"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità. La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà. La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà. La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività. Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.

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martedì, 28 novembre 2006

2° PARTE

..........................

In prossimità del casello della città, mi dice, iniziando la frase con “pensa che”, di uno dei tanti episodi.

Lei è piccola, appena più di sei anni.

Devono uscire e il padre non trova le chiavi.

Non le trova e s’arrabbia. Gli monta una rabbia cieca, senza ragioni che non siano la rabbia stessa che deve uscire come schiuma.

Cane rabbioso, vede la vittima.

Lei è stretta sulle sue spalle, sulla destra e dietro il muro adiacente alla porta d’ingresso del sozzo appartamento.

Lui prende un ombrello col manico di legno e glielo punta sulla tempia, dalla parte della testa opposta al muro.

Le intima feroce di tirar fuori le chiavi, di dirgli dove cazzo le abbia messe: DI DIRGLIELO!!

Lei è terrorizzata, muta, in black out.

Anche i pensieri lo sono, tranne uno.

L’unico sopravvissuto nella bolla vuota e nera che ha in testa.

Pensa “guardati in tasca”.

Lui, in quel preciso istante, lo fa; si fruga in tasca e ne tira fuori le chiavi che tintinnano senz’allegria.

A quel punto lui crolla.

Scivola sulle proprie ginocchia e le chiede scusa, piangendo un pianto sporco, che odora d’alcool.

 

Mentre raccontava, era quella bambina.

Mentre diceva guardando distante un orizzonte nuvoloso aveva il tono di chi non sa collocare quel terrore fuori di sé.

Tacevo, io.

Ascoltavo.

Accoglievo disgustato.

Le chiedo se in lui ci fosse mai una traccia di pentimento.

Sì, forse c’era, risponde. Ma lo dice con un tono che ne sancisce l’inutilità, il ritardo.

 

Era cattivo.

Ho ancora la cicatrice sulla fronte di quando mi ha sbattuto sull’angolo del tavolo da cucina. E un’altra, una cicca spenta sul mio fianco.

O quando mi costringeva a guardare mentre penetrava mia madre malata.

 

Concordo: lo era.

Di una cattiveria che non ho ancora conosciuto. So che c’è, in ognuno di noi. Ma non l’ho nemmeno mai sfiorata.

La nebbia si fa sempre più presente. La città è sparita, nascosta dentro quel vapore freddo.

Ci perdiamo e ridiamo del fatto che ci siamo persi.

Perdersi ha un sacco di significati, oggi.

Ridiamo, chiediamo informazioni, torniamo in carreggiata.

 

Il cimitero è grande. Immersa nella nebbia l’entrata  ci accoglie, finalmente.

Sbrighiamo le questioni burocratiche efficacemente.

Torniamo in auto leggeri.

Partiamo trovando subito la strada.

Usciamo dalla città e lasciamo là il cattivo. Non disturba più adesso. Ora si parla d‘altro e si tace, anche, senza peso.

 

La mattina sfuma ed è l’ora di salutarci.

Si fa ancora un pezzo insieme e poi ognuno va per la sua via.

Quando sono solo, penso.

La sensazione che cresce segue il formarsi di una domanda: dove lascio io tutto questo?

Non lo so, in qualche modo devo digerirlo e trasformarlo in energia. Dopo un po’ ci si abitua. E non si smette mai di vibrare ad ogni nuova emozione, pena la fine della possibilità di entrare in relazione.

 

Dalla mia, comunque, la salvezza.

Ne scrivo.

 

Postato da: swcpd a 21:02 | link | commenti (2)
racconto

sabato, 25 novembre 2006

1° parte

....................

L’auto stamattina era un micro mondo.

Un mondo in cui riconoscere una quiete che fuori, nel macro mondo, che urla e puzza, manca.

Andiamo verso il cimitero di un’altra città, attraverso l’autostrada.

Andiamo e il tempo sembra molto, sufficiente per raccontare.

Partiamo dal largo, da discorsi generici, vicini all’inutilità, che servono però a scaldare il motore, a saltare da un argomento all’altro, avendo in testa dove arrivare.

Il centro del discorso lei lo conosce già, lo ricorda come si ricorda un dolore lontano, mai abbastanza.

Oggi ha deciso di dare luce alle zone in ombra.

