"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità. La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà. La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà. La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività. Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.

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lunedì, 30 gennaio 2006

1° puntata

Quanta roba, caro; e non roba da poco.

 

Ti dico che quella che sto per scrivere è una parte , che svilupperò col tempo, e che sfrutterò per un’idea di romanzo che mi sono, per ora, solo deciso a pensare. Ovviamente ti terrò aggiornato ma sappi che sarà un misto di fiction e realtà ( ne fa parte anche il pezzo che ti ho mandato di recente: del romanzo, non di questa lettera).

 

Sarà, se mai avrò tempo ed energie per scrivere, di un intreccio di più persone che non si sfiorano se non alla fine, della quale non ti parlo.

 

Bene, passo alla tua lettera da una tonnellata.

 

C’è molta roba dentro, e non da poco, come ti dicevo all’inizio.

 

C’è innanzitutto, secondo me, il bisogno di condivisione.

 

Mi sembra che tu chieda conferma; che non sei il solo ad essere come sei. E  a quest’affermazione rispondo che sì, non sei solo; ma che, com’è logico che sia, non siamo uguali, ma simili.

 

Io rivendico a petto in fuori e pancia in dentro il diritto di essere come sono; altresì, però, pago il prezzo da pagare. Uno dei prezzi è un’apparente solitudine, un senso di marginalità come che si sente non facente parte della maggior parte degli esseri umani. E , bada bene, quel che una volta era un gioco con dei precisi contorni estetici, di cui andar fieri, ma piuttosto una cruda constatazione: io sono come la maggior parte delle persone non è ( ti mando in allegato un mio vecchio racconto che ti invito a leggere con questa traccia in mente).

 

 

 

Da questo punto di partenza, a cascata, gli altri sì e no: si guardo il mondo con gli occhi vergini ma sono smaliziato e un bel po’ di cose so bene come funzionano. Questo non toglie che un approccio virginale sia auspicabile e in alcuni casi necessario; per guardare oltre l’apparenza; per saper attendere quando bisogna; per stare zitto quando le parole irrequiete vorrebbero invece uscire; per pazientare quando queste se ne escono e dicono il brutto e il male.

 

 

Salto qua e là visto che non ho il tempo di dedicarmi a lungo alla scrittura: il tempo, l’energia che rimane dopo queste giornate di lavoro, e non solo. Devo rimettere in ordine la distribuzione delle forze e in questi ultimi due giorni sono uscito due sere di seguito andando a dormire molto tardi.

Giovedì sono andato al compleanno di un amico che compiva 40 anni. Gli ho regalato un libro di Krishnamurti e scritto un foglio, a penna, sulla sua età che è anche la mia. Pensieri alla rinfusa sul tempo e su come, a questo punto, siamo in discesa nel percorso della vita ( statisticamente parlando).

 

Alla festa saranno passate in tutto una quarantina di persone, e forse anche di più. Di queste ne conoscevo poco più della metà; e la metà di queste abbastanza bene. Gli altri, alcuni di vista, altri mai veduti prima. C’era una maggioranza di 3/5 di maschi, gli altri 2/5 femmine; la media sui tardi trenta.

 

Eravamo in un casolare in campagna ad una quindicina di km da Mestre che il festeggiato usa solitamente come posto in cui suona con la sua band. C’erano anche loro ma purtroppo non hanno concesso alcuna performance. Saranno più di dieci anni che una volta la settimana si ritrovano e suonano: in prevalenza covers rock; hanno anche composto un paio di loro canzoni; ma la particolarità che li contraddistingue è che non hanno mai fatto un concerto e, a sentir loro, mai ne faranno. Avevo anche proposto loro dei miei testi, fedele come sono al rock che rappresenta il mio approccio alla musica.

 

La stanza dove suonano è al primo piano e ha un aspetto davvero “underground”: ci sono tutti gli ingredienti che contraddistinguono le cantine che ogni gruppo che conta ha conosciuto. 4 per 4 mq fumosi, attraversati da cavi, con posters alle pareti dei led zeppelin e un mega poster del regista Meyer ( si scrive così? Costui era un regista di culto i cui film, a quanto ci raccontava un ragazzo quella sera, sono rappresentati dalle tettone delle attrici che vi recitavano). I componenti della band sono invece, più o meno, miei coetanei. E questo, se vuoi, potrebbe stridere un po’ con l’aspetto affascinante che ogni gruppo coltiva in seno: quello di diventare una band che suona e incide dischi. Credo approfondirò questa rinuncia del mito rock, a mio avviso implicito e imprescindibile, che sta alla base dell’essere band.

