"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità. La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà. La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà. La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività. Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.

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giovedì, 31 agosto 2006

RITARDO

 

 

Ritardo!

Sempre in ritardo!

Ti sei alzato, hai fatto colazione, lavato e sbarbato di corsa.

Volto contratto da una smorfia che tende al sorriso per coprire l’affanno.

Hai una faccia da presentare alla società, pensi.

Hai una società  impresentabile che ti aspetta, pensi.

Tutti fan finta di non far finta, pensi.

Apri la porta di corsa tiri fuori le chiavi dai almeno due giri infili le chiavi nello zaino  fai i gradini quattro alla volta.

Fuori del portone uno strato invisibile d’aria che puzza di minestrone e mandorle e fumo grigio e nero e veleno e truffa e profitti sbattuti addosso con indifferenza in faccia a chi abita con te a Marghera.

Guardi a sinistra direzione da cui proviene il pachiderma arancione che si farà acciuffare se corri corri corri veeloooce.

La porta s’apre e tu sali ansimando trovi il posto e ti siedi e senti che l’alchimia tra il caffè e il dentifricio e lo sfrigolio doloroso del rifiatare ti rende un essere poco presentabile per almeno altri cinque minuti.

Tiri fuori dallo zaino il tuo libro che parla delle molteplici concezioni e pratiche della meditazione nelle diverse religioni che abitano questo triste mondo.

In tutte nessuna esclusa pur con le differenze basilari che intercorrono tra queste c’è il dettame che il continuo fluire dei pensieri crea inutili ansie.

Ed è sempre e comunque un’ansia inconsistente ed inutile in quanto il loro continuo fluire ne produce una quantità tale da palesare l’ iniqua inconsistente inutile identità di ognuno di essi.

Pensi che sia vero e giusto e  la schiavitù che ti schiaccia e costringe a rincorrerne il flusso inarrestabile sia il segno dell’inutilità di una vita all’insegna di una malinconica inutilità.

Decidi di stare all’erta.

Decidi di assecondare al detto della cabala ebraica che sostiene  “attenzione è  potere”.

L’attenzione.

Attento a quel che succede.

Il primo pensiero arriva alla partenza del bus e dice che questo è un rumore infernale e indegno e che le linee che arrivano in periferia hanno sempre i mezzi più vecchi rumorosi e dolorosi di rassegnazione e impotenza.

Il secondo ti chiede se hai dimenticato qualcosa o invece se hai tutto a portata di mano compresi telefonino e agenda e libro e abbonamento e libretto sopra cui scrivere i tuoi pensieri.

Il terzo pensiero fa una dettagliata relazioni di tutti gli utenti seduti attorno a te privilegiando i commenti sulla loro estetica e affidabilità e provenienza etnica e di quanto questo quartiere sia una meravigliosa miscellanea di gente d’ogni tipo e ogni dove e lingua e colore e che la globalizzazione è qui manifesta evidente e colorita .

Il quarto si perde nel chiacchiericcio incomprensibile dei due bengalesi seduti vicino a te e dell’odore speziato che i loro indumenti emanano.

Il quinto prende nota dell’odore  e fragore  del gruppo di zingarelli turbolenti che hanno tutti le facce sporche e un sorriso pulito e malizioso insieme.

Il sesto e settimo e ottavo e via all’infinito.

Gli occhi tornano sul libro dopo un paio di minuti.

Pensi che hai interrotta la lettura per seguire i tuoi pensieri.

Ti chiedi perché ma non sai rispondere.

Sale un gruppo di studentesse che ciancia di amori futili e appena s’accorgono dei bengalesi e degli zingari circondano la tua postazione portandoti dentro il loro ragionare di ragazzi e letterine ed eroi della televisione e inutili facezie indispensabili.

Tendi lo sguardo oltre il cicaleccio del gruppuscolo e lo posi sui sedili appena dietro e scopri che delle due ragazze sedute una sta leggendo una rivista che racconta l’intreccio di coppie di personaggi dello sport e della televisione.

Chissà cosa ci sia da leggere e come si possano scrivere articoli di questo genere, pensi.

