"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità. La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà. La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà. La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività. Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.

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mercoledì, 29 marzo 2006

 

fiction

Il sole comanda oggi sul cielo.

Lascia sentire il profumo, invade di luce forte, fa pensare finalmente alla primavera, al caldo che per ora è solo tiepido.

E in un attimo il grigio e l’umido di pioggia invernale, appartengono a ieri.

Mentre cammini di fianco a lei e lasci che il braccio sfiori talvolta la stoffa della sua giacca, senti la tensione e anche la rilassatezza di questo momento.

Il tempo scorre con un altro ritmo rispetto al solito. Poi pensi che un solito non c’è e che sempre il tempo scorre a modo suo e a modo tuo.

Pensi che il tuo tempo sei tu.

I pensieri si interrompono quando all’improvviso lei parla.

- “ credo di non farcela più”

- “ scusa, di non farcela più a far cosa?”

- “ di non farcela più a essere pervasa dalle domande senza risposta, dai dubbi, dall’inadeguatezza”

- “ ah, capisco. Anche a me capita, talvolta”

- “ mi sembra tutto sbagliato. Mi sento vittima, di tutto, di tutti, di lui, degli uomini, delle donne, delle circostanze, del mondo, delle aspettative, delle aspirazioni, del fallimento”

Porca, pensi. Perché mi dice questo, cosa può volere da me?

Rallenti, le prendi delicatamente un braccio per rallentarla, ti fermi. La guardi con uno sguardo tenero, inclini appena un po’ la testa, la guardi negli occhi e l’abbracci. Lei si lascia abbracciare, tu stringi, lei appoggia la testa sulle spalle.

Dopo cinque secondi succede quello che non t’aspettavi. L’eccitazione inizia a salirti dentro. Senti caldo, perdi la cognizione dello spazio e senti il sangue circolare in zona genitale. Il pisello pian piano si gonfia fino all’indurimento. Torni in te, lo spazio e il tempo ora sono chiari. Senti l’imbarazzo che t’invade per poi lasciar spazio alla vergogna.

Sono dieci secondi; sono dieci secoli.

Poi senti che allenta la presa, lasci anche tu.

Tira su la testa e con la mano sinistra s’asciuga gli occhi velati appena da un accenno di lacrima.

Sei rigido. La guardi quasi chiedendole scusa.

-“ grazie, sei un amico”

-“ ……..”

Riprendete il cammino.

Silenzio.

In prossimità di un gruppo di alberi si sentono cantare degli uccelli.

Sembrano dare il benvenuto al sole.

Il cielo è azzurro perfetto.

Avanzi senza più parlare e senza più chiederti alcunché.

-“ ok a domani. Ciao”

-“ ciao a domani”

Che bella la primavera, pensi, mentre sali sull’autobus.

 

Il telefono vibra.

Sms.

“ grazie. Di tutto!”

“ figurati, a domani”

 

Le donne, pensi, che mistero!

Postato da: swcpd a 08:52 | link | commenti (2)
cronache così

sabato, 25 marzo 2006

 ........ altro pezzo di racconto: lo stesso dell'altra volta.......

Da destra m’arriva una canna che sicuramente ha tirato su Gek ( Sandro,39 anni, postino, una passione sfrenata per l’origami,basso, corpo minuto,ma molto muscoloso, karate, judo, tai chi, fidanzato da vent’anni, monogamo): almeno cinque rizla blu grandi, tagliate a dovere per non fumare il superfluo; la parte del filtrino normale; la parte superiore sembrerebbe un banale carciofo ma i realtà è identico a un garofano ( sculcan: scultura canna).

 

Sono ancora scombussolato da Dor e trasgredisco: faccio due tiri.

 

Lo sculcan m’arriva come un diretto e mi porta via quasi subito con sé. La musica s’insinua attraverso le orecchie e m’obbliga a muovere gli arti inferiori e superiori: il piede destro è una gran cassa ( bum bum bum, regolare) , la mani battono sulle cosce arricchendo e svariando sul tema ( ta ta ta sta ta tu ta ).

 

Mentre mi perdo in questo groviglio solitario di ritmi interiori, sento da dietro una voce che mi dice :“ bela questa mu-sica, è cillaut? “ con una pronuncia che mi trasferisce d’un tratto alla velocità della luce a Londra.

 

Mi giro e pietrifico: un misto di almeno sette razze mi sorride con dei denti che abbagliano.

