"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità . La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà . La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà . La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività . Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.
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anche quest'anno, anniversario.
DUBBI
Sopra un letto, un corpo sudato.
La pelle a specchio, fradicia del suo umore salino.
Si gira e rigira, sbatte gli arti; vittima di un incubo che è rinchiuso dentro, che al di fuori restituisce solo un luccichio bagnato.
Nella fase onirica non si distingue il vero dall’illusione; a tal punto da confondere il sogno e il sonno, con il mistero i codici e i segni di cui è gravido, con la realtà.
Resta l’amaro in bocca e la consapevolezza che, quel sudore, rappresenta la fine delle illusioni, degli ideali.
Partiamo da qui: vorrei raccontare una storia di una persona normale, che al qualunquismo oppone un fiero bisogno di comprensione, all’abbondante offerta di fedi a buon mercato preferisce coltivare il dubbio.
Per rinascere dalle proprie macerie bisogna passare anche attraverso gli incubi e accettarli come pegno per la propria coerenza.
Ne parlerò in prima persona, come fossi io ad aver vissuto quell’esperienza.
Ansimo, respiro caotico: calmo, devo stare calmo, calmo.
Dura poco, sempre meno.
Sta gradualmente esaurendosi, riesco a razionalizzare sempre prima, a capire dove mi trovo, a tornare in me sempre prima.
E’ la prova scientifica che sto guarendo: si, così, calma.
Respiri profondi, col diaframma ……………… Si, è passato.
Un anno; dura da un anno e passerà, del tutto.
Posso dire di essere fortunato, dopo solo un anno sto quasi bene: non capita più tutte le notti, ormai, di media, solo una a settimana.
Ssssiiii, ok, è passato.
Ho trascritto per un lungo anno quel che mi succedeva: il fenomeno a livello fisico e psicologico.
Dati oggettivi e impressioni personali.
A questo punto potrei farne un riepilogo; rivederlo come fosse un racconto, formato da episodi, e riconoscerne i miglioramenti, i progressi, come ho saputo reagire.
La prescrizione non prevede i pensieri, il commento, ciò che rimane della filosofia personale di un uomo di fronte al dubbio. Eppure devo trasgredirla, devo decidere cosa pensare di ciò che ho fatto, se lo farò di nuovo, se e cosa trarrò da tutto questo.
Per affrontare lo stato di profondo disagio in cui versavo, mi venne consigliato di trascrivere quel che mi succedeva dentro. Così ho fatto, in duplice copia: una per l’analista che mi segue, l’altra per me. Non saprei definire uno stato di shock e le sue conseguenze in termini scientifici, ma posso farlo abbastanza bene con le parole che mi sono solite, alleate, sorelle.
La cosa che più mi mette a disagio, sono i dubbi rimasti anche dopo quel che è stato; mi ci trovo male a descrivere ciò che sento, perché tutti si aspettano da me un giudizio categorico, una verità sicura e tranquilla, scontata, su chi ha ragione e chi torto. Una razionalizzazione su chi ha colpe e chi rivendicazioni; come se io venissi dopo, come se i dubbi fossero un terreno molle e paludoso che dovrei lasciare ad altri, a quelli che passeranno tutta la loro vita senza mai sapere nulla di come stanno le cose; la gente, il popolino, i mediocri che ignorano.
Voglio invece raccontare come meglio posso; senza forzature, a flash, a salti, con un disordine emotivo composto da fatti, idee che si mescolano collose tra loro, ma che fanno pienamente parte della mia persona anima-cervello-emozioni.
Gli appunti esordiscono così:
“ Giovedì sera, 20 luglio.
Sono in stazione, fra poco arriva il treno e partirò.
Sono solo, raggiungerò gli altri appena domattina così avrò il tempo di raccogliere le idee.
Non so perché, o meglio, lo so ma non so se basta, se è giusto così. Sono sempre stato solo nelle idee, trasversale, tormentato e quindi ho sempre suscitato sentimenti contrastanti; come se l’adesione o meno a certe posizioni potesse definire una persona.
Non volevo stare da subito in mezzo alla folla: non prima di arrivare.