Deve trattarsi di una sorta di trasfigurazione proiettiva per cui non potendo vivere vite che abbiano un qualche senso e ragione e bontà si sogna di altre vite che profumano di moda che hanno denti bianchi e seni sodi e belle macchine e ristoranti carissimi e compagni e compagne che sfilano in tivù commentando la tivù e le imprese eroiche di una serata divertentissima che non conosceranno mai.

Basta!

Ti alzi e raggiungi il centro dell’autobus in prossimità della porta di discesa.

Schiacci il pulsante della richiesta di fermata.

L’autobus rallenta a scatti da cambio automatico e apre la porta con uno sbuffo meccanico.

Ti guardi attorno.

Guardi le facce e alcune di queste restituiscono lo sguardo.

All’improvviso urli forte.

Fortissimo.

Urli fino a che ti brucia la gola.

Urli fino a consumare il respiro e la voce.

Urli fino a che i pensieri zittiscono e svaniscono confluendo anch’essi in quell’urlo paradossale e scandaloso anche se lecito e leggero.

Le facce ti guardano sgomente.

Quelle facce avranno qualcosa di vero da raccontare stasera, pensi.

Poi scendi e ridi un riso spontaneo.

Senti l’accelerazione catarrosa dell’autobus di periferia riempire l’aria di rumore e puzza.

Il primo pensiero a bus partito è: “cazzo avrò lasciato il segno nel libro?”  

 

Cristiano prakash dorigo

Postato da: swcpd a 08:49 | link | commenti
racconto

lunedì, 14 agosto 2006

Mentre passeggiavo sotto un caldo che non è più l’oppressione insalubre e appiccicosa che è a giugno e luglio, ma un rimando leggero, appena un accenno, nemmeno più minaccioso, tentavo di sentirmi vivo, felice, godente.

Ma c’era un impedimento, un blocco che ne impediva l’accesso.

 

Anni fa feci un corso nel quale si spiegava l’effetto delle droghe da un punto di vista neurologico. Il neuro psichiatra, un uomo baffuto pieno di scienza, a tal punto da pensare di esserlo egli stesso – scienza pura – diceva che in una certa zona del cervello – o era cervelletto, boh – ci sono queste sostanze che si liberano in determinate circostanze e ci danno la sensazione del piacere. Ebbene, le droghe – certi tipi più di altri, non sto qua a fare un simposio – entrano in quella zona e scatenano il piacere, in modo abusivo però.

Cioè: uno si innamora o ha un orgasmo o ha un sussulto di gioia, scatena quelle molecole: ha un senso, risponde alla prassi.

No, uno si droga, fa man bassa di piaceri, e crede di essere furbo. Non sa invece che poi rischia di privarsi delle dosi previste in natura, di abituarcisi e perciò non saperle più apprezzare.

Poi, sempre allo stesso corso, è arrivato un altro docente, uno psicologo vagamente depresso, il quale diceva che uno si droga in quanto avrebbe nostalgia del silenzio ovattato e perfetto del bagno amniotico dei suoi primi nove mesi da vivo, anche se non ancora in forma visibile agli occhi; e il richiamo a quello stato perfetto di protezione e pace e simbiosi, sarebbe un richiamo irresistibile.

Io quando mi drogo, un’innoqua micro canna che non mi fa nemmeno effetto tanto è iniqua come dosaggio, lo faccio solo per rilassare il corpo e la mente, tesi entrambi dal vivere occidentale che ci fa sprofondare in un torpore non vivente, al massimo sopravvivente all’apparenza di essere viventi.

E lo faccio con prudenza, con un vago senso di colpa, come di chi non è riuscito a battere del tutto le conseguenze del vivere talvolta infelice.

 

Stamattina piove, fa freddo, un cielo grigio bianco senz’azzurro copre il cielo.

Martedì sarà ferragosto, sabato sarò sul Grappa a leggere alcuni racconti, e il martedì successivo farò quarantadue anni.

Mi sembra una lista di anomalie.

Un ferragosto freddo che segue una delle estati più calde che si ricordano.