Sente di poter toccare quel punto duro, scuro, che si manifesta ogni giorno, ogni istante, per avvolgerla e portarla, anche quando non vuole, con sé. Si manifesta con la paura, l’incapacità di credere, di fidarsi, di stare con, gli altri.

Una timidezza vigliacca la soffoca, per poi manifestare la propria rabbia con i pochi esseri umani più deboli che incontra, e che la costringe a temere, senza rispettare, tutti gli altri.

Parla del padre. È cattivo e non c’è nient’altro da dire.

È cattivo, e poco altro. È debole e ha sempre bevuto.

Pochi giorni prima, dopo più di un anno, in cui era morto senza suoi pianti, ha scoperto che non lo è.

L’abbiamo scoperto insieme, al telefono, e chi ce l’ha detto era solo una voce e una funzione. Quella voce e quella funzione ci hanno spediti, per poco, insieme, in una dimensione di incredulità, come fosse un film, o uno scherzo di cattivo gusto.

Quel padre cattivo, beffardo, sembrava risorto. Per alimentare le ansie, per confermare l’immortalità dell’orrore, della paura pura, senza attenuanti e pensieri razionali a consolare.

 

Un anno fa, dopo che era stato ricoverato in fin di vita ed era stata invitata dalla zia, sorella di lui, ad andarlo a trovare, al suo rifiuto, fredde maledizioni. Poco dopo, il giorno successivo, era arrivato un messaggio al telefonino, mittente la stessa zia, che diceva di non preoccuparsi più, che tanto lui era morto.

Un anno prima di quella telefonata.

Quel giorno, mi diceva, come la zia, sorella di quell’uomo, suo padre, cattivo, potesse pretendere che lei lo andasse a trovare dopo anni che non si erano più visti e sentiti, e dopo quello che lui le aveva fatto passare.

Non sapevo con esattezza cosa, le aveva fatto passare; sapevo però cosa fanno passare molti padri e madri ai figli che in questi anni ho conosciuti. Ed è sempre meno sottile, meno sfumata, meno sofisticata, la violenza. È ormai manifesta, impudica, priva di sottigliezze psicologiche. È pura rabbia travasata, trasformata in paura e angoscia, la cui unica scappatoia, è la convivenza consapevole.

Non si guarisce, non c’è possibilità di essere come gli altri; al massimo, si può sembrare come gli altri.

Anche se, argomento che comunque non incontra molti favori in costoro, non esiste un “essere” cui ambire. Ciascuno ha le stesse paure, le stesse angosce, le stesse insicurezze; cambia semmai la capacità di conviverci.

 

Andiamo al cimitero della madre morta quando lei era ancora bambina piccola.

L’ultima volta che è andata a trovarla alla tomba ha trovato un cartello. Diceva che il primo che passava di là avrebbe dovuto contattare l’ufficio preposto per le pratiche di riesumazione della salma.

Non ha raccontato che effetto le ha fatto, vedere scritto che sua madre era una salma.

Sua madre non c’era da così tanto che poteva essere soltanto un ricordo idealizzato. Era tutto il bene che non aveva avuto. Era tutti i sogni finiti quando, incolpevole, era morta. Era la mamma che tutti sognano.

Non poteva perciò essere la mamma che l’aveva lasciata con quel padre cattivo..............

Postato da: swcpd a 12:56 | link | commenti (3)

sabato, 18 novembre 2006

L’ultima volta che ho pensato a una persona down, prima della recente notizia del tragico video sul pestaggio, è stata nell’occasione che qui di seguito racconto.

C’era questo tizio che vedevo ogni sera. Si tratta di un maschio down ormai anziano; ma non aggiungo altro, visto che lo si può leggere sul virgolettato. Solo volevo specificare che, se è scritto così, è perché fa parte di un pezzo che ho portato a teatro.

Detto questo, che altro aggiungere.

Ho iniziato dicendo che mi capita di pensare ai down; succede perché lavoro nel sociale e anni fa mi occupavo anche di disabilità. E dicevo quel che ho detto pensando che, se anch’io che me ne sono occupato per lavoro, ci penso così poco, è sintomatico di un’assenza di pensiero nei confronti di alcune categorie di persone.

Perché si pensa poco a queste persone?

