"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità. La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà. La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà. La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività. Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.

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lunedì, 30 ottobre 2006

La foto in bagno

 

Era mattina, l’ora della sveglia, e un cerchio alla testa lo tediava assillante.

Nella luce artificiale del bagno stava in piedi davanti allo specchio sforzandosi di  credere che l’immagine riflessa non corrispondesse al suo viso.

Quello era un volto da caricatura, un’immagine che galleggiava all’interno di una superficie chimica:  uguale ma rarefatta, precisa ma simbolica; lo specchio,  simbolo muto di fantasie per ogni età.

Da sempre.

 

 

Dietro, all’altezza della testa, la foto in bianco e nero dei genitori posta in un quadretto con  cornice marron scuro, spessa  e solida, come lo erano i lavori artigianali di una volta; pagati cari ma destinati a durare per sempre.

Erano vicini, le braccia incollate l’una con l’altra, con i volti sorridenti ma non troppo, come se anche la felicità avesse un protocollo che esigeva rispetto.

Tuttavia, abilità del fotografo o magia dell’amore che fosse, quella coppia ben assortita restituiva una sensazione irrazionale di complicità che  attirava invidia e disegnava passioni segrete e tormento.

Lo sfondo, anche se neutro come l’abbigliamento, accompagnava l’osservatore a immaginare una solida posizione sociale.

Ogni giorno il suo sguardo veniva risucchiato da quell’immagine, vecchia quanto i suoi ricordi.

Non ricordava perché era stata appesa in bagno, forse un vezzo della madre, vera artefice del riuscito stile di quella bella e antica casa che lui aveva ereditato e volentieri continuato ad abitare.

Da sempre, infatti, la foto apparteneva alla sua vita mnemonica  interiore, quasi fosse stata pensata appositamente per accompagnarlo nei suoi giorni.

Era stata scattata il giorno del fidanzamento dei suoi; dopo un paio d’anni, lui sarebbe venuto al mondo, primogenito maschio di una sorella tre anni più giovane.

 

Distolse lo sguardo focalizzandolo su di sé; pensava al mistero della natura e ai miracoli della  cosmesi moderna; dopo mezz’ora il suo aspetto sarebbe cambiato e avrebbe assunto i canoni usuali, quelli che tutti vedevano incrociandolo ogni giorno.

Si contorceva in strane espressioni  cercando minuziosamente dei segni sul suo volto, lievi imperfezioni che potessero minarne la compatta credibilità.

Compiva questi gesti con le dita che tiravano la pelle:  trasformavano i tratti somatici in improbabili maschere; forse per far risaltare la regolarità dei lineamenti, una volta terminato quello scherzetto senza allegria.

 

Camminò fino a raggiungere la cucina.

In quei pochi secondi, l’unico pensiero inebetito, combatteva  quel sottile dolore al capo.

Mentre faceva colazione pensava alla giornata a venire e a quella precedente.  Riusciva a mettere in riga i pensieri con  disciplina  e , sempre attraverso questa pratica, riusciva a ricordare gli aspetti positivi e cancellare quelli negativi, quasi non fossero  esistiti.

Anche questa consapevolezza fugace veniva subito cancellata per fare spazio a pensieri  direttamente governati dalla sua volontà.

 

Tornò in bagno per il tocco finale e si accorse che non riusciva a sostenere il proprio sguardo, quasi appartenesse ad un altro, ad un essere estraneo.

Non riusciva a sopportarne la posa fasulla , la finta sicurezza.

Si chiese se anche gli altri provavano lo stesso guardandolo negli occhi.

Pur facendo di tutto per riuscirci non poteva  cacciare quel  pensiero che lo tormentava.

Era pesante da portarsi appresso; significava  dipendenza dagli altri, quando invece, spesso, egli decantava con collaudata sicumera,  la propria assoluta libertà di pensiero e d’espressione.

La scelta di come sentirsi gli pareva un diritto inalienabile e una solida realtà.

La sua, almeno.

 

Poteva sentire scorrere il sangue nelle vene, ordinarne gli impulsi e determinarne le direzioni.

L’autocontrollo della mente e del corpo era una severa disciplina che  esercitava con ossessionante solerzia e  attenzione.

Il suo sguardo esprimeva questo, ma osservando dentro lo scuro degli occhi, all’interno delle pupille, dove i contorni sfumano, si smarriva sentendosi defraudato e spogliato di credibilità.

Una caduta verticale velocissima dentro un pozzo nero pece, destabilizzante, senza apparente ritorno.

In questo spazio era vulnerabile e sentiva di non poter far arrivare nessuno fino a quel limite.