 

Avrà forse dai venticinque ai trentacinque e non mi sorprenderei che avesse anche più età conteporaneamente, una pelle nocciola chiaro soda e tirata da elastici invisibili dietro la schiena ( un essere umano vero non può essere così sodo). Sento di non avere parole da dire, di non poter sorridere dalla felicità perché i miei denti sono una bestemmia di fronte a i suoi, di non avere la forza di chiederle il nome perché sarebbe già troppo confidenziale e non reggerei a quei livelli ancestrali.

 

Le mie mani s’arrestano mentre il piede destro continua a seguire in automatico il ritmo. Mimo un sì con la testa e non proferisco parola.

 

Da sinistra m’arriva una canna normale, faccio un mezzo tiro e glielo passo. Lei fa un tiretto giusto per solidarietà e passa oltre.

 

La guardo e mi perdo: ora sono un essere umano squagliato, liquefatto, che guarda com’è vestita una dea riccioluta nocciola chiaro; non mi sfugge nulla e mi chiedo come si possa costringere quelle rotondità plasticose ma morbide dentro un vestito di una bellezza indescrivibile.

 

Mi sento male, a disagio, completamente fuori luogo e in pericolo.

 

I pensieri aumentano in velocità e mi portano giù, su di uno squallido angolo di metropoli americana con l’asfalto umido su cui le auto con il cambio automatico sgommano sempre e comunque: sono brutto e sporco e mentre bevo da una bottiglia arriva la polizia che mi prende di peso e mi butta dentro un camion per la raccolta differenziata.

Mentre un meccanismo elicoidale sta per schiacciarmi un braccio vedo i loro sorrisi beffardi di bastardi per contratto e duri di mestiere. Sono a testa in giù e mentre sono ad un passo dall’essere maciullato da quell’ingranaggio, sento una vibrazione e un suono acuto.

Sono salvo e nel mondo reale, anche troppo: dal display il nome Kus ( Gennaro, quarantadue anni, operatore sociale, ancora capellone nonostante l’avanzata di una cerica importante, aspetto bohémien portato con la dignità di chi preferisce i led zeppelin a tutti gli altri, single perenne, ci prova con leggiadria con chiunque respiri e sia disponibile ad ascoltare i racconti dei viaggi in india): vuole essere ascoltato.

 

Premo il tasto verde e gli chiedo cosa voglia a quell’ora. Mi risponde che è in panne vicino all’aeroporto perché era andato a prendere Rae ( Ginevra, ventisei anni, sua sorella, studente di lingue orientali, bella da togliere il fiato ma implicitamente intoccabile e comunque fidanzato con un nero gigante della nigeria  ) che tornava da Praga ed è rimasto senza benzina.

 

Certo che l’aiuto, certo; sono a una festa vicino ad un sogno che la sculcan ha materializzato proprio a dieci centimetri da me, sono in delirio psicotropo, in forma liquida e stavo per esser schiacciato dentro un camion delle immondizie da poliziotti che tutelano la città da merdacce come me; sto avendo l’occasione più importante della mia recente e misera vita di quarantenne che talvolta frequenta ancora  feste equivoche dove si beve e fuma; sono ad un bivio e finalmente potrei abbandonare ogni indugio e lasciarmi guidare dall’istinto che mi sta suggerendo di chiederle come si chiama quest’angelo nocciola chiaro; ma la mia mente mi dice che non è possibile che un capolavoro si accorga di me.

 

“Certo che vengo Kus, venti minuti e sono là da voi. Non ti preoccupare, nessun disturbo”.

 

Accenno un sorriso a bocca chiusa, metto il foulard comprato al negozio indiano, la giacca nera e vado.

cristiano prakash dorigo

 

Postato da: swcpd a 06:23 | link | commenti
racconto

domenica, 19 marzo 2006

Questa giornata è una bella giornata e io devo pigliare quel che arriva con la grazia di chi non giudica, ma accoglie e sorride.

 

Sembra oramai un mantra, questo. Ma perché non dovrei accettare i consigli del terapeuta: una formula salvifica è positività; ci metterà del tempo ma crescerà e lascerà un segno inciso nell’animo.

Quest’altro consiglio non lo so accettare e alla mattina, appena alzata, mi prendo solo un caffè,  nero e dolce, e fanculo. Dovrei passare ai cereali e alle fette biscottate integrali con la marmellata biologica e il tè verde. Dovrei ma non c’entra, cazzarola.