Io che leggo al pubblico poco prima di compiere un’età seria.

La vita in senso lato, con la mia che non fa eccezione, sembra un paradosso.

 

La vita che produce fenomeni di follia collettiva, che è sempre più sbilanciata: tutto da una parte, niente dall’altra. Non sembra esserci una comoda via di mezzo, in cui gli eccessi sono estremità necessarie a desiderarla, sta via di mezzo.

Ieri si parlava col gruppo di lavoro della salubrità della ricerca dell’equilibrio. Si metteva l’accento sull’importanza della ricerca, più che sull’equilibrio, che a quanto sembra è irraggiungibile, seppur appetibile, in quanto auspicio, percorso, moto a luogo.

Pensavo all’assenza di questo, in forma manifesta, scandalosamente pornografica, pensando al Libano.

Pensavo all’attacco come forma di difesa, all’accondiscendenza forzosa, all’idea che un certo numero di vittime sia una routine accettata.

Immaginavo come ci si debba sentire a passare da un ieri in cui stavi a casa tua con i tuoi pensieri sulla metafisica e sull’estetica, e il giorno dopo ti cade una bomba a pochi metri, sulla casa di fronte, e sei costretto a veder dissotterrate persone con cui ti eri scambiato saluti e formalità varie, coperte di polvere e sangue, corpi immobili, esanimi. E poi andare ad abitare in qualche tenda o rifugio e stare lì in attesa che tutto torni com’era.

E il tempo dell’attesa, a sentire sempre più chiaramente che niente sarà com’era; non si può non cambiare tutto quando si passa attraverso la morte. Che sia della vita o dello spirito, è comunque necessaria una rinascita.

Chissà se parte della mia infelicità è causata da quel che non dipende direttamente da me. In parte, di certo.

Ma la rimanente, quella di cui sono direttamente responsabile, non subisce altri bombardamenti che il mio.

Di tutto quel che riguarda la vita, la scienza, il sapere, quel che mi interessa è più di ogni altra cosa questo: perché impedisca a me stesso di essere pienamente realizzato.

Credo sinceramente che fino a che non ci si impegna con sé, non ci sarà futuro per l’umanità; solo una coazione a ripetere di errori e drammi, causati dalla stupidità di pensare che altri siano la causa della nostra stessa infelicità.

 

Il prossimi post, credo, riguarderà il reading di sabato.

 

Cristiano prakash dorigo

Postato da: swcpd a 15:25 | link | commenti (1)
meta diari

giovedì, 10 agosto 2006

 

Ieri sera ero in terrazza, seduto direttamente sul pavimento di questa perché gli sdrai su cui di solito mi accomodo hanno l’imbottitura inzuppata di pioggia. Da quando mi sono trasferito qui, la sera, almeno un quarto d’ora lo passo in terrazza. Prima, per i sei anni e mezzo in cui ho abitato il precedente appartamento, mi son dovuto privare di questo piacere. Come spesso accade, quando si ha una cosa ci si fa l’abitudine; quando poi se ne viene privati, invece, la si riconsidera sotto un’altra luce. La settimana scorsa avevo mal di schiene e, in questo caso, era la salute a mancare, e ad ogni movimento, anche il più modesto, scosso dal dolore, pensavo alla bellezza del sentirsi bene.

Ero appunto in terrazza che annusavo l’aria e notavo l’assenza di puzza che spesso tediava Marghera. Guardavo anche il cielo, in particolare una stella che ogni sera staziona in corrispondenza del profilo del tetto della palazzina di fronte alla mia, giusto sulla destra dell’antenna della tivù. D’un tratto ho notato sulla mia sinistra la luna. Era piena, tonda, e sembrava piena di un’energia straordinaria. Emanava una luce possente, di un colore che non saprei descrivere, ma che definirei lucente, magico.

Sono rimasto un po’ lì, come incantato. E finché stavo così, tutto il resto, i pensieri, le sensazioni, erano me.

Poi go deciso di rientrare, e di scrivere.