 

Ripensò ai propri rapporti intimi e ritrovò in quel luogo straniero, solo per pochi attimi, il padre e la madre.

Entrambi per ragioni differenti; la mamma era  dolcezza e  verità; il papà intelligenza, come la sua, una generazione fa, suo modello involuto.

Sembravano immortali in quella foto.

Così solidi, eppure eterei; così trattenuti, eppure straripanti felicità.

Per un brevissimo istante cedette alla disperazione; sentiva che la differenza tra loro ed egli stesso, stava proprio nella naturalezza.

Loro avevano scelto di abbandonare ogni resistenza scivolando dentro la vita, totalmente.

Cacciò furioso quei pensieri pedanti e invasivi che sarebbero stati adatti ad un bambino e non ad una persona forte e decisa, come lui effettivamente era.

Smise di distrarsi e tornò al presente, concreto e  impellente.

 

Pensò a come vestirsi quel giorno.

Pioveva e faceva freddo.

Si tuffò  nell’armadio e si specchiò una volta vestito.

Ok, si và.

Una pastiglia per il mal di testa; doveva non stare male  per stare bene.

Doveva cancellare quest’ombra di vertigine, questi pensieri squilibranti.

Intendeva riappropriarsi quanto prima del sentimento da uomo-tutto-d’un-pezzo.

Pensò per un nanosecondo che il controllo nascondeva paura e che ci doveva essere un segreto dimenticato dietro.

 

Dimenticò il segreto dimenticato.

Anticipò il futuro subitaneo: vide chiaro come un film il suo successivo minuto di vita.

Si sarebbe avviato verso la macchina; al suo interno avrebbe acceso la radio e scordato l’imbarazzo.

Si sarebbe dato un’ultima controllata e via, un’altra giornata da affrontare con ferrea volontà.

 

E così fece.

Prevedibile, sicuro.

Dimentico del mal di testa e della foto.

 

 

Postato da: swcpd a 06:38 | link | commenti (2)
racconto

domenica, 22 ottobre 2006

(per) piacere

 

Quando ero piccola, ero molto curiosa e timida. Conservo di allora,  ricordi vividi, speciali; protezione  e calore erano sensazioni frequenti, che s’intrufolavano in ogni cellula del mio corpo,  su cui mi abbandonavo.

Mi nascondevo dietro alle gonne della mamma per spiare, invisibile, le persone.

Non potevo distogliere lo sguardo, non riuscivo a non pensare, commentare,  classificare.

La più bella donna ch’io ricordi,  a tutt’oggi insuperata, era  bruna, un po’ tonda;  di quelle  piene, prosperose, rosse sulle guance, il seno gonfio; sembrava un frutto da succhiare.

Aveva  capelli ricci, non molto lunghi,  un volto  vivo  e intelligente che io, a sette anni, fantasticavo potesse appartenere alla Madonna. Una Madonna accessibile.

Era l’unica, e lo è soprattutto adesso, ad esprimere  un’unicità, un primato di autenticità incontestabile, di nobiltà e grazia.

Per questo credo caparbiamente che la bellezza non possa avere la sua taglia; le sue curve abbondanti solleticavano invitanti pensieri, proibiti ma legittimi, che esprimevano le virtù del pezzo unico.

 

Barbie aveva gambe lunghe, un seno teso e abbondante e la sua pelle non conosceva ingiustizie. Una pelle di plastica, perfetta, immodificabile anche se finta.

Lucia a sedici anni si è rifatta il seno ed ora, d’estate, esibisce, come fosse su  una passerella, due rotondità  alla cui estremità svettano sfacciati due capezzoli che sono tanto sconci quanto irresistibili.

Una volta ho visto un documentario in cui mostravano attrici del mondo del porno  che prima di esibirsi si mettevano il ghiaccio proprio lì.

Non credo che Lucia, a scuola e in piazza faccia altrettanto, ma nel dubbio preferisco proprio non vederla.

Ormai so che i ragazzi, quasi senza accorgersene, guardano sempre lì. Come se lei fosse quello, quei capezzoli a punta: una promessa.

 

Non posso credere che dei corpi finti, dei falsi sorrisi siano diventati un punto di riferimento; la maggior parte delle mie amiche le conosce per nome: è l’era delle letterine e soubrettes varie. Non ci vorrei credere, ma la realtà in cui viviamo è questa e sembra si siano ribaltati i ruoli: la vita è lo specchio della televisione e non più, come sento dire spesso, il contrario.

Mio padre fa sempre sti discorsi e non vuole mangiare con la tv accesa. Dice sempre che ai suoi tempi i divi e le dive erano, appunto, paragonabili a divinità.

Paul Newman, Marlon Brando, Sofia Loren  ; rappresentavano assieme ad un’altra dozzina di nomi una sorte di mito inarrivabile.