Ho accettato l’invito ad andare come una volta accettavo di fare ore e chilometri in macchina di notte, solo per andare a ballare da qualche parte. Oppure quando si decideva, in un fine settimana, di attraversare tre Regioni per fare una sorpresa ad un amico lontano.
Mi hanno detto di andare, che era una buona causa, che dopo anni potevamo passare tre giorni in mezzo ad un sacco di gente in allegria.
Ho accettato pur non condividendo appieno le idee di nessun gruppo, associazione, corrente di pensiero: idiosincrasia al credo massificato, impacchettato.
Questo non significa che non mi senta a disagio pensando alla fame nel mondo; ogni volta che vedo certi reportage mi ritrovo con le lacrime agli occhi e lo stomaco chiuso. E’ ovvio che consideri ingiusto che una minoranza goda e possa gestire della maggior parte delle risorse disponibili sul pianeta.
E’ altrettanto vero, però, che non credo nel proselitismo di sistemi religiosi che, con una mano provocano vittime ( no all’uso dei preservativi, no all’aborto e ad altre proibizioni e divieti dettati dall’alto ), per poi, con l’altra, curare e assistere.
Mi mettono altresì a disagio coloro che insultano poliziotti e carabinieri e fascisti e comunisti solo perché non la pensano come loro.
Insomma, come sempre non appartengo a nessuna corrente fideista, a nessun credo istituzionalizzato: sono solo con le mie domande.
Venerdì mattina, 21 luglio.
Sto cercando gli altri e, nonostante i telefonini, non riusciamo a trovarci tanto è traboccante la fiumana di gente che affolla ogni centimetro di questa città stravolta dall’invasione.
Questo non è certo un problema: si trova compagnia anche se non la si cerca e, infatti, mi aggrego a ragazze e ragazzi disponibili a parlare e stare insieme come si fosse tutti amici.
Partiamo con calma, gioiosi, curiosi, contagiati dal clima di festa che pervade, quasi palpabile, l’aria. Si balla, canta improvvisando, nel vortice di un inconscio collettivo che annulla le ostilità e le diffidenze.
Quasi non m’accorgo, occupato come sono a condividere questa immensa gioia festosa, che ho dimenticato ogni giudizio, ogni domanda: sto bene e basta, senza bisogno di spiegazioni e ragioni logiche.
Ci sono parecchie soste forzate e il tam-tam informale del passaparola, comincia a diffondere notizie di incidenti e disastri. Il corteo, eterogeneo, immenso, viene scosso all’unisono, come fosse un unico organismo, dal frastuono inconfondibile di spari; tremende visioni di fumate dense, spesse e puzzolenti, spezzano nettamente la gioia di quelle migliaia di corpi in festa.
Colli allungati, teste in movimento; si cerca di capire, di sapere; siamo stupefatti, come a svegliarsi di colpo e uscire da un bellissimo sogno.
Venerdì, pomeriggio.
Sto male. Poco da scrivere: viso e occhi bruciano.
Attorno solo espressioni stravolte, anche se rimane un comune senso di fratellanza e condivisione.
Un gruppetto di giovani gira tra la gente e aiuta chi, come me, ha bisogno di collirio e stracci bagnati per alleviare quel fastidio acuto.
Assieme ad un gruppetto di 7-8 ci allontaniamo e riguadagnamo la strada.
Percorriamo una via e ci troviamo nel mezzo di uno spettacolo infernale: tutti urlano, poliziotti, manifestanti, fotografi, operatori televisivi.
C’è un odore acre di fumo, di bruciato e lacrimogeni, di immondizie che bruciano; la gola a pezzi, gli occhi chiusi, le gambe schizzano e corrono anche se i polmoni uralno, il naso è brace ardente.
Corri, scappa, corri; non importa più dove o lontano da chi.
Venerdì sera.
Sfatto; allo stadio con una moltitudine;condivisione di angoscia; stupore.
Venerdì notte.
Di merda.
Sabato mattina.
Vado senza sapere perché, mi unisco agli altri con un misto di inerzia e solidarietà.
