"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità . La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà . La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà . La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività . Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.
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Roma
Roma è tutto.
Ci sono stato più volte, ma stavolta, sarà che sono più grande – non che sia cresciuto, quanto piuttosto un po’ invecchiato -, più riflessivo, l’ho sentita vibrare in me.
Come atomi che vibrano e formano un solido, anch’io me ne sono sentito facente parte.
Eravamo un tutt’uno, lei e me: non eravamo più, lei e me, ma noi.
Roma è così grande e bella che tiene tutto e sa contenere tutti.
Si fa guardare, è seduzione, induce alla paciosità. C’è tanto, ma non è mai troppo.
E sembra di capire i romani, sembra di poter sentire che questa metropoli, come nessun’altra, è mamma, e perdona sempre, e non chiude mai la porta.
Mentre giravo per il centro, compiendo uno sforzo, provavo a immaginarla senz’auto: un diritto a noi negato, purtroppo.
Ma il senso della storia ti cammina dentro.
Pagano e cristiano, opulenza e miseria, diritto e schiavitù: un ossimorico frullato di contraddizioni. Sei in una città immensa e hai la sensazione di essere in un paesone sconfinato.
Si cammina a lungo, si va a pranzare con una pizza dietro campo dé fiori da dei calabresi, si passa per piazza Navona, Bernini, Borromini, Caravaggio, Pantheon. Caffè, libreria Fanucci, poi col 492 si torna a S. Lorenzo.
Mando sms e mms. Sono felice perché unito. Sono unito seppur ben distinto da quel che provo, che posso vedere, valutare, distinguere senza staccarmene.
È l’ascesi pur senza visitare il Vaticano.
L’ascesi laica, l’illuminazione con ricevuta di ritorno che poi passa.
Ma stavolta me la godo.
Sabato 23 settembre 2006, reading a Roma
Viaggio
Mi alzo alle quattro e tre quarti. Scendo, colazione, doccia, valigia, via. Prendo la macchina che fa fresco a quest’ora. La lascio in stazione, poi verrà a prenderla Patty.
Salgo in treno, quello delle cinqieecinquantasette direzione Venezia.
Mi siedo sul treno dei pendolari, i primi, quelli dell’alba, che quasi tutti dormono; o almeno ci provano, vista l’assurdità di una levata a quest’ora.
Riepilogo: ho dimenticato borsetta coi viveri da viaggio – acqua, biscotti ai cereali, crackers coop -, cd con le musiche che non si sa mai che ce le si dimentichi, carica cellulare.
È ancora buio, uno scuro notturno, anche se fa inaspettatamente un caldo afoso, umido. Non faccio la barba da tre giorni: diagnosticata una dermatite atopica sul collo e sotto gli occhi, che si manifesta con rossore e pelle contratta. Oggi sto già meglio e quasi non si nota, e tutto sommato, pur non essendo abituato, nemmeno la barba mi infastidisce. In zaino, da leggere: Carver, Parrella, Pulp e i racconti per stasera.
Non sono affatto teso, e questo mi sorprende.
Il treno corre veloce e affonda nel buio: e se deragliasse o si scontrasse?
Arrivo a Mestre, dove scendo, alle sei e venticinque circa. Faccio in tempo a prendere il giornale e un caffè prima che il treno arrivi da Venezia col resto della “compagnia instabile”: M e R; con noi c’è anche D e a Mestre sale anche M, che conosco in quel momento in treno.
Il viaggio è lungo, ma ci serve per i dettagli e per scaldarci di risate e sciogliere la tensione, che io non sento.
Arriviamo a Roma allegri e stanchi.
Il treno e i passeggeri sono un mondo. Ci sono molte storie che tacciono e che vorrei raccontare. Il mondo contiene infinite storie che possono essere raccontate, penso, quasi ad esorcizzare il timore di non riuscire più a scriverne ancora.
Roma è grande. La guardo mentre la penetriamo col treno, come un ago che entra in un corpo, da fuori a dentro. Fuori le mura è un continuo di case e case e case. Dentro è un’esplosione di storia e di storie.