Erano creature che vivevano sull’Olimpo, o meglio, sulle colline di Beverly Hills e rappresentavano l’universalità  dei canoni di bellezza dell’epoca; più o meno dice così e forse ha ragione.

Io vorrei dirgli di venire a scuola o in piazza.

Di ascoltare, di guardare.

E’ una corsa in cui si perde comunque; c’è sempre qualcuno di più bello, più figo, più ricco, più magro. Maschi o femmine, non fa differenza.

E se ci sono quelli di più, ci sono anche quelli di meno: io.

 

Mamma mi capisce, sa che non faccio apposta. Mamma sa che sto consumando  corpo e  ragione, e che quest’ossessione ha la dignità di una malattia, che non mi invento sempre tutto.

Mamma piange con me, nella mia camera e in ospedale. Quando mi lava in vasca mi accarezza dolcemente, per paura di rompermi, mi dice.

Anche dai dottori mi sento rispettata.

Purtroppo questo non significa che riescano a comprendere e condividere fino in fondo il mio desiderio di non avere imperfezioni, carni flaccide, seni cadenti.

Loro non possono essere dietro ai miei occhi quando mi specchio, e vedere quel che io vedo.

 

Quando guardo le altre ragazze riesco ad accettare e capire anche le più brutte, le più ridicole.

Il problema lo sento su di me; sul mio corpo, sul mio cuore.

E quando mangio reagisco in modo espulsivo.

Rigetto.

Certe volte riesco a dimenticare come sono e viaggio con i desideri e le voglie. Mi vedo lontana da qui, con gente come me.

Certe volte non riesco a sentire alcun interesse e mi abbandono a questa malinconia. Faccio fatica e non capisco:  qual è il segreto che ho dentro e che devo affrontare?

La gente mi fa paura e non mi sento mai all’altezza. Mi dicono sempre che quasi tutti si sentono così e che questo è un problema superabile.

Mi dicono che se continuo così rischio molto.

Il mio fisico indebolito me lo dovrebbe suggerire ma la mia testa comanda al corpo di espellere, di non accettare niente.

Vorrei sparire per diventare ricordo.

Per questo, da quando ho raggiunto i pochi chili che peso, mi nutrono con i flebo.

Ho fatto un patto con me stessa: capirò  dal momento stesso in cui sentirò che anche loro accettano e capiscono me.

Ne ho bisogno.

Postato da: swcpd a 09:06 | link | commenti (2)
racconto

martedì, 17 ottobre 2006

Sabato, “ ad alta voce” a Mestre.

Arrivo in Piazzale Candiani mezz’ora prima.

Passeggio da solo per il centro di Mestre, mi reco alla Feltrinelli del centro Barche e poi, dopo aver acquistato tre libri, mi dirigo verso.

Piazza Ferretto, il centro del centro di questa città senza centro, è ancora poco frequentata. È passeggiata da passeggiatori distratti, da pattuglie della polizia che parlano con ragazze di passaggio, da gioventù in cerca di altra gioventù, da bancomat in formazione preshopping.

Quando arrivo c’è poca gente. Il gruppo più numeroso, una quindicina, è quello dei tossici che stanno trafficando tra loro merce; contrattano tra loro, barcollano, occupano tempo, spazio, coscienza con il torpore. Biascicano contrattazioni, chiedono sconti, tirano sul prezzo.

Tra i pochi presenti in piazzale, noto Giuseppe Culicchia, che è davvero un bel ragazzo, ma che pensavo più giovanile: in realtà lo è, ma i capelli, ormai bianchi, ne fanno un ragazzo maturo. Ha una giacca simile, come colore, alla mia. È lì con un’addetta ai lavori, che gli parla con dei fogli in mano. Nessuno, a parte me, credo, lo riconosce.

Dopo un po’, con l’approssimarsi dell’ora, le diciassette, la gente inizia ad affollare il piazzale.

Il piazzale è una cosa moderna che fino a pochi anni fa non c’era. Accoglie le persone che si troveranno il centro culturale Candiani, una costruzione squadrata enorme, che dopo anni di promesse elettorali, è stato costruito, prospettandolo come il riscatto della terraferma, sulla città storica, colma di eventi culturali: una sorta di nuovo Beaubourg. Di fatto, nonostante sia davvero una grossa costruzione davvero brutta ma con quell’aria che le dà un tocco d’importanza- di cui, come ex mestrino, andavo anche fiero dai- e quindi potenzialmente preposta alla cultura, sto robone immenso ha delle spese di manutenzione davvero esose, non supportate da eventi di pari respiro.

Mentre osservo le scene dei tossici, arriva Corona.