Dopo un po’ arrivano notizie di gruppuscoli radi ma determinati che spaccano tutto senza che la Polizia faccia niente.
Sottolineo: l’estremismo di pochi strumentalizzato ad arte, esteso a tutti.
Tutti vogliono comunque partecipare, spinti da rabbia, sgomento, incredulità, dignità.
Poco dopo una pioggia di lacrimogeni, cariche furiose.
Scappo, scappiamo, il più lontano possibile, nessuno sa dove.
L’immenso corteo è spaccato e ognuno scappa; l’adrenalina anima le gambe, il sangue pompa sui muscoli; siamo ridotti a un branco di animali in fuga.
Sabato pomeriggio.
Non so più dove sono.
Mangio un panino e mi convinco che siamo tutti, TUTTI, sotto shock.
Sono seduto su un muretto e vedo arrivare verso di me un mucchio di ragazzi che corrono, fuggono.
Non realizzo subito e, un attimo dopo, è troppo tardi; un gruppo di poliziotti ci circonda e bastona con lo sfollagente.
Cerchiamo di parlare e spiegare che stavamo solo mangiando un boccone, ma per risposta, pestano, pestano, pestano.
Questi appunti li scriverò solo in seguito. La memoria pregna di ricordi me li fa tornare in mente come fossero in presa diretta, pensieri indelebili, incancellabili.
Sabato sera.
So dove sono: un commissariato, uno qualsiasi.
Siamo in tanti, per ora in piedi, tutti, uomini e donne, in corridoio.
La fine dell’attesa coincide con l’arrivo di un folto gruppo di agenti: ci dividono in gruppi da venti.
In quel preciso momento so che sono un fermato e che mi aspettano ore da incubo.
Cerco di farmi spiegare qualcosa, ma quelli urlano, spingono. Ci trasferiscono in uno stanzone e, per un paio d’ore, siamo tutti genuflessi, mani sul muro. Le ragazze sono insultate, umiliate, minacciate.
Faccio un altro tentativo, provo a formulare una domanda, ma in tre, fulminei, mi raggiungono da dietro e urlandomi diritto alle orecchie e sputacchiando saliva, mi intimano silenzio. Con i manganelli spingono alle reni, ai fianchi, sulla spina dorsale. Come fosse un preludio, un rimando al male che mi potrebbero fare se non ubbidissi.
Quei manganelli di merda non fanno male; non ancora; lo lasciano solo immaginare.
Nessuno parla più, siamo terrorizzati, stanchi, stremati: chi piange o anche singhiozza è insultato, umiliato.
Vorrei guardarli negli occhi, cercare e trovare la prova della loro umanità, capire cosa ci sia dietro a tanto spregio, come sia possibile ci trattino così. Ma loro non me lo permettono, mi girano la testa con le loro mani pesanti, i polsi grossi, il radicato convincimento che loro sono i più forti, i padroni.
Dopo ore gravose, ci fanno stendere, pisciare, ma molti non hanno il coraggio di staccarsi dal gruppo; più semplice chiudere gli sfinteri.
Siamo tutti, ormai, totalmente in balia di questi uomini-bestia allenati a terrorizzare, ritorcere la volontà, piegare gli istinti.
La notte siamo sempre stati nello stesso stanzone e, a turno, veniamo svegliati e condotti in altre stanze per un tempo variabile e indeterminabile.
Quelli che tornavano erano tesi e rigidi, ma sfatti e svuotati.
E’ il mio turno: sto dormendo e un urlo mi sveglia dal torpore avvolgente.
Due in divisa, uno per parte, mi sollevano e spingono attraverso un corridoio fino ad un ufficio.
Mi fanno sedere a suon di spinte: devo confermare le mie generalità. Devo spogliarmi, nudo e indifeso: dalle stanze attigue si odono urla strazianti e non capisco se sono di persone torturate o diaboliche registrazioni.
Una volta denudato sono perquisito da mani callose , dure, volgari e incapaci d’amore, che feriscono.