Scendiamo dal treno e i nostri occhi sorridono. Siamo a Roma pensiamo tutti. Il pensiero è lieve come una carezza.
Mi accorgo che il trolley rumoreggia avanzando mentre il mio passo è morbido e silenzioso; non sento il terreno sotto di me, ma la magia mi sostiene ad appena pochi centimetri dal suolo della stazione: non lo dico agli altri, potrebbero spaventarsi e pensare che io sia chi non sono. Ho solo assorbito l’energia che è qui a disposizione di tutti, dovrei dire se se ne accorgessero, correndo il rischio di sembrare uno che vuol far l’artista sempre e comunque. Non credo si intenda questo quando si dice “ a maggica Roma”. O probabilmente sì, e sono io a pensare di essere tra i privilegiati che han visto e sentito.
Meno male che il trolley mi ancora a terra, sennò volerei.
domani sabato 23, alle 21, assieme a Marco e Renzo, che con me fanno parte della compagnia instabile, saremo a Roma, alla LOcanda atlantide, all'interno della rassegna enzimix (info, clicca qui.http://www.ilgreppo.org/mdb/programma.asp ).
magri quando torno racconto qualcosa. magari se qualcuno ci passa, da un saluto. magari no.
insomma, ci sentiamo al ritorno.
La politica è un ammorbidente sociale
Arrivo con l’auto a Mestre che la pioggia ha ricominciato a cadere copiosa.
Mentre sto per raggiungere un parcheggio, attraversa la strada Paola. Quando siamo insieme ha sempre un’espressione dolce; là, in mezzo alla strada, da sola, con la pioggia, lo scuro che arriva, la faccia è dura, come scocciata.
Stgsh: foto col telefonino da due mega pixel.
Trovo parcheggio e mi preparo. Devo organizzarmi: portare il portatile; tirare fuori dal bauletto porta cd, i cd; ripararmi con l’ombrello che non ripara dalla pioggia, che m’investe con ferocia.
Lo zaino pesa, la mia giacca azzurra soffre peso e posizione.
Dopo i primi dieci passi le scarpe lasciano passare acqua, che m’invade copiosa i piedi.
Il vento piega gli alberi, li fa oscillare sempre solo in una direzione.
Guardando verso i lampioni si vedono gli scrosci cambiare repentinamente angolo di caduta. L’asfalto bagnato modifica i colori trasfigurandoli in tonalità scure.
Il tutto è scomodo, ma ha una sua santità.
Stgsh: foto.
L’autobus è pieno. Il settembre veneziano trabocca d’eventi d’ogni genere; i suoi sabati ne rappresentano l’apice. C’è un sacco di gente ben vestita, dev’esserci qualcosa di mondano stasera, penso. Nei quindici minuti che occorrono a percorrere il tragitto da Mestre Viale San Marco a Venezia, il rumore sul tetto segnala almeno cinque cambi d’intensità della pioggia; a volte è un mormorio sullo sfondo del chiacchiericcio, altre prevale su tutto e s’impone con il suo tambureggiare veloce e possente.
La zona industriale di Marghera sta per cambiare.
Stanno fingendo di bonificare, costruendo nuove strade, riconvertendo le attività, facendo scioperare gli operai, modificando il lessico comune. La chimica è una facoltà universitaria, è sulla bocca di tutti, è referendum – vinto da chi vorrebbe cancellarla da porto Marghera -, è pericolosa, è prova di sirene alla domenica mattina.
Lì sulla destra del ponte andando verso la città d’acqua, nonostante i finestrini annebbiati dall’umidità, la si distingue comunque: inconfondibile, tetra e lucente insieme, miseria e gloria insieme, lavoro e morte, profitto e sfruttamento.
Stgsh: foto.
Arrivo a Piazzale Roma.
La pioggia è a livello intermedio.
Siamo d’accordo di trovarci ai Frari, a dieci minuti scarsi a piedi.