Corona è Corona, non si può sbagliare. Sembra la controfigura, perfetta, di se stesso: stessa bandana, stessa maglietta, stessa barba e ciuffo. Appena arriva, una piccola folla si stacca da quella di chi aspetta, per correre a chiedergli autografi.

Non ho mai letto Corona, e credo non lo farò, ma non credo sia uno scrittore così bravo da volere un suo autografo. A dire il vero non riesco a immaginarmi chiedere l’autografo di alcuno; ma tanto meno lui, con la sua birretta in mano e il suo accento di montagna, che legge e alterna dialetto e italiano, facendoci notare la bellezza di quelle parole.

Poi Culicchia, con quel bell’accento torinese preciso.

Nel frattempo, oltre ai centocinquanta abbondanti di noi, cultori della parola, la ventina di tossici, cultori dei buchi e del rutto da birra libero – loro sì, Corona no – si muove e smercia. Finito il torinese, tra gli applausi che lo congedano e che accolgono il prossimo – un giovane ma vecchio, ragazzo ma ragioniere, di cui non ricordo il nome -, legge un suo racconto sul nonno, morto ucciso durante la seconda guerra mondiale.

Alla fine, ultimo, ma il più meglio direi, Vitaliano Trevisan. Con fare sicuro, sigaretta spenta tra le dita, legge un bel pezzo divertente di ….., e lo fa con la scioltezza di chi è abituato.

Noi cultori della parola, che spesso ci lanciamo in frasi tipo “ adoro il profumo dei libri, mi piace toccarli e ne sono così gelosissimo che mai li presterei”, che sogniamo di scriverne uno anche se sappiamo che uno, ce la si fa, col secondo sarebbero guai, pur adorandone il profumo e sacralizzandone la funzione, sghignazziamo fingendo di capire l’acutezza di quelle parole, non foss’altro che, se così non fosse, sarebbe un idiota anche Trevisan, che non lo è, anche se ha quella smorfia di persona ironica che non si sa mai.

Quando finisce andiamo tutti, dopo l’annuncio che ci sarebbe stata l’ultima parte al teatro Toniolo.

Quest’anno ho visto solo questo. I miei appunti sono imprecisi, i ricordi non ricordano fasi memorabili.

Io non amo i libri per il loro odore e non ho un orgasmo quando li appoggio sul mio corpo.

Li uso per tentare di capire; e mi piace capire se ho capito qualcosa in più. Molti libri lo sono, soccorso e appoggio. Mi fanno sentire che altri leggono e scrivono perché gli piace. Perché c’è, quel piacere. Si condivide un percorso, anche se per ognuno è diverso, ma con uno stesso afflato verso.

Mi sembra, o mi piace pensare, che chi sta da una parte o dall’altra, nel senso scrittura-lettura, si sia buttato nella mischia pur restando solo, perché è l’unico modo di andare avanti.

Una reciprocità che non soffre spazio e tempo, uno scambio altro.

Ad alta voce, un messaggio silenzioso.

 

 

Postato da: swcpd a 20:41 | link | commenti (1)
cronache così

sabato, 14 ottobre 2006

Come si fa a non accorgersi della finzione, della messinscena cui tutti, ogni giorno della nostra vita, siamo sottoposti?

Questa domanda è la stessa che mi sembra rimbalzare, in molte forme, da alcune belle menti. Ed è la stessa cui mi sono abbandonato, da molto tempo, come nei confronti dell’ineluttabile.

Alcuni destini sono condotti da un’incontrovertibile percorso verso la consapevolezza.

In certi momenti, quando qualcosa si manifesta nella sua precisa forma, si capisce che le parole per descriverla non esistono; o meglio, vorrebbero manifestarsi, per condividere, per spiegare, quel che è. Questi momenti sono chiamati insight, che tradotto si avvicina a “intuizione”.

Si ha un’ intuizione che si riconosce vera e autentica, senza alcun dubbio, alcuna remora; senza bisogno di catalogarla, definirla: è così e tanto basta.

Insomma, si tratta di vedere quel che è la realtà con uno sguardo innocente, senza appesantirlo di idee, ideologie, fedi, sovrastrutture.

E come?

Stando in propria compagnia anche quando ci si sente soli, si avrebbe voglia di aderire tanto per stare in compagnia, tacere quando gli altri parlano o ridono se non ci si sente di fare altrettanto. Si tratta di fare attenzione a quel che succede dentro, ai movimenti di viscere, alle proprie debolezze, al proprio bisogno di essere accettati.

Se si fa questo- che non esclude l’accettazione e l’essere accettati, si tratta solo di scoprire come funziona -, allora si vede, si capisce, si esce dal sonno dell’illusione e si diventa coscienti.