 

Poi subito la sigaretta, tanto per far andar via quell’oppressione ai polmoni che schiaccia col vigore d’una pressa. La prima cicca è una delle cose belle della mia vita: tiro forte, tirate luuunghee, che occupano immediatamente tutte le distonie dei polmoni che si lamentano. E poi la pace, l’ansia che si placa e ridiscende dentro fino a diventare lontano ricordo che ogni tanto ricompare.

 

Non è molto elegante, ma lo dico lo stesso, tanto mica va su un giornale rosa sta specie di diario a pezzi: la sigaretta me la fumo in bagno, mentre faccio i bisogni mattutini. E’ il vantaggio di abitare in campagna, con le case ancora grandi che hanno almeno tre bagni. E questo è solo mio. Mia madre e mia sorella ne hanno anche loro uno ciascuno, così ci posso fare quello che voglio qua dentro. Finalmente riconquisto la libertà dopo anni di sacrificio; mi sono tenuta dentro tutto, tutto soffocato là sotto, perfino a cagare ci andavo quando ero sicura che non c’era nessuno in casa; per paura di far rumori molesti, o puzza.

 

Proprio pensieri da cesso mi vengono alla mattina, altro che bella giornata. C’è questa rabbia che esplode così senza preavviso e che mi regala pensieri che non vorrei pensare e mi fa dire, nel silenzio di questi, parole che mai vorrei udire da alcuno; specialmente me stessa. Ma poi passano; “è forse la tazza che evoca il piacere anale che ritorna con la sua semplicità, complicata ad arte dalla morale e dalla cultura occidentale”.

 

Ma che bei pensierini da convegno che mi vengono mentre me ne sto qua seduta, con sta cicca fumante tra le dita.

 

Finito, via sotto la doccia.

 

“sono un corpo umido d’acqua e vapore/sono nascosta dentro a questa nebbia/mi vedi e non mi vedi/ ci sono o forse no/sono solo un sogno/ che si rivela un poco/ per suscitare domande/ per scaturire risposte”.

 

C’è chi canta, in doccia; io no, m’immagino d’essere una che scrive canzoni e a seconda di chi me la commissiona, scelgo un particolare stile. E anche perché ho sempre freddo e questo comporre canzoni mi distrae dalla temperatura che mi penetra la pelle e arriva fino alle ossa e poi ancora oltre, a dare l’allarme alle interiora.

 

Terminata la doccia inizia il supplizio: devo decidere cosa mettermi addosso; ed è una  logorante guerra quotidiana, una di quelle cose che, in certe giornate mi spossano ancor prima d’uscire. Oggi non dovrei avere riunioni quindi una qualsiasi cosa dovrebbe andar bene a patto che sia almeno decente. Che poi lo so che non sono gli ometti che s’accorgono come mi vesto e se tutto è intonato, ma quelle mezze vacche delle mie colleghe; le regine del brusio, le star del chiacchiericcio.

 

Va bene, decido per il blu, che tutti mi dicono mi stia bene e basta.

 

Questi jeans mi stanno proprio bene, con quello che son costati, ci mancherebbe; poi son di moda e coordinati con i gemelli blu scuro sono a posto. Adoro sentire questa lana pregiata sulla pelle, passarci le mani sopra facendo finta di sistemarmi, ma in realtà soltanto per posarci le mie mani sopra e affondare sul morbido.

 

Un trucco leggero e una spazzolata ai capelli che speriamo resistano fino a sabato che c’ho l’appuntamento dal parrucchiere.

 

Prima di uscire devo dare un’occhiata all’agenda e fare il punto della situazione; l’altro giorno Gianluca e Susi m’hanno invitato al cinema con tutta la compagnia e io, come una scema, a dire sì, sì; con una faccia che si vedeva lontano un chilometro che non c’ho mai niente di bello da fare, solo impegni, e corsi, e palestra, e teatro, ecc.

 

Il teatro, un posto e un tempo per provare emozioni vere, per farmi uscire da sta monotonia, da sto appiattimento cui assisto come fossi sempre a teatro; spettatrice al di qua del proscenio della mia vita: uno spettacolo scadente, con pochi applausi.

E insomma quella sera che dovevo andare al cinema e poi, magari, a fare tutti insieme un bello strip poker: io che perdevo apposta e davanti a tutti, un pezzo alla volta, togliere con la finta calma pacchiana delle spogliarelliste, gli indumenti. E sentire che quelli che mi guardano si eccitano, gli si gonfiano i pantaloni. E le donnine gelose, perché sentono quest’elettricità che tutti investe. 