Sto per avviarmi quando l’intensità della pioggia accelera: ora è furia, rabbia, caos. Mentre mi riparo sotto una tettoia arriva sms: “ sono in ritardo, prenditela con comodo, ci vediamo tra mezz’ora”. Rispondo: “ ok, mi sto riparando. A dopo.”.
Sono circondato da turiste americane sorridenti. Metà di loro è obesa. Metà è tanto, penso.
Arriva un vaporetto e anche se prendendolo ci metto molto di più che a piedi, visto il tempo, i piedi zuppi, la gamba sinistra posteriore dei jeans completamente bagnata. La giacca, anch’essa, senza distinzione tra destra e sinistra. Penso al pc; penso che cazzo con sta pioggia mi sa che si rovina, porca zoccolona.
Salgo. Attorno a me corpi compressi che si compiacciono dell’altrui grado di disagio. Venezia è un inferno stasera si sentirebbe, si potessero ascoltare i pensieri.
Mi guardo intorno e lì a un metro da me, con frapposte tra noi almeno sette persone, c’è un’amica.
Ciao, dove vai? Dico.
A casa, a portare ste borse dell’Ikea, dice, indicando con lo sguardo e con un movimento delle spalle che imita un sollevamento, impossibile in quella circostanza.
Tu?, mi chiede.
Mi devo trovare con Paolo e Sandro, le rispondo. Stasera abbiamo le prove generali del reading di sabato prossimo a Roma, aggiungo.
Ah, è vero, dice lei come si dovesse scusare di essersene dimenticata.
Se vuoi ti accompagno, ho giusto un po’ di tempo, dico.
Volentieri, grazie. Risponde lei. Così ti offro qualcosa da bere, se ti accontenti del poco che c’è, dice.
Perfetto, grazie, dico.
Col vento forte che c’è il capitano fatica a manovrare il vaporetto e accosta con fatica al pontile. Dopo essere scesi mi volto. Il mezzo è gremito, sembra incerto contro il vento, la pioggia, il peso della gente, dei vestiti bagnati. Il marinaio si sgola ripetutamente di avanzare verso la cabina, di lasciare spazio a chi scende e poi ripete la stessa formula per chi sale.
I corpi sono compattati forzosamente, solo tra le teste si riesce a vedere una minima distanza.
Stgsh: foto.
Mentre andiamo mi faccio dare la borsa. Lei non vorrebbe ma io insisto. Con la mano libera tengo l’ombrellino. Avanziamo tranquilli. Le dico che poco prima avevo visto Paola attraversare la strada ma siccome era un po’ avanti e quando ero passato era già sul marciapiedi non l’ho salutata. E pensare che ora abita in montagna, chissà se era davvero lei. E poi ho incontrato per caso anche lei. E poi stasera avrei visto Paolo e Sandro. Che serata starna. Arriviamo a casa sua. Saliamo le scale con calma. Giunti davanti alla porta le dico che preferisco non entrare: non vorrei bagnarti casa, sono zuppo, dico. Ma figurati, dice lei, fammi il piacere, aggiunge determinata.
Entriamo, passiamo il corridoio e mi mostra la nuova disposizione della casa. Ha spostato una libreria e abbattuto una parete. Il salotto ora è più grande e accogliente. Bello, davvero, esclamo. Posso usare il bagno? Aggiungo. Sai, con tutta quest’acqua, sto freddo, dico come a giustificarmi. Ti ricordi dov’è? Mi dice dalla cucina. Sì, grazie, rispondo.
Mentre mi lavo le mani dopo aver urinato mi guardo allo specchio e mi dico che sembro pronto alle prove generali, seppur bagnato. Ho tenuto lo zaino sulle spalle, noto davanti allo specchio.
Sento il vibrare del telefonino. Un sms: dove sei?. Non mi va di rispondere che sono a casa di Gloria. Rispondo che “ mi sto riparando, tra un quarto d’ora sono lì”. Arriva subitanea la risposta: quando sei in zona, sms.
Esco e la trovo in salotto che scrive, mi dice, la lista della spesa. Bene, facciamo un pezzo insieme, dico. Volentieri, risponde.