La risposta più semplice sarebbe quella di attribuire a questi, uno scarso peso economico e sociale. Non ci pensiamo perché ormai pensiamo solo a quello che ci inducono a pensare. Cioè siamo tutti sottomessi ai pensieri indotti.

Ma non è tutto.

Personalmente combatto la schiavitù da pensiero commerciale, guardando poca tivù, non leggendo riviste composte per metà di pubblicità, leggendo, scrivendo.

Eppure ci penso poco.

E allora credo che sia qualcosa di più profondo, che ha a che fare con una logica di rimozione, disconoscimento, di lontananza e isolamento.

Quel video mostrava due aspetti che ci appartengono ma che nascondiamo e non vogliamo ammettere: la violenza e la vigliaccheria.

Quegli studenti vanno perdonati. Sono giovani, ingenui, abbandonati ad un’etica che non c’è. E per questo va data loro una possibilità di capire, attraverso una punizione esemplare e intelligente. Che serva però, che li renda consapevoli della vastità della natura umana; che c’è chi vive anche assecondando un’estetica impropria, non omologata: pur senza averlo scelto, ha dovuto accettarlo.

Quanto ai nostri pensieri, ai miei per primi, andrebbero allenati agli straordinari, all’eccezione, alla diversità.

Rispetto invece alle oscure profondità, dove abitano i sentimenti considerati negativi, che tutti abbiamo anche se ci piace pensare che così non è, non mi viene da dire nulla.

Se non che non basta relegarli e schiacciarli forzosamente nei nostri luoghi oscuri.

Sono convinto che l’unico modo per non esserne vittime, sia riconoscerli e accoglierli.

 

“…….E poi, mentre mi giravo anche dall’altra parte per tentare di riprendermi il sonno  - che mi spetta di diritto, cazzo! -, continuavo invece a seguire i pensieri, pur senza desiderarlo.

Pensavo ad esempio che ieri sera, quel signore che di solito se ne sta all’imbrunire seduto sul muretto qua vicino, proprio attiguo allo stradone più leso dal brutto, che esista al mondo, con sta pioggia rutilante, non aveva potuto assistere al niente - almeno apparente, almeno ai nostri occhi, ma probabilmente, per i suoi, un significato avrà - cui di solito, è solito.

Questo signore, ormai anziano - ma forse lo è meno di quanto sembra, più probabilmente invecchiato dal suo stesso essere affetto da sindrome di down e dall’ aver perduto di recente sua madre, cioè la sua intera famiglia -, la senilità  gliela si dipinge addosso come un’etichetta adesiva: la quale pare comunicare stanchezza e smarrimento di senso compiuto e di obiettivi e di voglia di esistere per qualcun altro, che ormai non c’è.

Quel signore di cui sto parlando  sotto questa pioggia battente, in questa notte insonne, l’ho notato la prima volta un paio di mesi fa.

Ogni sera, in coincidenza col tramonto estivo, si piazza su di un muretto, a gambe incrociate, e sta.

Con le gambe in posizione del loto che, nonostante l’età, dimostrano una certa mobilità giovanile, sparare soliloqui contro il nulla.

Guarda in direzione dello stradone che divide la zona industriale   dalla città.

 Trattasi di un mostro largo e lungo chilometri di angoscia di questo quartiere di periferia per davvero; non quella delle canzoni, per capirci: quella vera, fatta di case e persone piegate dall’abitudine al peggio.

Da quell’ora in poi, per altro, la zona, è abitata da donnone africane, donne con la voce d’uomo sudamericane, da una parte; dall’altra da donne dell’est.

E da camion e auto che corrono; chi verso fuori città, chi dentro, chi verso quelle donne cui sopra.

E lui sta là.

La bocca che si muove tradendo smorfie involontarie di chi non ha più denti in bocca.

Sta là ad arricchire l’umanità dello stradone.

Sembra che, si dice, dopo la morte della madre, lui non voglia lasciare la sua casa, abitata da egli stesso e basta.

Sembra che, si dice, che siano intervenute le assistenti sociali, ma lui non ne voglia sapere.

A me sembra che sia spinto da un’incapacità intrinseca a cambiare.

Perché cambiare, significherebbe fare i conti con la nuova realtà.

A me sembra che non voglia rassegnarsi a introiettare la propria solitudine.

Vorrei fare qualcosa.

Andare  a parlargli, chiedergli come sta.

Vorrei riuscire a pensare di poter essere utile.