 

Evidentemente, però, questo è il mio pensiero e non il loro.

 

Mercoledì credo che andrò ad ascoltarli e così ti racconterò maggiori dettagli.

 

Ma ti dicevo della festa.

 

Pur non condividendo i luoghi comuni, devo cedere qualche considerazione all’incongruenza tra il presente di noi partecipanti, con i nostri anni, e quel che si diceva e faceva e ascoltava. Non fraintendere, il mio non è certo un giudizio sommario, ed è dettato dal disagio cui sono stato pervaso ad un certo punto: ero stanco della giornata di lavoro, con lo stomaco che borbottava, lo sbadiglio in agguato, la musica che invadeva le orecchie, la scarsa attitudine a chiacchierare del più e del meno. Ma 15 anni fa di sicuro ho già partecipato a feste così.

 

E da allora cos’è cambiato?

 

 

Ieri sera invece sono stato a cena con 4 colleghi di lavoro: 2 donne e, con me, 3 uomini. Tutt’altra atmosfera, tutt’altro ambiente.

 

Quando sono arrivato ero l’unico maschio per cui ho potuto affrontare quegli argomenti che più mi piacciono senza essere interrotto dalle dispute lontanamente libidinose dei due galli che tra poco sarebbero arrivati. Va detto che sono l’unico ad avere un rapporto di coppia stabile. Gli altri/e sono così messi: i galli, sono uno da poco separato e l’altro single da tanto; le galline, una ufficialmente sposata ma ufficiosamente sola, l’altra sola ufficialmente, amante ufficiosamente.

 

Ci sarà perciò quest’atmosfera semi seduttiva per tutta la durata della cenetta che, confesso, trovo molto piacevole e rilassante.

 

Insomma arrivo e vengo accolto dalle mille attenzioni che due donne possono generosamente riservare ad un ometto piacevole quale sono. Ne voglio approfittare e affrontare quegli argomenti alti che tanto mi piacciono. A maggior ragione per il fatto che le due sono molto emancipate e intelligenti e inculturate.

 

Si va qua e là con mia somma soddisfazione fino al punto di parlare di autori, contemporanei e non, gusti ( l’unico che ammalia tutti è Busi, con quel suo dieci per cento di magnificenza sublime e il resto che pubblica solo in quanto Busi) e altre cosette.

 

Si arriva perfino a parlare delle mie aspirazioni letterarie e qui, te lo anticipo, arriva la novità. Una delle due amiche acculturate ha a sua volta amicizie introdotte in vari campi, tra cui quello letterario. È molto amica di una ragazza la quale, per puro caso, dopo aver fatto l’avvocata, è diventata l’aiutante factotum di un agente letterario di quelli che potrebbero campare di rendita per i personaggi che rappresentano in Italia ( non faccio nomi ma uno di questi, e ce ne sono altri, è uno degli scrittori che più vendono AL MONDO); ciononostante, gli piace ancora scoprire nuovi autori che poi consiglia a editori quali feltrinelli & company ( ti renderai conto cosa significhi questo) .

 

E così, ciaccolando di autori vari, mi dice se sono ancora in cerca di gloria. Le rispondo che in tutta sincerità ho ridimensionato, e molto, l’approccio al mio talento che credo, nella media; le spiego che ho quasi rinunciato, o comunque postdatato, la messa a punto dei miei racconti per mancanza di tempo; concludo dicendo che sto più che altro pensando al romanzo ( pur sapendo che o rinuncio al sonno o mai lo scriverò, stanti queste condizioni di vita). Incremento questo mio distacco specificando che non trattasi di atteggiamento da artista puro, ma che credo di non essere molto adatto alla vendita della mia persona e delle mie cose. Pur consapevole che bisogna aver culo e non solo passione, non sono ancora disposto a sbattermi ovunque per rendermi visibile e credibile.