Commentano il mio corpo con ancora maggior volgarità, sputando minacce, violenze, dicendo tra loro che il prossimo ad essere perquisito sarà una ragazza e che, se non sarà brava e condiscendente, le ficcheranno il manganello dentro. Sottintendono, nel clima rarefatto e surreale, che potrebbe succedere anche a me e ad altri.
Penso ai romanzi sudamericani, ai polizieschi noir di Ellroy, ai film che mostrano pestaggi e falsi esecuzioni.
M’accorgo di non tremare solo per paura dei loro commenti, del loro infierire con commenti e frasi colme d’impudicizia, dei loro manganelli.
Finalmente finiscono, mi riportano nello stanzone.
Guardo gli altri e capisco che i pochi che dormono non hanno ancora subito l’interrogatorio.
Mi assopisco innumerevoli volte ma ad ogni minimo rumore, come fosse una scossa, trasalisco, tremo.
Molte ore dopo prendo coscienza che l’ambiente è al buio a causa degli scuri chiusi ermeticamente, che ci sono solo un paio di lampadine da 40 watts al massimo, giustappunto per lasciare un minimo di visuale che ci consenta di vedere noi stessi; corpi ammassati stesi a terra, sguardi fissi, vuoti, terrorizzati.
E’ giorno, lo si capisce quando entrano: una luce più plausibile, vera, penetra repentina dalla porta.
Tutto si protrae ancora a lungo: tanto da farci chiudere gli occhi dalla spossatezza, per poi farceli spalancare dall’angoscia che abbiamo dentro.
Lunedì mattina.
Sono a casa. Ho chiamato al lavoro, ho preso una settimana di malattia.
All’apparecchio ho sentito, o almeno così mi è parso, un brusio quasi impercettibile, come stessero intercettando il mio telefono.
Quando ci hanno fatti uscire, un po’ per volta e sempre da soli, dei ragazzi che non conoscevo mi hanno consigliato di stare attento, di non parlare con i giornalisti, di stare, per un po’, tranquillo.
Andando in stazione mi è passata accanto una pattuglia; ho cominciato a tremare in modo incontrollato, a sentire un orrore assoluto impadronirsi di me.
Rabbia, terrore, incapacità di inquadrare razionalmente quel che era successo. I pensieri e le ossessioni sembravano superati, nei loro limiti fantasmatici, dalla cruda realtà.
Dopo un mese lungo un secolo, ho accettato di farmi visitare da una psicologa per i disturbi del sonno.
Ho accettato di assumere psicofarmaci per dormire.
Ogni mattina però, al risveglio, credevo di sentire quelle urla, di vedere quegli occhi privi di sguardo e penetrabilità, di sentire la punta del manganello su di me, sulla schiena.
Sono tornato in ufficio dopo quaranta giorni di malattia e ho deciso di scrivere a giornali, politici, internet.
Ma ogni sera, ogni telefonata, ogni sguardo rivoltomi, riaccendevano quel terrore cieco, fisico, brutale.
Dopo un altro mese ho firmato una denuncia corale assieme ad altre centinaia di persone che avevano subito i miei stessi trattamenti. Abbiamo tutti dichiarato di essere stati vittime di torture corporali e psicologiche da agenti di non si sa quale reparto.
Dopo sei mesi ho partecipato a sit-in di protesta.
Dopo otto mesi ho ricominciato a riflettere con distacco sul significato di rivoluzione, di repressione poliziesca, di terrorismo istituzionale.
Dopo dieci mesi ho re-iniziato a sentirmi bene, a concedermi il lusso di riflettere in libertà.
Ancora domande; ancora pensieri di cane sciolto, ancora solo, a pensare al significato profondo di essere autenticamente me stesso, anche se ancor più impaurito di prima.
Poi sempre meno frequenti i risvegli sudati; quelli in cui ci metto qualche secondo a realizzare dove sono, secondi che hanno il sapore del terrore; quelli che hanno in sé lo strazio di chi è rotto dentro.
Un pensiero fisso cresce di giorno in giorno.
Una convinzione irrazionale che è anche un incontro con un pezzo di me ancora staccato, lasciato dentro uno stanzone lontano sei ore di treno.