Ma è un vorrei che appare, per poi scomparire, non appena faccio la curva che lo toglie dalla visuale dello specchietto.

È un personaggio che arriva e se ne va; lungo appena qualche istante……………”

Postato da: swcpd a 19:24 | link | commenti (4)
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venerdì, 17 novembre 2006

Inizio con un consiglio. Qui a Venezia, sicuramente in veneto, non so se anche nel resto d’Italia, è uscito “i nuovi sentimenti”, libro scritto da quindici scrittori veneti. Edito da Marsilio, costa 5.90€.

Devo ancora finirlo, ma quel che ho letto finora vale già il prezzo. Anzi, non ha prezzo; e fa ben sperare circa la capacità di sentire, vedere, e poi raccontare, sentimenti che girano e spesso, troppo spesso, tacciono perché nessuno li racconta.

 

Sono appena stato a guardare sul sito de “la 7” l’intervista a Giovanni Lindo Ferretti.

Capisco quelli che lo accusano di tradimento. Così come capisco, e in qualche modo tollero, la cecità di chi si aggrappa ai propri credo per non sentirsi solo.

Ferretti ha tutta la mia stima, pur non condividendo le sue scelte. Mi capita raramente di sentire questo, in quanto, presumo, anch’io sono avvelenato dai dogmi e dai condizionamenti, anzichenò.

Trasuda una spiritualità che  si trasforma in gioia, in essenza, in capacità di vedere. E il fatto che creda in Dio e abbia votato destra alle ultime elezioni, e io no in entrambi i casi, non mi sposta di un millimetro rispetto a quell’afflato di benevolenza di cui dicevo prima.

È un uomo di cinquant’anni. Uomo che li ha vissuti.

Persona che ha saputo sentire la responsabilità e il privilegio della propria vita.

 

Postato da: swcpd a 08:51 | link | commenti (4)
meta diari

mercoledì, 15 novembre 2006

Ieri sono stato per lavoro a un seminario.

Si parlava di cosa sia la violenza, di come si manifesti, di cosa/me fare con le vittime, con i violenti e/o abusanti, con le famiglie, in qualità di operatori che intervengono in relazione d’aiuto. Interessante, a parte le estremizzazioni e le sofisticherie degli estremisti e dei sofisticati divulgatori del nulla, che si autocelebrano in queste occasioni.

Le più agguerrite sono le operatrici – in questo caso le avvocate – che non nascondono tutta la loro avversione per il genere maschile in quanto potenziale protoviolentatore.

Il neuro psichiatra che parlava in francese, e quindi tradotto, e quindi i tempi erano diilaataatii, e quindi quando capivo quel che diceva – usava un francese simpatico e pragmatico – scoprivo quanto la traduzione tradisca – o rischi di – il messaggio originale.

Se qualcuno subisce violenza – e qui non faccio distinzioni noiose tra maltrattamento e abuso e ecc – bisognerebbe cercare di essere solidali, comprensivi, senza essere invasivi; in soldoni: disponibili al bisogno della vittima – e sto parlando in qualità di “cittadino” perché non è una relazione tecnica-.

Il professore, consapevole di camminare in equilibrio su una sottilissima fune tesa e di sfiorare luoghi comuni e di essere scambiato per un simpatico utopista di mezz’età, con la pancia piena, il portafogli anche e di vivere la vita come un’estensione del proprio studio, tracciava le linee di una società ideale, in cui ognuno è un individuo capace di relazioni, e che queste ultime sono un deterrente, in termini preventivi, e un ottimo ambiente, in termini post traumatici, per tutti.

Basta poco, pensavo. Basta poco pensavano tutti.

Eppure, non basta poco.

Ci vuole qualcosa in più; ci vuole la volontà di mettersi in discussione, di sorridere, di accogliere, di partecipare, di ascoltare, di parlare.

Ci vuole tutto quello che saremmo se non fossimo diventati come siamo.

 

Oggi vado a casa di un ragazzino.

Il quartiere è uno di quelli uguali in tutte le città del mondo che siano abbastanza grandi da contenere un centro e una periferia. In periferia di solito ci sono le case popolari. Nelle case popolari abitano quelli che non possono altrimenti. A parte i casi, di cui tutti parlano e che credo rappresentino una modesta minoranza, di quelli che guadagnano un sacco e fan finta di no.