Mi sentivo posseduto dall’incanto, da quel segnale che chi scrive, conosce.

Mi sono messo davanti al pc, ma questo, non rispondeva: era, come si suol dire, inchiodato.

Mi sono sentito preda di una leggera disperazione, come stessi perdendo qualcosa cui tengo.

Ho spento tutto e mi sono steso sul divano.

Davanti alla televisione accesa pensavo che avevo stupidamente pensato di aver subito un torto, di non essere riuscito ad afferrare qualcosa che mi apparteneva.

Mi sono chiesto cosa sia per me la scrittura, e cosa sia io senza questa.

 

Stasera il pc va, al solito.

Ho pensato, nonostante la stanchezza, di scrivere qualcosa.

Ultimamente scrivo meno e sento un’assenza.

Non so bene dire se sia qualcosa che ormai è diventata un dovere. Già “devo” molto, se anche questo ne fa parte, è zavorra, spazzatura. Non è più quell’arte che reagisce a un bisogno profondo. Non è più vicina a quel sentirla naturale, fluida.

Se è una forma di bisogno per equilibrare gli scompensi, non è più.

 

Mentre scrivevo, ora, guardavo l’orologio che sta in basso, sulla destra, nella parte azzurrina window dello schermo.

Mi chiedevo quando avrei smesso, cosa avrei fatto dopo, se avessi avuto abbastanza tempo.

Questa casa, il mio starci, ha bisogno di nuove forme, che diventeranno abitudini, che mi definiranno nell’orientarmici.

La scrittura mi aiuterà a testimoniarlo, a raccontarlo.

E non dovrei assecondarla per uno scopo.

Credo dovrei piuttosto accoglierla quando accade.

 

Cristiano prakash dorigo

Postato da: swcpd a 08:09 | link | commenti (1)
meta diari

mercoledì, 02 agosto 2006

il 19 agosto sarò sul monte grappa, al rifugio Alpe Madre, per un reading. la proprietaria è un'amica e abbiamo deciso insieme di ripetere l'esperienza ad alta quota- http://www.rifugioalpemadre.it/-

dei tre racconti-lettere "senza destinatario", questa è la prima.

cristiano prakash dorigo

Scrittura e cura

 

 

 

        Ci sono improvvisi momenti di lucidità in cui si percepisce che tutto può essere diverso.

In questi brevissimi istanti di risveglio qualcosa, dentro, cambia.

La prospettiva da cui di solito si osserva la  vita si apre all’ignoto.

Come d’incanto tutto è limpido, cristallino.

L’ignoto, in questi frangenti estatici, si trasforma in chiara comprensione di quanto, normalmente, non riusciamo a essere noi stessi; di quanto ci difendiamo, di quanto abbiamo paura di ascoltare ciò che sentiamo dentro,  di quanto siamo lontani dalla nostra verità.

 

Comincio in modo desueto la mia lettera.

Ti scrivo, come sempre, per condividere quel che sento e perché, da lontano, non mi potresti comunque dire subito ciò che pensi: dovresti leggere, pensare, rispondere, come impone la legge del processo comunicativo.

Da quanti anni dura quest’abitudine, da quanto  scrivo?

E’ quasi una decade.

All’inizio a penna, su dei fogli rubati alla fretta, col furore  inoffensivo dei narcisi che offrono e prendono dei quasi amori; alternano incontri carnali mancati ad altri consumati con la voracità di chi vuol finire presto: belli e brutti, tutti comunque utili ad avere qualcosa di mooolto   memorabile da raccontare.

Adesso con il computer, con una più netta pulizia di stile.

Adesso sembriamo immobilizzati  al confronto; in realtà, e lo sappiamo bene, abbiamo solo spostato i luoghi delle frequentazioni: da fuori, estetici scintillanti; a dentro, profondi, autentici.

 

Devo candidamente confessarti che non sento affatto il peso dello scorrere del tempo e ne gusto, invece, la strana armonia, la sensazione di essere più vicino all’ equilibrio; quello in assenza del quale, ci si spingeva senza ragioni logiche in ogni dove, affamati, sbandati, senza conoscere la genesi di quella pulsione irresistibile.