E il bisogno etico di pensare che erano per la maggior parte degli sbarbati impauriti che non sapevano niente di quanto stava accadendo nelle stanze della paura, dove i loro colleghi, ignobili ignoranti squadristi allenati a torturare, usavano cieca violenza.
20 Luglio 2002
Un anno dopo.
Ho preso due giorni di ferie, comprato il biglietto del treno.
Devo tornare a Genova: devo!
Questa è la storia di un corpo che si agita sopra un letto. Dorme ancora, sta solo sognando.
Sogna ricordi che per uscire gli faranno pagare un dazio; per ora è ancora vivido, presente, ma col tempo sfumerà: è così con qualsiasi elaborazione del lutto.
Poi si sveglierà madido di sudore e scriverà e leggerà; forse quest’episodio gli cambierà la vita, o forse continuerà impavido a cercare, a scavare.
Non lo si può sapere: il futuro ci riserva sempre delle sorprese ed è meglio aspettarle pazienti per dedicarsi al presente.
Tanto tutto viene e poi passa, come la vita.
Sera, nuvole compatte da una parte tolgono respiro alle stelle.
E invece non è vero: tutto respira liberamente, sono solo i miei occhi che hanno preferenze e vorrebbero vedere sempre il massimo del bello.
E invece non c’è un’estetica in natura: tutto è così com’è, come dev’essere, senza giudizi o lamenti.
Scrivo da dove finalmente desideravo: dalla mia nuova stanza con parquet e travi a vista. La stanza tutta mia, solo mia, che è ancora un ammasso di scatoloni e scarpe e lettiera del gatto e carta igienica e asse da stiro e detersivi per la pulizia della casa.
La mia stanza è ancora uno sgabuzzino e diventerà mia solo tra qualche mese.
Per ora c’è solo un angolo con la scrivania che ho comprato e montato oggi stesso da ikea – luogo che ormai detesto per la sua sofisticata inutilità, dove tutti sono felici perché sembra un posto a misura d’uomo e soprattutto di donna, ma è solo un altro luogo di consumo, con in più i fasciatoi in bagno, che figo! - .
Soffrivo a causa della fuga di belle idee che avrei potuto scrivere. Ma ero troppo stanco in settimana, e tirare fuori il pc, accenderlo, raccogliere le idee, era troppo per uno troppo stanco, che usciva alla mattina e rientrava non prima delle nove e mezza di sera.
Sto facendo il pendolare, e come un pendolo, oscillo da qui, San Donà di Piave, a Venezia. L’oscillazione avviene con il treno o con l’auto; più con la seconda per ora, ma con la ferma intenzione di invertire la proporzione.
Però il pendolarismo merita una più ampia descrizione, supportata magari dall’esperienza diretta.
Sto scrivendo questo pensando di postarlo sul blog, luogo ormai confinato alla periferia delle mie recenti priorità. Innanzitutto perché non ho ancora un collegamento per la rete, e non so se e quando ci sarà.
Mi sono inoltre liberato da una forma di sudditanza leggera, che mi portava a guadarlo quotidianamente senza più amarlo e seguirlo come una volta. C’è stato un periodo in cui era una mia mania. E io un maniaco che si sentiva un’identità connessa al virtuale nulla sostanzioso che è la rete.
Per oggi riesco a postare e ne approfitto.
Anche se non avrei finito il post, ma come dicevo, quasi quasi me ne fotto, visto che sono uno che è uscito dal tunnel.
Appena riprendo il giro di forze, scriverò. Ho un sacco di idee che han solo bisogno di tempo. Un tempo quiescente, che possa essere produttivo, fecondo, come quando iniziavo a scrivere e non smettevo più, preso da una trance che non saprei descrivere, ma che ti prende e ti porta via. Poi, purtroppo, ho iniziato a prendere in considerazione l’idea di educare il mio “talento selvatico”, che si è trasformato in tecnica del nulla: scrivere parole che hanno un’impostazione formale e nessuna pulsione informale.
Ora posto e non so quando avrò la possibilità di rifarlo.
Saluto, senza inchino: ho la schiena dolente dal recente trasloco. E l’umore di chi non sa ironizzare, perché troppo provato dalla stanchezza.