 

Poi però mi racconta che il fatto di darle qualche racconto non presuppone alcun impegno e che sono davvero amiche. Ripensando al culo, penso che potrebbe manifestarsi così: un’occasione da saper cogliere. Beh, alla fine mi sono lasciato convincere e penso che le darò del materiale. Non ci spero troppo, né voglio illudermi, ma se così dev’essere, che sia.

 

Tra l’altro ho vinto il terzo premio di un concorso che pur essendo nazionale, ha le dimensioni reali di un premio parrocchiale. Sabato sera dovrei andare alla consegna del premio, ma non credo che lo farò: due palle.

 

Ho scavalcato gli argomenti specifici della tua lettera che è davvero piena. Nel frattempo ti avevo mandato anche un racconto, e ora aggiungo questa mia, più un pezzo di lettera scritta tempo fa che c’azzecca, secondo me, con quella a tua madre. Leggila e sappimi dire.

 

Ti prometto che comunque scriverò più dettagliatamente sulla tua, che m’è parsa, mi ripeto, una bomba carica pronta a scoppiare ( anche se fai fare a me l’azione di disinnesco). A presto. Sappi che se mai scriverò un romanzo, dentro ci sarà anche questa lettera ( magari un po’ tagliata).

 

Un abbraccio e a presto. Fatti vivo.

 

 

cristiano prakash dorigo

 

Postato da: swcpd a 19:03 | link | commenti
epistolare

martedì, 24 gennaio 2006

..... incipit di un'angoscia.......

Fammi intravedere almeno un pezzo di verità, pensavi.

 

Non ne posso più di questo pieno di vuoto.

 

Non ne potevi più di sentirti invaso di queste sensazioni che, come per un’adesione ad un codice etico che ti si era attaccato alle carni, non sapevi rifuggire.

 

E allora assistevi muto, fermo, alla dissoluzione del tempo.

 

Non c’era più futuro; solo un imminente presente che scadeva.

 

Che s’assottigliava, che sfumava, come il ritmo di quel respiro.

 

E l’evidenza era spaventosa.

 

E il pensiero di quello spavento coincideva al tempo stesso al sollievo.

 

Una volta per tutte, tutto insieme, ma poi basta.

 

Niente più, non può durare così a lungo quest’agonia.

 

Fuori, la pioggia lavava tutto.

 

Non riuscivi a vedere in quell’incessante caduta un senso che non fosse semplice casualità.

 

Postato da: swcpd a 19:28 | link | commenti (5)
meta diari

domenica, 22 gennaio 2006

Ieri sera su cult  - della piattaforma sky -, canale dedicato all’arte in senso lato, ho visto un documentario-film che descriveva la vita delle monache di clausura.

 

Premetto che mi è piaciuto molto.

 

Ha offerto molti spunti di riflessione, grazie anche alla bontà della regista che, voce fuori campo,  suggeriva come e perché aveva pensato a quel lavoro.

 

La questione fondante, la domanda trasversale che ci ha investiti – la regista e me – era, e rimane: perché una donna rinuncia alla propria vita?

 

In realtà, quello che ne è emerso, è che loro, le monache, non la vedono così. Anzi, sono convinte di riuscire a vivere pienamente, solo in quel modo.

 

E ancora, che fare un documento che parla di loro, non servirà a spiegare alcunché. Solo dentro loro, e perciò inconoscibile, alberga la verità, e questa è di una semplicità tale, che risulta complicata da spiegare. È come voler descrivere l’amore: in realtà, o lo si è provato, oppure le parole non sono sufficienti a descriverlo a chi non l’abbia esperito.

 

 

La vita quotidiana è scandita da riti e azioni sempre uguali. Gli spazi spartani, anche se mai squallidi. Loro, le monache, donne di cui si vedono solo i volti senza trucco, senza bellezza – non quella classicamente intesa - , senza segni che possano far trasparire intenzioni deduttive; eppure tutte, nessuna esclusa, quando parlano sorridono. Ho scritto “eppure”, perché vien da chiedersi cosa diavolo ci sia da ridere, là dentro.