Mi avvio verso una di queste palazzine tristi, dove abita, per il primo dei nostri due incontri settimanali di due ore. 

Questi incontri hanno alle spalle un progetto che prevede degli obiettivi e che non spiego per non dilungarmi in questioni tecniche- è già la seconda volta che mi dilungo dichiarando di non volermi dilungare per questioni tecniche -.

Oggi avevamo da fare algebra.

Eravamo soli, la madre non c’era.

Arrivo che sta ancora mangiando. Mentre mangia guarda italia 1, come tutti i ragazzini che ho conosciuto in questi anni.

Mentre mangia e guarda devo trovare delle strategie per farlo ascoltare quel che gli dico. Con questo ci riesco sufficientemente bene in quanto abbiamo già una “solida relazione”, che mi consente di gestire e capire quanto e come possa intromettermi e interrompere quel piacevole momento dopo sei ore di scuola media pallosa.

Dopo venti minuti siamo alle prese con l’algebra. Nel frattempo telefona la madre, lui va in bagno un paio di volte, ci beviamo il tè.

Quando finiamo resta ancora un quarto d’ora. Mi chiede se voglio andare in camera a vedere che gioca a play station.

Ok, rispondo, ma ad una condizione: che poi lui mi accompagni fino al vaporetto.

Gioca un po’ ad un gioco dove bisogna compiere delle missioni in cui si  ammazza un sacco di gente con ogni genere di strategia e mezzo. Lui copia da una rivista i trucchi per avere armi e vita infinite.

Sparacchia un po’ ovunque per dimostrarmi la sua potenziale potenza. Io commento, e se pur col presupposto esplicitato più volte che non mi piace molto, mi informo, chiedo, partecipo.

Gli dico che è giunta l’ora.

Andiamo.

Abita al quarto piano e per scendere usiamo l’ascensore.

Appena saliti in cabina, mi mostra un cartello che avrò letto almeno dieci volte. Dice che le signore S*** e M***** un sabato di due settimane hanno lavato le scale.

Il foglio appartiene ad un quaderno di scuola elementare a quadretti ed è scritto con una bic blu. Sopra la data del lavaggio scale si nota una macchia marrone. Lui mi chiede se sappia cos’è quella macchia. Gli rispondo di no, ma immagino sia cioccolata. Lui mi dice di verificare, toccandola. Gli rispondo che non ci penso nemmeno. Lui ride e mi chide se voglia sapere davvero cosa sia. Gli chiedo se lo sa. Lui, sempre ridendo, mi guarda e mi fa segno di sì con la testa. Lo guardo senza parlare con sguardo interrogativo.

A quel punto il riso gli fa piegare un poco le ginocchia, sopra le quali appoggia le mani. Poi s’appoggia alla parete dell’ascensore e le mani le porta al volto.

“E’ cacca, merda. L’altro giorno c’ho messo il dito e puzzava di merda”.

Lo guardo e dico “ cacca?, e c’hai messo il dito?”

“Eh sì, l’altro giorno, mentre tornavo da scuola. Chissà di chi sarà stata!”

In quel momento si aprono le porte dell’ascensore. Siamo al piano terra.

Usciamo.

Fuori il solito gruppetto di mamme coi bambini che fumano. I ragazzini che fumano. C’è un vecchio con uno sguardo sbilenco e diffidente.

Buon giorno, dico.

Giorno, rispondono.

Arriviamo in riva giusto in tempo per prendere il vaporetto.

Lo saluto.

“ci vediamo tra due giorni, solita ora”, dico.

“ ok, ciao”, risponde.

Postato da: swcpd a 19:47 | link | commenti
cronache così

domenica, 12 novembre 2006

Domenica mattina.

Ho molte cose da fare.

Come sempre ne farò alcune, mi arrenderò al fatto che le altre non riesco proprio ad affrontarle.

Di queste, alcune sono “ dovrei”, altre “vorrei”.

Alla domenica, spesso, le confondo e arrivo a sera con un bilancio da amministratore delegato degli affanni che patteggia con il mercato della soddisfazione e quello della stanchezza.

Troppo stanco e bisognoso di recupero per non accorgermi che quel che è fatto, è fatto; e quello che no, non lo è per bisogno di riposo.