Mi sento in sintonia con la mia età, finalmente.
Senza depressioni e preoccupazioni stabili; solo qualche fugace malessere da corpo quarantenne.
Cristiano prakash dorigo
Ho cambiato casa. Mi sono comprato un bell’appartamento disposto su due piani, zona giorno sotto, notte sopra, collegati da una bella scala. In realtà sarebbe ufficialmente un monolocale con un sottotetto, giusto per ingannare le norme edilizie comunali: il tutto però confezionato con un certo gusto. L’appartamento insomma è bello, con una terrazza che offre un cielo stellato e un po’ di verde. A Marghera, avevo solo condomini e una strada, non avevo terrazza, il cielo era separato da me da uno strato vaporoso di smog, le stelle soffrivano dell’inquinamento che affligge le città in quanto troppo illuminate. E questa illuminazione, soffoca il brillio delle stelle, che a causa di un effetto che non saprei bene descrivere, non ci restituiscono la loro magia di luce.
L’altro giorno, durante uno dei numerosi viaggi A/R con l’auto stracarica delle cose più disparate, ho sentito l’infezione che marcisce la terraferma: c’era questa cappa mostruosa di aria puzzolente che affligge come un cancro la mia ex città. Ed è un fenomeno di rimozione articolata, quella che me la faceva negare, in nome di un campanilismo senz’alibi, in nome di un amore che ormai non ho più, rivolto alle persone che vi abitano.
Marghera e Mestre sono innegabilmente brutte.
Anche S. Donà di Piave lo è, aggravata da un’insulsaggine tutta provinciale; ma non c’è confronto in quanto a bruttura.
La mia nuova bella casa – in realtà , come dicevo, è un appartamento – mi è costata, ancora da costruire, e cioè che più nuova non si può, come quella che ho venduto, che aveva almeno cinquant’anni, all’interno di una palazzina di un quartiere operaio sorto a causa della zona industriale.
Ora abito in un quartiere borghesotto, tipo suburbia anglosassone: tutte case belline, nuove, sorte grazie a decreti edilizi comunali spronati da piccole lobbies locali. Non riesco a capacitarmici, quando antepongo la parte idealista residuale, che non ho ancora del tutto eliminata, che mi fa pensare per schemini obsoleti, che vede caste ovunque, che è posseduto da una sociologia improbabile imparata in non ricordo più quale libro o compagnia, e che non è più, e forse non è mai stata, capace di spiegare alcunché, ma solo a giudicare attraverso la lente della classe sociale.
Io - che è già una dichiarazione di potere illusorio di avere un’individualità -, cresciuto in una famiglia di sinistra, operaia per definizione, a cui non è mai mancato alcunché grazie alle rate e alla solidale rete familiare, che cantava con i Gufi e De Andrè, leggeva l’unità e il gazzettino, credeva ma non frequentava, non sapeva di non sapere, conosceva molti ma non se stessa.
Cosa sia rimasto di tutto quello, non so.
So che molto, dopo averlo digerito, rielaborato, lasciato andare, non c’è più. Qualcosa è rimasto: alcuni tic, manie, inezie.
Sono senza radici, deprogrammato, morto e rinato.
L’atra sera in terrazza godevo un po’ di fresco. L’aria era aria, non composto chimico. Pensavo a come saranno le mie giornate di pendolare, in treno, col libro in mano a leggere ancor più. A quando avrò i soldi per comprarmi un portatile col centrino, magari leggero, e potrò anche scrivere del treno e dei pensieri subitanei del viaggiatore quotidiano. A quando avrò la moto e godrò dell’aria e del verde. E passeggiando in centro, guardato senza guardare, mi sforzerò di non giudicare i giudicanti piccolo borghesi di provincia veneta. E quando riuscirò a proporre i miei scritti anche qui. E forse anche lavorerò qui in zona così conoscerò la parte marcescente nascosta dentro le case chiuse da mandate di porta blindata.
Vedremo.
Per ora mi godo le stelle, il buio del cielo, l’aria pulita e il fresco.
cristiano prakash dorigo