Mi guarda. La guardo. Poi rotea su se stessa e mi chiede se mi piace il salotto così com’è ora. Bello, le dico. Anzi, aggiungo, posso?
Stgsh: foto.
Scendiamo le scale. Apriamo il portone. Proprio in quell’istante la pioggia aumenta il ritmo e diventa acquazzone. Un gruppo di turiste americane avanza sorridendo. C’è un aspetto positivo nell’essere a Venezia sotto un acquazzone tropicale riparate da impermeabilini di plastica trasparente; un ricordo, un argomento, la condivisione, che verrà ripescata quando torneranno a casa e si diranno “ ti ricordi quella sera come pioveva?.....”. Immagino la scena: salotto, tivù, pop corn.
Mi spiace ma devo andare, le dico. Vengo anch’io, mi dice. Parte prima lei e salta ridendo le pozzanghere che ormai stanno occupando ogni spazio calpestabile. Corro anch’io, zaino in spalla, goffo. Percorriamo un pezzo di calle, attraversiamo un ponte, ci ripariamo sotto un portico. Ridiamo. Perché no, del resto.
Aspettiamo un po’ e parliamo di come vanno le nostre vite. Il ritmo della pioggia rallenta e ripartiamo. Mi conduce attraverso callette che non riconosco fino a sbucare ad una fermata del vaporetto. Aspetta con me l’arrivo del prossimo. Il pontile straripa di gente. Mi dice che è da un sacco di tempo che non vede più gli altri. Ah, mi è venuta un’idea, dico.
Chease, la invito a fare.
Stgsh: foto.
Dio quanta gente. Siamo stipati, attaccati gioco forza l’uno all’altro. Sento molte lingue, molti odori. Devo scendere tra due fermate, per fortuna.
Scendo seguendo il flusso di gente che fa lo stesso.
Sento vibrare il cellulare. Noto solo ora che ho ancora una tacca, il telefono sta per scaricarsi.
“ stiamo andando a prendere il proiettore, prenditela con calma”.
Chiamo, voglio capire.
Pronto ciao, dico, a che punto siete?
Stiamo andando a prendere il proiettore, dice.
Ma così s’inizierà con un’ora e mezza di ritardo, come minimo, dico.
Purtroppo sì, dice. Abbiamo avuto un contrattempo, aggiunge.
Ma così io non posso fermarmi, dico. Sono zuppo e non posso reggere ancora ore di attesa. Rischio di prendermi un malanno e devo andare a lavorare e voglio essere in forma per sabato prossimo a Roma. Fai tu le letture, stasera, e scusami con gli invitati e il padrone di casa. Ma non me la sento di affrontare una prova generale e una cena in queste condizioni, così in ritardo.
Ma dai, dobbiamo farla insieme, dice. Aspetta che ti passo Sandro, dice.
Guarda che non è un capriccio, non ho bisogno di essere convinto, dico. Insomma devo lavorare, e poi sai che finita la cena ho più di un’ora di viaggio di ritorno.
Lo so dice. Ma dai, vieni. Dai… Non fa a tempo a finire la frase che il cellulare si spegne. Batteria esaurita.
Arriva un vaporetto. Lo lascio andare, aspetto il prossimo.
Salgo. Siamo immobili ognuno al proprio posto. Non ci si può spostare di un centimetro. Alla fermata successiva il marinaio intima alle persone di andare in cabina, di lasciar passare chi scende e ripete il motivo quando salgono.
Sale una mamma con un ragazzo in carrozzina. È un tetraplegico. Ha un k-way da cui sbuca solo la faccia. Contrae il viso in una smorfia che assomiglia a un sorriso. Lo guardo e sorrido a mia volta.
Peccato, penso, avrei voluto fotografare la scena. Il contrasto tra un malumore passeggero, un disagio temporaneo dovuto alle condizioni atmosferiche, e quello immodificabile, perenne.
Penso che se non avessi il cellulare scarico farei una foto, ora: stgsh.
Poi manderei un sms a Gloria: saltata la cena e la prova: pazienza. Sono in vaporetto e c’è un ragazzo tetraplegico che sorride. Paolo sarà tutto agitato e dispiaciuto. Pensavo al contrasto tra le due situazioni. Mi spiace non aver cenato con te e di averti lasciata sola: sarà per la prossima. Ciao.