.

 

Quando eravamo più giovani,  eternamente tardo adolescenti, ci raccontavamo il passato e il futuro, fantasticando continuamente sulle infinite possibilità che la vita  poteva offrirci.

Che male poteva fare, sognare il divenire?

Vanagloriosi, ostentavamo con fierezza la nostra trascuratezza e l’aria un po’ sconcertante degli alternativi alla forma.

Non era in verità solo la rappresentazione di una concreta scelta  sociale; almeno non la percepivamo così. Era forse più un ludico mascheramento che doveva testimoniare come ci sentissimo diversi, come non riuscissimo ad essere come avremmo dovuto.

E allora: politica,  musica, droga, sesso, ( solo ora, lontano da quel clima autoreferenziale, riesco ad ammettere che ne abbiamo sempre fatto poco; tutti ne facevano meno di quanto avrebbero desiderato).

Tutti perfettamente omologati ad uno stile di vita parallelo che riuniva i diversi.

La storia è materia interpretabile, e la nostra versione ci fa dire, adesso, che siamo stati un po’ sfigati, costretti a saltare dalla generazione dell’utopia dell’amore libero e della rivoluzione possibile, a quella della ricchezza materiale diffusa.

 

Come collocare il disagio se non obliando pensieri pesanti, contestando le minuzie, i particolari, spesso senza valore?

Quante avventure abbiamo vissuto che meritino un posto significativo nella nostra memoria; quante volte ci siamo sentiti perdutamente vivi? 

 

Recentemente  ho fatto letture che mi hanno offerto alcuni interessanti  spunti.

Dicevano, in sintesi, che lo scopo della vita è conoscersi, bastarsi, accettare la propria solitudine ed unicità.

Da allora, percepisco un continuo lavorio interno; come ospitassi una presenza roditrice che si nutre delle mie certezze.

Con la mente riesco a relegare in periferia queste scomode ed irriverenti idee; ma da lontano, come il riverbero di un’eco, sento che vivono e  hanno lacerato la solida corazza delle mie sicurezze. Infatti non riesco più ad ignorarle e ad ogni bugia, finzione, furbizia, reagisco come se ne fossi allergico.

Così ho deciso di accettarne l’ineluttabilità constatando che, forse, quel vago senso di vuoto che provavo con sempre maggior insistenza ultimamente, potrebbe trovare risposte.

 

Ma devo spiegarmi meglio a te.

Quando sono fuori casa, in un qualsiasi posto, osservo le altre persone.

Ricordi quando eravamo ragazzini? Era un vero spasso per noi!

Avevamo come un’immensa lente d’ingrandimento attraverso cui guardavamo chiunque ridendo e scherzando come pazzi.

Adesso no; adesso non mi frega niente di come uno si veste, si pettina, s’atteggia; adesso la differenza è dentro, è un profondo senso d’estraneità, di non appartenenza: a niente e nessuno.

Non tollero più l’ipocrisia, le maschere, la finzione.

 

Sono sconvolto da come questi elementi siano uniti, dalla simultaneità con cui si sono manifestati: sono solo, unico ( mi manca l’aria, va via il sonno, un peso forte m’opprime; sono solo, anche con gli amici, e c’è chi lo sa da sempre).

Allora, mi dico, val la pena riflettere su come è strutturata la vita, sull’organigramma sociale; su chi sa e organizza, attribuendosi in malafede un potere quasi divino, creando fasulle occasioni relazionali, reciproche tentazioni a pagamento, pretestuosi vizi e bisogni indotti inibendo al rango di potenziale cliente, la persona e il suo istinto.

Avresti voglia di ragionare di queste cose e non solo della cronaca rosa sbiadita che ci è familiare; di rischiare trasbordando oltre i confini che ci sono amici ma anche stretti, limitanti?

 

Ho raccolto ogni singola lettera  scritta e, a rileggerle facendo attenzione all’ordine cronologico, se ne ricava l’evoluzione personale, quella ambientale, la precarietà e mutevolezza di idee che sembravano, se contestualizzate, promesse di fedeltà eterna.