Quello che risulta più difficile da spiegare – l’assenza di parole cui sopra -  è come si riconosce l’autenticità di quel fenomeno. Lo si riconosce e basta, senza dubbio. Perché si manifesta con una chiarezza, una lucidità che non può essere confuso con le congetture e idee che spesso vengono; no, è più pulito, genuino, incontaminato: E’!.

Non risponde a una provocazione, non è reazione; semmai è azione, è decontestualizzato: è limpido e puro e non contiene cattiva fede.

Il movimento che consegue a questi attimi di verità è invece molto vicino al solito.

Come ci si pone di solito nei confronti della propria vita, quale atteggiamento si ha? Di solito si gioca in difesa, si sta al riparo; oppure ci si sposa all’ideologia in voga o a quella diametralmente opposta, o a una delle tante sfumature che si frappongono tra queste; oppure ci si adagia alla grazia di un Dio che si assuma le nostre responsabilità e ci sappia perdonare, e che ci accolga a casa sua dopo la morte, che il nero con cui la rappresentiamo fa così paura.

Il sentiero verso la verità non è mai affollato.

E quando si nasce e si muore, si è soli.

Ed è probabilmente per queste ragioni che si rinuncia alla solitaria bellezza della scoperta di sé.

Postato da: swcpd a 19:19 | link | commenti (7)
meta diari

martedì, 10 ottobre 2006

Domenica mi sono trovato con amici per un pranzo. Ne sto scrivendo, ma nel frattempo, un paio di righe.

La ragione per cui ci siamo trovati ha più di una valenza, ma è riassumibile in poche ragioni, che hanno in sé moltissime micro ragioni.

Quella principale, in questo caso la macro ragione, è per ricordare una cara persona di noi che non c’è più. Questa persona è un uomo che è morto a quarantadue anni lasciando un figlio piccolo e una moglie giovane. E alcuni di noi stravolti e addolorati.

Ho deciso di scriverne, e di farlo attraverso il canale parallelo al blog, che potrei definire “la mia scrittura privata”, “ la scrittura cazzi miei”, ecc.

Molti di noi, con uno scarto di pochi anni, hanno quell’età. Molti di noi hanno figli, hanno una vita, un lavoro, e tutta una serie di “normalità” che, da un punto di vista sociologico, potrebbe farli apparire, appunto, persone qualunque. Forse, proprio per questo, la morte di un amico o parente, di pari età, colpisce ancor più; è come uno schiaffo preso in pieno volto senza preavviso. E questo costringe tutti a fare i conti con la parabola discendente della propria stessa vita, che ha probabilmente, statistiche alla mano, più passato che futuro.

Uno dei miei romanzi incompiuti, tratta proprio la crisi dei quarantenni. Quelli come noi, prima generazione dell’epoca moderna a essere poco più che ragazzi, come modus vivendi, e al contempo a essere adulti sulla via della maturità, da un punto di vista anagrafico.

Domenica ne ho avuta prova: siamo per la maggior parte impegnati a tenerci le abitudini da giovani, di quando avevamo vent’anni, vent’anni fa.

Questo ha in sé dei vantaggi positivi che sono intuibili e che non val la pena elencare.

Ed è però, anche, rischioso, se non supportata da una robusta consapevolezza.

Spero, nel mio scritto cui sopra, di riuscire a parlarne proprio in questi termini.

Quando la persona per cui abbiamo organizzato il pranzo è morta, avvilito dal dolore e dal bisogno di ritrovare un senso, che non c’è, mi sono detto questo: in mancanza di una risposta che non c’è, in assenza di una ragione impossibile da formulare, l’unica possibilità che ho, è quella di onorare questa mia esistenza ogni singolo momento, senza perderne nemmeno un istante, per quanto mi sarà possibile.

Ho ringraziato gli amici che hanno organizzato il tutto. Mi son ritrovato in un momento in cui dovevo decidere se fare questo semplice gesto, o se rinunciare e andare avanti, al solito, quasi non ci fosse differenza. Quando l’ho fatto non riuscivo per la mezz’ora successiva a fermare la commozione e la gioia, sottili, intime. Forse perché, in quel banale gesto, avevo ritrovato quella mia promessa che molto spesso non riesco a mantenere.

Ciao Giorgio.

Postato da: swcpd a 16:09 | link | commenti
cronache così

Il tempo

 

Corro, corro.

una corsa col tempo, contro il non tempo.

Dicono che il tempo passa e fa guarire.