Dovrei e vorrei:

-          stirare

-          cucinare

-          correggere testo per lettura dicembre

-          registrare testo per passarlo ad amico musicista

-          provare testo per corto

-          prendere la bici e costeggiare il fiume Piave e perdermi felice nel sentiero che lo costeggia

-          guardare tg2 motori

-          guardare replica  lost stasera

-          stare assieme con mia figlia per un tempo sufficiente

-          iniziare a scrivere favola per bambini pensata per mia figlia e spedirgliela a puntate per posta

-          altro che ora ho già messo nel magazzino dei superflui

 

inizio la giornata stirando. Mentre lo faccio guardo cult television, il canale culturale della piattaforma sky.

La televisione, per me, è l’incarnazione di un compromesso: l’accetto ma quasi non la guardo; la lascio vedere a mia figlia, ma solo un tot che mi sembra avvicinarsi al poco.

Per ovviare all’odio che le riservavo ho deciso un anno fa circa di abbonarmi a sky. Scelta felice, anche se contestata da amici talebani che dicono appartenga a murdock, magnate miliardario padrone delle coscienze planetarie. Non do loro torto ma nemmeno ragione: semplicemente la mia non la possiede, ne son certo. Non so la loro, ma io sono uno di quelli pesanti, di quelli occupati a capirsi e a capire – che poi non ci riesca, non mi scoraggia -, di quelli che leggono e scrivono molto di più di quanto non guardino la tivù.

Insomma, ero partito a raccontare che stiravo e guardavo la tivù. Su cult television c’era un programma davvero carino intitolatoall’incirca “ filosofia e felicità” . Due puntate di mezz’ora. La prima sull’amore e schopenhauer, la seconda su epicuro e la felicità.

Ho finito di stirare e mi son messo a cucinare. Mentre tagliavo i broccoli con cui volevo condire le orecchiette, mi domandavo: “ che dici a sto punto dell’amore?”; mentre li scaltrivo con l’aglio e l’olio al peperoncino: “ sei felice?”.

Non mi sono risposto.

Non di domenica mattina, non così.

 

Bene, ora è domenica pomeriggio.

Primo pomeriggio: ho ancora  tempo per rimpolpare la lista dei dovrei e dei vorrei.

Intanto ho scritto un post per il blog.

Questo!

Poi chissà.

Postato da: swcpd a 13:12 | link | commenti (1)
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mercoledì, 08 novembre 2006

Oggi.

Oggi giornata di lavoro media.

Il mio lavoro, vado ripetendo da un po’, è ascoltare e parlare.

Ascolto e parlo.

Ascolto storie ordinarie, di quotidianità balorde che riuscendo a realizzare il minimo, s’esaltano. Spesso sento di fallimenti, brutti ricordi, malinconie insanabili. Quando va bene, ci si fa la pace.

Mentre ascolto, mi ascolto. Sento come sto. Talvolta sto male, talaltra bene.

Qualche volta sfioro l’indifferenza, l’autismo, come antidoto al vomito.

E poi parlo, dico la mia.

Il principio è quello della ricerca dell’equilibrio, dalla sopravvivenza con la propria tara. Se una bambina subisce un abuso, se assiste al padre che sbatte contro il pavimento la testa della madre, se passa la sua infanzia insultata e punita dentro una stanza buia. Se il padre si fa, se la madre beve, se il nonno s’è fatto carezzare il cazzo. Se i genitori sono morti o sono usciti a mai più tornati a casa. Se si è cresciuti in una comunità vergognandosene.

Con tutti questi se, e ce ne sono pagine e pagine, sino all’inimmaginabile, io parlo.

Misuro il tono, le parole.

Quando è più importante preparo il setting; quando è quotidianità, sto nei luoghi quotidiani.

E poi parlo al telefono, scrivo relazioni.

Incontro persone, insegnanti, parenti, colleghi.

Talvolta, soprattutto coi colleghi, parlare e ascoltare diventa sopportare urla stonate e giudizi morali; e sentire descrizioni fatte da anime mute e da sguardi colpiti da cecità.

Talvolta è illuminante, è riposo e piacere. Talaltra è sofferenza e giudizio.

Ogni giorno ascolto e parlo.

E quasi mai ne scrivo, anche se avrei già il romanzo pronto in testa.

Stasera invece, l’ho fatto

Postato da: swcpd a 20:12 | link | commenti (3)
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