La mattina dopo un amico sms.
“ a Venezia piove che non se ne può più e io sono fuori col cane, cazzo. Mi consolo però: oggi c’è Bossi a Venezia: eh eh eh”.
Rispondo: “ la politica è un ammorbidente sociale”
cristiano prakash dorigo
seconda parte
...............................il pensiero sull’arte, su cosa sia, sulla meraviglia, su quanto ci cambi. Sull’innocenza che fa vedere tutto ogni volta daccapo, con rinnovato stupore.
Ed è la morte dell’innocenza che ho scoperto là, sul pulpito del predicatore mentre dispensavo con gusto le mie parole sozze, compiaciuto dell’effetto, dell’energia, del silenzio purissimo che provocavano.
Quando inizio, e l’altra sera non fa eccezione, ho la bocca secca – così secca che m’immagino avere un alito insopportabile, una bocca arsa, piena di sabbia, e che nonostante ciò là, in platea, ci sarebbe qualcuna/o che la leccherebbe lo stesso, credendo di stare assistendo a un evento che ha in sé una qualche forma di magia -, non riesco a guardare lo sguardo di chi guarda.
Penso: ma cos’è che ci impedisce, se non la felicità, la piena consapevolezza dell’intera scena della nostra esistenza?
Quali ostacoli inventiamo, per difenderci?
Poi finisce il mio turno.
Mi siedo, bevo dell’acqua salvifica per la mia bocca asciutta.
Ora parla un altro. Anch’egli racconta. Anche lui è ora al centro di quel flusso emozionale. Lo si respira, entra, s’impasta, torna fuori diverso, corrotto e puro insieme.
Io non mi muovo, staziono immobile. Tutto è duro, impenetrabile. Lui parla e io fermo.
Non riesco a sentirmi spettatore: ci sono, sono lì con lui; noi siamo lì, gli altri di fronte. È condivisione e solitudine allo stesso tempo. A cosa si pensa mentre si attende il proprio turno. Già, a cosa. … ( chi sa perché mi sono usciti senza punto di domanda ..?)
Sarebbe scandaloso e immorale se fosse una sorta di conto alla rovescia.
Se stessi solo aspettando il mio turno di gloria e attenzione.
Finisci, che tocca a me. Goditi appieno il tuo successo e poi siediti e aspetta, che il tuo turno toccherà di nuovo, tra poco, e tornerai a prenderti tutto.
Mentre aspetto penso.
La cosa migliore sarebbe, penso, godere di quel che è, della situazione, del momento, di quel che sono, di quel che sono immaginato e vissuto.
E invece il momento scappa, lascia il posto a quello dopo e quello dopo e quello dopo ancora. Mai l’adesso; sempre il dop; magari appena dopo, ma è già tardi, troppo in anticipo....................................
Posto queste pagine. Non so bene di chi siano: le ho trovate fotocopiate in mezzo agli scatoloni del recente trasloco………..
Se tempo fa, qualche anno, mi avessero detto che avrei fatto quel che sto facendo, mi sarebbe sembrato impossibile. Sto facendo il lavoro che vent’anni fa non sapevo nemmeno esistere, e che però cresceva in me come istinto, e sto portando in giro per vari palcoscenici le mie storie, e questo è addirittura prossimo alla realizzazione di un sogno.
Bello, sì.
È una vera emozione che secca la bocca in senso letterale. E se appena cogli che c’è attenzione e silenzio, e che quel silenzio è rotto dalla tua voce che legge quel che hai scritto, sei consapevole di essere il padrone del tempo: del tuo e di quello degli altri.
Eserciti un potere totale se riesci a tenere un certo livello di pathos, se riesci a sostenere quelle stesse parole contro la noia, la distrazione, le tentazioni.
È una forma di ritorsione che rivendica il tuo stesso diritto di esser qualcuno, uno di cui si parla, si dice qualcosa, nel bene e nel male, che tanto non si può accontentare tutti.