Ma il tempo è solo una convenzione

Non esiste

Se non per sentirne la mancanza

 

Corro corro

per pulirmi

Per pulire qeust’ansia, quest’assenza di senso

Per lasciare a terra,

a ogni passo della corsa

sudore e dolore e pensieri

 

corro, corro

per fermare questa febbre

per svuotare questo pieno che è troppo

per riempire questo vuoto che fa freddo

per non stare fermo qui

e ricordare ricordi amari

questa dolcezza che mi rende debole

 

corro, corro

perché se no parlerei

e il silenzio poi fugge

e lascia solo rumore

che irrompe

senza chiedere permesso

 

corro, corro

veloce come posso

e il miracolo accade

quando sono la mia corsa

e il tempo scompare

nella corsa che mi porta

qui adesso

 

corro, corro

il respiro accelera

il sudore cola sfiorando la pelle

i piedi battono la strada

il sangue pompa

c’è traffico in me

un darsi da fare silenzioso

 

…………………………….

Postato da: swcpd a 14:37 | link | commenti (1)

mercoledì, 04 ottobre 2006

......quinta parte........

San Lorenzo

 

Cos’è San Lorenzo? Cosa rappresenta a Roma questo quartiere?

Quartiere studentesco, di sinistra, appena fuori le mura.

Ah, ecco. Vedremo

 

Finita la lettura si esce dal locale dopo aver ascoltato un po’ di musica.

La strada è in salita sulla sinistra, con un pezzo di tangenziale surreale alto trenta metri che passa in mezzo alle case, sulla destra, uscendo. Prendiamo la salita, noi ex giovani, ma molto giovanili.

In realtà io andrei a dormire: sono di tolla, sveglio dall’alba, in calo, come sempre, dopo una cert’ora di sera.

Ma non ho mangiato, e la compagnia è interessante.

Fame e stanchezza.

La notte è ancora giovane.

Luoghi comuni su notturno romano.

Si va, sparsi in gruppetti, per la notte di San Lorenzo.

Percorsa la salita, verso destra, lo scoppio.

È un’ondata di gente e bordello diffuso, una fiumana inarrestabile di gente che passeggia e chiacchiera, manco fosse una piazza di una domenica di provincia appena finita la messa. A giudicare dal numero di persone, molte piazze di molte chiese.

In mezzo a questa folla, l’energia delle persone circola e fa crescere qualcosa: un’impossibilità a non coglierla, un tappeto fluido di caratteri, pensieri, storie, che invadono senz’invadenza.

Non dico che tutto sparisca. La settimana di lavoro, la sveglia ante alba, la tensione sputata nella lettura; no, quelle rimangono. Ma s’affaccia, ad ogni angolo, la sensazione che si possa trattare di un’esperienza, di un potenziale ricordo. Se non si vive, se non s’accetta un’eccezione, qualcosa, dentro, sarebbe morto.

Giriamo, sfioriamo, andiamo. Alla scoperta, in un gruppetto da tre, appuntamento a tra un po’ con gli altri, di una piazzetta, così la chiamano, dove ci sarebbe risposta alle nostre domande.

Mentre cerchiamo, penso che il bello sia cercare, avere quella tensione che ti tiene sulla ricerca, e non su quello che poi, una volta trovato, sarà sostituito da un’altre ricerca.

Penso a quello che pensavo della voglia di scrivere che avevo agli inizi, quando credevo di avere qualcosa da dire e che quel qualcosa avrebbe aggiunto interesse alla scrittura stessa, e perciò alla lettura, al sapere, al sentire.

Questa è una meta ricerca, che ha fascino in quanto tale.

La risposta la troviamo a breve e la condividiamo nel bar dove stiamo tutti, attorno al tavolo che ci ospita e ci offre l’occasione di scambiare quel che siamo.

Tra ciò che siamo, ci sta anche ciò che sono.

Sono uno che finge di essere vivo, una controfigura che sopravvive sfidando se stessa.

Dall’una alle tre sono una comparsa che vorrebbe scomparire ai propri limiti. Trattengo la scivolata verso il nulla pieno di vita che è il sonno. Che ha ormai i contorni del desiderio fatto carne dal bisogno.

Prima della meta, il meta giaciglio, passiamo alla taverna, dove ho dimenticato il mio prezioso leggio.

Saluto tutti, buona notte. La notte che sta per chiudere e lasciar posto al chiarore del giorno.

Fuori della taverna uno mi chiede chi sono e cosa ho fatto. Lui è un artista della vita; uno che percepisce l’arte girargli tra le vene.

Viene a salvarmi R, saluto l’artista che nel frattempo si produce nell’arte del corteggiamento di una che gli ha chiesto una sigaretta.

Ha già dimenticato la reciprocità tra artisti e non so se si accorge che non ci son più.

Scendiamo la discesa.