Emergono, tra gli altri, elementi che fanno pensare allo scampato pericolo, al superamento di una precarietà romantica e  tenera che rimanda ai giocolieri circensi. Come equilibristi su una corda tesa, bisognava fare attenzione a non cadere, a raggiungere l’altro capo con calma, senza sbagliare.

 

Confesso che più vado avanti, più lascio al tempo che fu la frenesia del fare per fare, del baccano per sottolineare la presenza, del seguire l’istinto senza cercare di comprendere quale natura lo spinga, lo faccia pulsare nel corpo e nella testa.

Ora, ciò che sono, corrisponde spesso a ciò che faccio.

Libero da condizionamenti, ascolto una presenza dentro, che sussurra che tutto va bene, che invita suadente alla calma, che non  chiede conti da pagare, che non pretende io dimostri alcunché ( so che fa sorridere, che induce a pensare alla follia; ma più sono libero più sono pazzo; sono pazzo perché concedo spazio alle voglie primordiali, sputo sul galateo, sovverto i codici preferendo attribuire un valore personale, piuttosto che formale, ai miei sentimenti).

 

Insomma, molto di quel che eravamo, non mi serve più.

Lo sai bene, l’avevo giurato che da allora, da quel preciso momento, avrei cambiato la mia vita; l’avrei vissuta cercando di comprendere.

Sono ancora legato a quel giuramento; ho iniziato un cammino che non prevede più ripensamenti, che include in sé la pazzia e il suo antidoto, che mi ha segnato rivelandosi, talvolta, faticoso ma, al tempo stesso, autentico.

Da quando ho cominciato a scriverti ho allontanato e controllato il dolore; è stato il mio modo di (r)esistere, di accettare gradualmente quello che era successo (anche se ho imparato, ormai, che i cambiamenti avvengono all’improvviso, come con un salto, una discesa senza freni. D’un tratto ci si trova da una situazione all’altra, senza apparente motivo, annullando di netto il passato).

 

Esordivo dicendo che ci sono momenti di lucidità che illuminano brevi istanti; che da questi momenti se ne esce con l’intuizione che esiste un modo diverso di essere.

Questi mi hanno aiutato a capire che ero sopraffatto dalla paura di soffrire e che dovevo reagire.

In questi anni ho comunque vissuto, sono cresciuto, ho costruito rapporti, ho lavorato.

Quest’abitudine di scriverti era il mio segreto; era il luogo in cui lasciare e conservare tracce di me stesso che non sapevo, altrimenti, come esprimere.

E’ stato bello, mi ha aiutato a capire, a dire la mia verità, a sentirmi al sicuro come avessi un rifugio intimo e inespugnabile; come avessi uno specchio che riflette la coscienza

Poi, per caso, senza avvisare, arrivano quei momenti e cogli il senso delle cose della vita; che tutto inizia e finisce.

Sto dicendo che questo comunicare, felice ma ermeticamente chiuso , sta esaurendosi.

Che questo bisogno di interiorità sta cambiando luoghi e confini, che sarà più scoperto; che sono pronto a pagare il prezzo di questa nudità.

Sto tentando di dire che val la pena  rischiare, aprirsi, buttarsi nel mucchio, esprimere selvatichezza e dolcezza, respirare a pieni polmoni.

Sto dicendo che da quando te ne sei andato ho imparato molte cose, molte piccole verità.

Sto dicendo che ho compreso a fondo che si deve partire da noi stessi per rivoluzionare lo status quo.

Sto dicendo che solo da poco tempo ho accettato di averti perso per sempre e che devo continuare perché ho finalmente la voglia e la forza per farlo.

Ciao, ti ricorderò per sempre.

( un dolce ricordo, una traccia, un luogo. Ci sarà sempre  gratitudine. Ora so che qualsiasi accadimento ha un senso; anche, e forse di più, quando fa male e lascia il vuoto: con cui dobbiamo, anche se non vorremmo, convivere) 

Postato da: swcpd a 08:25 | link | commenti (1)
racconto