 

 

“La fortuna di essere femmina, di poter scegliere chi voglio quando ne ho voglia”

 

“Ma la mia voglia ha una qualità diversa, e sorge solo se sono desiderata”

 

“Non so come fate, ma quando volete, inducete il desiderio in noi maschi”

 

“sono solo parole e pensieri tipicamente maschili. La realtà è molto più complicata e difficile”

 

“la realtà è la rappresentazione che noi diamo della nostra soggettiva visione delle cose”

 

“certo. Sono un po’ stanca, ti spiacerebbe riaccompagnarmi al parcheggio della pizzeria che prendo la macchina e torno a casa?”

 

“veramente speravo riuscissimo a stare un po’ insieme stasera”

 

“anch’io, ma non mi sento tanto bene. Scusa”

 

 

Mentre raggiungo la macchina per andare al lavoro, penso che ormai ho superati i trenta, che i miei sogni stanno diventando materiale effimero fuori moda, che se non mi muovo non diventerò mai madre, che continuerò a vivere con mia sorella e mia madre, che il calore e l’amore di cui penso di aver bisogno li leggerò sui romanzi.

 

E che non smetterò mai di fumare.

 

 

Cristiano prakash dorigo

 

Postato da: swcpd a 17:34 | link | commenti
racconto

sabato, 11 marzo 2006

un pezzo di racconto.......

Interrompo un attimo i pensieri: arriva Dor (Giulia, impiegata comunale all’ufficio tributi, vera amica da molti anni, bionda ma spesso tinta, occhi azzurri, corpo piacente, mai toccata ) e dice che vuol parlarmi.

 

Vorrei risponderle: ” sono tutto tuo; chiamami sua disponibilità; per te, bella, sono nato pronto… a tutto”. E invece le sorrido senza allargare troppo il sorriso sennò s’accorge che devo ancora completare il ponte e mi si vede il nero dell’assenza.

 

Ci sediamo su un divano scomodo ma bello.

 

Ha sempre avuto una tinta bellissima di capelli: questa è già la terza che cambia, ma non sbaglia mai. I riflessi rosso-arancione invadono i miei occhi che, presi dalla visione di quelle mani affusolate che roteano nell’aria e compiono soltanto gesti femminili al cento per cento, stanno probabilmente perdendo credibilità.

 

Per tornare sulla terra qui e ora, decido di farmi scoraggiare dall’ascesi della sua presenza concentrandomi sul suo alito, che se è soltanto la metà di come immagino sia il mio, dev’essere simile al liquame cadaverico (uso questo è il nome di un percorso d’arrampicata: non sto scherzando, giuro. Me l’ha raccontato un amico appassionato di alpinismo).

 

E invece mastica una caramella che sa di menta e vento di montagna; gliene chiedo una, così mi sento almeno presentabile ( cocktail e canne  hanno ridotto la mia bocca ad un campo di concentramento).

 

Inalando quel profumo di pino e dolomiti le chiedo in cosa posso esserle utile. Mi racconta che ha il sospetto che Reb ( Eugenio, 40 anni il suo fidanzato pittore astratto che vende fumo per arrotondare, bel ragazzo tipo ombroso affascinante, alto alto) sia in depressione. Non esce più di casa, mangia e parla poco. Ha fatto un solo quadro negli ultimi tre mesi. Lei esce per andare al lavoro  che ancora dorme e quando torna lo trova davanti alla tivù, sul divano, con la barba da fare, la doccia da fare, il letto da fare, il pranzo da fare: insomma non fa un cazzo e non riesce a reagire, dice.

 

“Gli puoi parlare? Ti prego aiutami almeno tu che lo conosci da vent’anni. E’ rimasto soltanto il clone del bell’artista utopista esistenzialista che ho conosciuto e di cui mi sono innamorata”. Mentre me lo dice mi piomba addosso e m’abbraccia forte: sento quella quarta di seno che morbida s’appoggia sul petto; il profumo dei capelli; il sussultare di quel semi-pianto. Le mie interiora mandano segnali impazziti in tutto il corpo, la testa mi gira, le fauci sono secche: me ne sto così, a consolarla, a prometterle che cercherò di fare qualcosa, mentre parlando la mia mano destra disegna dei cerchi sulla sua schiena ancora ricurva. Si alza, s’asciuga le lacrime e per un paio di secondi mi perfora con uno sguardo che non riesco a tradurre razionalmente e che mi conduce elle zone proibite che quel contatto avuto poc’anzi ( per lei ero un amico; io mi sentivo una bestia libido-bavosa), mi aveva messo in circolo.