Svoltiamo a sinistra verso l’albergo.

Le macchine girano ancora per la sopraelevata.

Noi, sotto, trasciniamo la nostra poca energia.

Notte, a domani.

Postato da: swcpd a 20:34 | link | commenti (4)

martedì, 03 ottobre 2006

............... quarta parte..............

Lettura

 

Questa volta ci sono novità piacevoli e altre meno.

Quelle brutte riguardano soprattutto l’organizzazione. Non mi piace lamentarmi, né chi lo fa per prassi; al massimo lo accetto come estrema possibilità di non accettare la fatica del proprio destino.

Però, insomma, devo ammettere che stavolta qualcosa non ha funzionato,  e ho i nomi e cognomi  di chi ne ha avuta responsabilità.

Circa mezz’ora prima di iniziare, proprio mentre M caricava parenti e amici dicendo loro tutte le nostre qualità, comprese quelle che non ci appartengono, abbiamo saputo che invece dell’ora e venti-mezza di cui abbiamo bisogno, ne avevamo solo una. Ergo, due racconti ciascuno, invece di tre.

Mediamente non mi arrabbio perché è uno spreco di energie. Stavolta ammetto che ho insultato mentalmente la testa di cazzo che aveva ingenerato questo equivoco, e l’ho fatto molto volentieri.

Quelle piacevoli, invece, le seguenti: microfono con l’astina, di quelli che ti stanno su da soli; video dell’amico R – di cui sopra – con riprese sovraimpresse, dal vero, di noi che leggiamo.

Il tutto merita un wow! Il tutto senza togliere fiato alle parole e dando al tutto un effetto molto suggestivo.

Di solito, oltre a non incazzarmi, sono restio all’autocompiacimento, ma stavolta, il complesso tecnico qualitativo, ha avuto il suo compimento.

Va bene, capita.

Normalmente facciamo ste cose a teatro, con un’atmosfera consona, il pubblico che sa quel che gli aspetta, con un silenzio da chiesa.

Sshhh, non si parla, non si tossisce, si spegne il cellulare, ci si soffia il naso dopo.

Un setting in cui ciascuno gioca consapevolmente la propria parte.

Qui no; giustamente, qui, ognuno si gioca la propria libertà, la propria età, i propri pruriti.

Il target è venticinquenne di media, studente con ambizioni di essere dottore invece di signore, sinistra, utopista, birrista, fumista, scopista, a maggior ragione la notte di sabato.

Il brusio, quindi, è implicito. Anche da vuoto il locale emetteva brusio; ne sono pregne le mura, le sedie, i tavolozzi, pavimenti e soffitti.

Si parte. Inizio io, al solito.

Esordisco con un racconto che spacca le reni e le palle: c’è uno malato che racconta che da quando sta male, sta meglio. L’impatto è duro e tenero. C’è sempre qualcuno che si commuove, visto l’argomento. Ma non è fatto per estrapolare lacrime e sgomento gratis. È una preghiera blasfema che chiede a chi ascolta di svegliarsi, di tirare fuori la vita, di aborrire al tempo passato e futuro in funzione del presente, del qui e ora, che è l’unico tempo con cui si possa interagire. Vado liscio, sembro uno che racconta di sé, della propria malattia; e invece questo brano, lo dico all’inizio, quando quasi nessuno coglie, lo dedico a mia madre Carla e a Giorgio – di cui non racconterò ora alcunché -; nulla di autobiografico in senso stretto, ma biografico per interposta persona. Qui lo posso dire: è la mia grande ambizione, quella di poter morire in piena consapevolezza. Ma già non si legge, già non si ascolta, perché si dovrebbe ascoltare uno, su un palco, che affligge gli altri con ‘ste due palle? Perché io esercito l’asimmetria tipica tra autore e pubblico, il quale impone la propria volontà e il proprio verbo. Mal che vada, non piace.

Mi becco l’applauso, torno alla sedia dove M attende seduto il suo turno; gli passo il microfono, gli batto la spalla e va. Ora è il suo turno, è lui il padrone. Preferisco non parlare del suo racconto. Se lo desidera, lo farà lui. Non perché non voglia in senso stretto, ma perché è appunto roba sua, anche se poi, quando si scrive, quel che esce appartiene a chi lo legge o ascolta.

Poi di nuovo io.

Stesso passaggio di microfono di prima.

Tra un racconto e l’altro c’è uno stacco musicale. E l’applauso. Gratis, giuro: non paghiamo nessuno.