Per quel tempo, sei il protagonista unico di una forma di inconscio collettivo coalizzato sul tuo pensiero.
Il difficile, per quelli che non hanno esperienza, è esserne consapevoli, controllare l’emozione e la paura, a favore di quel privilegio. E dare enfasi alla voce, alle pause, al linguaggio non verbale del corpo. Venite, venite a me, lasciatevi andare alla musica, all’estasi, fatevi possedere.
Possesso e potere, è quello che cerco?, mi chiedo. Cosa voglio, davvero, quando mi arrogo il diritto di esporre agli altri le mie parole, i miei pensieri, e poi pretendo che piacciano, che convincano, che spingano qualcuno a venirmi a dire quanto sia sensibile e intelligente e bravo. E quel sottile piacere, quella compiacenza freakettona quando mi chiedono per chi ho pubblicato e io rispondo che no, non l’ho fatto e che devo ancora decidere se m’interessa, se davvero mi voglio sporcare con dei compromessi collosi, che includono di suo il dare-avere come regola non scritta ma talmente implicita e radicata, da essere roba da disperati. Io, che sono abituato a sputare in muso a chiunque, se ne ho voglia, che mi debba piegare alle regole che ho deciso di accettare per la sola sfera della sopravvivenza, e che ci piscio sopra per tutto il resto.
Ma non vedete, non ve ne accorgete, dall’estetica, ma ancor prima dall’aurea, dall’odore incontaminato, puro, che sono l’incarnazione della libertà, della libertà che di suo non può che essere prezzo altissimo da pagare in termini di affossamento della famosità?
La sera prima dell’ultima lettura, me ne stavo steso in divano, rapito dall’effetto della canna che avevo appena fumato. Ricordo il turbamento sottile che mi spingeva a detestare la mia scelta, a voler disertare la promessa, l’impegno, di fare qualcosa che avrei voluto, in quel momento, nemmeno esistesse.
Quella sovrabbondanza di torpore denso mi faceva soggezione. Mi sentivo un altro che poteva vedere, spiare nell’intimità, quel corpo steso, che ero io. Uno sdoppiamento senza la tara della follia: una doppia spirale di vicinanza-lontananza, attrazione-disgusto.
Poi avevo dovuto abbandonare quella prostrazione che mangiava tutta la poca energia residua che mi rimaneva ed ero andato a letto ripromettendomi che sarebbe stata l’ultima volta che osavo affrontare qualcosa più grande di me.
La notte era stata tutto sommato tranquilla. La mattina m’ero svegliato col ricordo della serata e con anche la sensazione che lo scuro, il silenzio, la stupidità della televisione, il thc, avevano contribuito a fare di me una persona in balia di se stessa, delle proprie paure e ansie e che il riposo della notte, il chiarore e l’energia del giorno, mi avevano restituito vigore e raziocinio.
Sono partito dopo aver preparato la borsa delle molte cose che pensavo potessero servirmi.
Per la prima volta anche il leggio, che mi era stato regalato quale forma di riconoscimento artistico.
Ero ormai un artista e se volevo affermarlo, se me ne volevo sentire pienamente degno, avrei dovuto accettare totalmente il fatto che una parola, seppur così detestabile, non è appunto, che una parola.
Essere quel che sono non c’entra nulla con quel che faccio. Quel che faccio, lo faccio perché sono; non viceversa.
Se scrivo e poi leggo non è perché ho dei fini, delle ragioni, delle mete.
Quando scrivo e leggo, se sono autentico, se lo sono davvero, non m’importa nemmeno di quel che scaturisco. Quando penso che regalare emozioni è bello, e ancor più perché c’è un ritorno fortissimo, penso bene. Ma se scrivo e leggo solo per questo, se questo determina in me dipendenza, se lo faccio perché si parli di me, si dica qualcosa di me, se esisto perché faccio, allora sono sì un artista; non più una persona che scrive e legge e dice qualcosa perché esprime una propria esigenza personale, a prescindere.
….. boh, la fotocopia continua, vedremo…..