perciò socialmente, privilegiata?

Ma le attrici, le cantanti, non facevano altrettanto?

A lei interessava esclusivamente dare il meno possibile ricavandone il giusto; e visto che era ben introdotta, decideva di volta in volta a quanto corrispondeva quel giusto.

Mentre raccontava tutto questo, ogni tanto sorrideva, come chi pesca un bel ricordo quasi dimenticato.

La mia auto-ufficio-alcova era diventata simbolicamente la sede di un nuovo organismo che avrebbe fondato un nuovo ordine morale, un ribaltamento  netto e logico dello status quo.

Quando lei parlava, riuscivo talvolta, tra un appunto e l’altro, ad alzare lo sguardo e osservarla. Pensavo a come si cambia avanzando con gli anni;  a come il nostro corpo muta incessantemente, seppur con gradualità, trasfigurando i lineamenti del volto, curvando le ossa, accartocciando la pelle, accorciando il respiro.

Pensai che questo era naturale e che forse serviva per lasciare un ricordo legato alla persona che siamo dentro, all’anima, piuttosto che al corpo.

Lei s’interruppe, come mi avesse letto dentro e mi chiese se avrei voluto vedere, al prossimo incontro, delle foto dell’epoca.

Provai un senso di smarrimento e gratitudine e risposi affermativamente, cercando di non far trapelare la mia commozione.

Ma me ne pentii subito; compresi che l’interlocutrice, sebbene in avanti col tempo e senza qualifica alcuna, capiva meglio di molti affermati esperti, le persone.

Mi sentii come un bambino che viene scoperto in flagranza di divieto; ne percepii l’inutilità, in quel luogo così strano, così lontano da ogni formalismo, così vicino allo sdoganamento di ogni verità.

Si stava bene, lì, con lei, nudi e fragili, senza bisogno di difendersi.

Lei controllò l’orologio e mi fece cenno di tornare in via Dante.

Stemmo in silenzio nel breve tragitto.

Non era però un silenzio imbarazzato; era, piuttosto, rilassato, non in balia del bisogno di riempire ogni vuoto.

 

Arrivammo.

Le chiesi quando avremmo potuto rivederci; lei ci pensò, perfettamente a suo agio, senza preoccuparsi di apparire supponente, come chi finge di guardare un’agenda tragicamente vuota, facendo intendere sia fitta d’appuntamenti.

Decretò solenne il giorno e l’ora.

Prima di scendere, abbozzando un sorriso, mi guardò dritto negli occhi.

L’espressione era fresca e allegra anche se ferma.

Dopo un inaspettato ma plausibile occhiolino mi disse: “ comunque non sono la più vecchia. Ce n’è una che ne ha sessantatre”.

Salutò e tornò in postazione.

Mi allontanai sorridendo: ed era solo la prima puntata, pensai.

 

Postato da: swcpd a 20:29 | link | commenti (11)
racconto