Il mio secondo parla di uno che è stato a Genova nel 2001. il tema non è tanto Genova e il G8, che sono il contesto, ma i dubbi di quest’uomo che si è trovato in mezzo al casino prima, alla tortura poi – più psicologica che fisica - , e ancora, nonostante tutto, non sa che dire e cosa pensare: “…………La cosa che più mi mette a disagio, sono i dubbi rimasti anche dopo quel che è stato; mi ci trovo male a descrivere ciò che sento, perché tutti si aspettano da me un giudizio categorico, una verità sicura e tranquilla, scontata, su chi ha ragione e chi torto. Una razionalizzazione su chi ha colpe e chi rivendicazioni; come se io venissi dopo, come se i dubbi fossero un terreno molle e paludoso che dovrei lasciare ad altri, a quelli che passeranno tutta la loro vita senza mai sapere nulla di come stanno le cose; la gente, il popolino, i mediocri che ignorano………..”

Applausi, musica, cambio microfono: tocca a M.

Alla fine, complimenti, strette di mano. È sempre un momento di non tempo, di non presenza in termini di normalità percettiva. È l’effetto dell’adrenalina mista all’emozione, alla tensione, al down.

Mentre leggevo guardavo talvolta chi guardava, giocavo con le pause, provavo a immedesimarmi a me stesso mentre scrivevo quelle parole. Funziona, anche se so che non sarò mai attore. Mi basta essere l’autore di quel che leggo.

Postato da: swcpd a 12:24 | link | commenti (2)
cronache così

domenica, 01 ottobre 2006

 ........... terza parte......

Locanda atlantide

 

E che nome è?

I giorni prima dell’appuntamento vado in internet per capire che tipo di locale sia. Il sito è carino ma non si vede immagine di come sia fatto fisicamente. Mi rassegno alla sorpresa e, anzi, me la godo e fantastico.

Il dubbio su che cosa sia meglio scrivere: se diari, fiction, fiction di diari, mistificazione della realtà, pura invenzione. Io so quello che non so fare di certo: scrivere bene belle storie con tutti i crismi delle belle storie. So scrivere solo attraverso il filtro dell’interiorità, cioè attraverso un focus limitante dello spettro da cui di solito è bello sentire raccontare una storia. Facessi un romanzo, sarebbe una cosa pallosissima.

Cerco l’effetto emotivo anziché quello oggettivo perché scrivo attraverso la mia esperienza, anche se non necessariamente attingendo dall’autobiografia. Quindi, mi chiedo, sarà vero che sono stato lì quel sabato a fare quello che sto dicendo di aver fatto?

Che palle che sono, soprattutto quando dubito di me.

Dicevo che ho fantasticato, fino alle diciassette.

Siamo in albergo, un tre stelle sudate a fatica.

Ci viene a prendere S, uno dei gestori del locale.

Il posto è del genere alternativo al solito, un po’ squallido e accogliente insieme. Il fonico sta preparando il palco: questa sera c’è un programma fitto: cortometraggi – uno dei quali è del nostro tecnico: R, il nostro creatore d’atmosfera - , il nostro reading e due gruppi musicali.

Lui non parla molto, ma quel che dice ha un suo spessore. Parla di arte e dell’assenza di questa, se estesa ai molti che non ne usufruiscono in funzione della tivù e di altre amenità moderne, e di come questa soffra di un’asfissia strutturale intrinseca. L’arte è poca, spesso inaccessibile ai più, e noi siamo una specie di utopisti destinati a una nicchia di estimatori, artisti anch’essi. Ce la si scambia, come a scambiarsi figurine tra bambini.

Non so se mi sento facente parte di quei bambini: ho aspirazioni molto più semplici. Forse mi piacerebbe addirittura riuscire a essere più incisivo nel divulgare il mio pensiero. Ma è anche vero che mi sento atipico in generale e che questo mi provoca una sorta di consapevolezza che posso, in realtà, aspirare a capire solo il mio personale mondo. Ma non c’è tempo per dire di arte: c’è da organizzare la nostra parte, che per altro siamo in una costosa trasferta, trasformata in gita esperienziale per sopperire alla stanchezza e alla nostra stessa aspirazione.

Penso alla capacità di raccontare il vero, seppur personale, e perciò parziale, di Busi e di Scarpa, di quella sensazione di assistere ad un incontro con una precisa realtà; alla capacità di coglierla e poi raccontarla scrivendo.

Ci penso e non ci penso più: ho altro a cui pensare, in quel frangente.

Problemi col pc e il proiettore, ma si risolvono.

Birre e canne si propongono, ma no, grazie, devo essere lucido e godermi tutto, ansia compresa.

È già tutto così stupefacente!

Per la prima volta leggo davanti a persone che non conosco. E infatti sono tranquillo. Mi devo fidare delle mie parole; non c’é altra scelta.

Postato da: swcpd a 09:36 | link | commenti (3)
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