Devo avere un’espressione che rasenta la paranoia. Smette improvvisamente di guardarmi, le lacrime spariscono. Mi bacia sulla guancia lasciandomi in eredità una traccia d’umido che vorrei leccare, ma non posso. Devo aiutarla e perciò le sorrido amichevolmente senza allargare troppo la bocca. Mi piego e le dico all’orecchio con voce ridicola che vorrebbe essere suadente che non si deve preoccupare e che ci proverò. Lei si allontana e mi saluta dicendo di essere in debito con me. S’alza sulle punte e le sue labbra sfiorano le mie, come ci salutavamo vent’anni prima.

 

Ma io non sono più quello di vent’anni fa; sono un ometto e ho bisogno di avere delle sicurezze, delle basi su cui adagiarmi e il fatto che sia ancora tendente al giovanilistico non significa che non sia maturato. Se una donna mi sfiora le labbra, e sa di buono, addirittura di menta, mi confondo, mi pongo dei quesiti sul significato di un simile gesto.

 

E anche quello sguardo poteva essere più amichevole, non così vago, che lascia a me l’onere di decifrarlo. Cazzo, tu sei una fidanzata in crisi; io un single che ne ha appena superata una di crisi. E il fatto di essere single significa che ci sono periodi di buona, che ci si dà dentro; ma anche periodi di magra, che uno sfioramento con una bella donna ha un valore ( sono passati vent’anni; e ho appena detto che non sono più quello di una volta; ma allora avevo gli stessi pensieri di adesso solo contestualizzati al fatto che ero giovane e rispondevo allo strapotere ormonale).

cristiano prakash dorigo

 

Postato da: swcpd a 17:07 | link | commenti (7)
racconto

martedì, 07 marzo 2006

 

Cosa posso raccontare?

 

Avrei molto, così tanto che questo spazio risulta piccolo, quasi inutilizzabile per una  cronaca. E allora succede che, proprio quest’abbondanza, impedisca alle parole di uscire e diventar storia, perché cosciente che non ci starebbe, fisicamente, così compressa.

 

Ma forse son tutte scuse. La stanchezza e il poco “tempo fecondo”, quello in cui si riesce a dire, senza cedere al bisogno di buttarsi distesi e non far nulla, magari paralizzati dalla tivù, scarseggiano.

 

In questi giorni frequento per lo più blog letterari, e sempre più, con maggior chiarezza, distinguo che parlano spesso di argomenti che non m’interessano.

 

Mi chiedo quale sia l’utilità in termini esistenziali, e di sapere, che potrebbero trasmettermi.

 

Mi dico che, forse, esistono proprio per questo e che, certamente, la loro idea, di coloro cioè che vi scrivono, è quella della distribuzione di intelligenza, che si autoalimenta attraverso le discussioni e il confronto.

 

A cosa servirebbero, altrimenti?

 

E forse sono io, ridotto dall’incapacità di capire fino in fondo, a non riuscire a cogliere l’intelligenza che vi scorre copiosa.

 

Di recente, ho visti volare insulti e farneticazioni, dovuti all’ideologia; al credere di sapere che l’altra/o non sa o non la pensa come me, e perciò fanculo.

 

Raramente, insomma, ne sono uscito più lucido e capente; e non dico che le discussioni, anche forti, mi disturbino; dico solo che lo sfoggio di sapere, il sarcasmo annichilente travestito da ironia, la citazione, se non supportate da una propria idea, mi fan cagare.

 

E soprattutto mi fan restare dove sono, isolato, con uno schermo e una tastiera a mò di barriera protettiva, a galleggiare nel mio personale senso delle cose della vita.

 

Perché sarà anche questa, mi dico, una delle funzioni della letteratura, e non solo quella di esistere a se stessa, di far discutere di sé, di celebrarsi con un eccesso di cerebralità.

 

Che poi non mi piace nemmeno scrivere di quello che scrivono gli altri,  e ancor meno con un’accezione negativa.

 

 

Ecco, avevo tanto da raccontare ma non ero sicuro di riuscirci.

 

Avevo questa domanda su quale sia, non l’utilità dell’intellettuale, ma la sua aspirazione.

 

E dopo aver scritto, so di non esserci riuscito.

 

Ma posto comunque.

 

 

Cristiano prakash dorigo

 

Postato da: swcpd a 19:44 | link | commenti (2)
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