 

E infatti la regia sottolinea di frequente il contrasto tra dentro e fuori: silenzio e monache che camminano in corridoi spogli, contrapposti a tangenziali e auto rumorose; vista sui tetti del  monastero, e paesaggi urbani di strade e tralici e fabbriche; canti con voci soavi e campane discrete, e caos e rumore indistinto.

 

 

Le brevi interviste si caratterizzano per la presenza di grate frapposte tra le monache e la telecamera.

 

E loro ci provano a dire, a spiegare i loro perché.

 

E sottolineano la difficoltà, e perciò la ricchezza, delle relazioni interpersonali all’interno del microcosmo del loro gruppo. Relazioni d’amore: con “Il Signore”, e tra loro. Là dentro riescono a lavorare su questo; fuori sarebbe impensabile.

 

Nessuna nasconde la radicalità della scelta. Non si può non pensare a questo. Qualsiasi contatto abbiano avuto, esordiva, dicono, con quella curiosità.

 

Va bene voto di castità, di povertà, di obbedienza, ma lasciare tutto e tutti, definitivamente, è un pensiero davvero impensabile.

 

 

Mentre le guardavo, pur affascinato dall’idea di poter stare continuativamente con la propria interiorità, non riuscivo, come la regista, a staccarmi dal bisogno di capire.

 

E poi a tutto ciò cui sono attaccato. Alla corporeità, alla fisicità, all’intimità dei rapporti sessuali, alla libertà di scegliere e decidere per me stesso.

 

Conosco l’estasi del canto, dell’abbandono. Attraverso pratiche diverse, io la meditazione, loro i canti e le preghiere, credo di aver abitato momenti di liberazione.

 

Ma poi, quegli spazi di libertà, mi son serviti per tornare alla vita, per valutare meglio i rapporti interpersonali, per sentire la vita attraverso altri filtri.

 

 

Ho però fatti i conti con la mia indisponibilità a cambiare radicalmente la mia esistenza.

 

È vero che ho rivisti e lasciati, dopo averli dolorosamente riconosciuti, quei meccanismi che mi stavano conducendo ad un’esistenza caratterizzata dal dolore inconsapevole.

 

Ora conosco la sofferenza e non la sottovaluto. Per certi versi mi ha condizionato fino quasi a costringermi allo stordimento.

 

Non che me ne sia liberato, ma certo mi ha fatto intravedere qual è il mio percorso.

 

Continuo a cadere, ma subito dopo vedo gli ostacoli che han provocata la caduta; talvolta, nei momenti di grazia, finanche prima.

 

 

Come concludere?

 

Non lo so, non ne ho idea.

 

Volevo però parlarne senza avere uno scopo preciso.

 

Credo sia un argomento che possa far riflettere.

 

Forse.

 

 

cristiano prakash dorigo

 

Postato da: swcpd a 17:21 | link | commenti (2)
meta diari

venerdì, 20 gennaio 2006

vecchie  cose.

queste righe –quelle tra virgolette- fanno parte di un racconto che ho scritto tempo fa. Racconta il prologo di un incontro tra due persone che han deciso di modificare il proprio approccio alla vita. Non cambiano fuori, stravolgono il dentro.

 

I racconti  sono l’estensione di  un’idea base e hanno delle regole che bisognerebbe rispettare per poterli nominare come tali.

 

Quella principale, per cui si può asserire che si sta raccontando, è “il conflitto”.

 

Perché ho scritto questo? Perché sì.

 

Cosa centrano le righe di cui sotto?

 

A parte la quasi assenza di punteggiatura, l’intento era quello di “ vedere quel che di solito si guarda soltanto”.

 

Come dire che ci s’abitua a tutto per automatismo.

 

Anche alla televisione.

 

Anche alla morte dei sensi e del senso.

 

 

“ In macchina a zonzo di sera tardi con l’intento di disfarsi di un dolore che lacera il petto e rimbalza tra le pareti della scatola cranica.

 

Viale industriale pieno zeppo di umanità mista e coesa  da tristi desideri avventurieri a pagamento.

 

Da un lato e dall’altro solo tristi cartoline di periferia edulcorata con sopravvento del  grigio colore della sua natura intrinseca.

 

Viale lungo a più corsie su cui abitano poche ore a notte esseri viventi in quanto respirano.

 

Tutti siamo viventi solo perché respiriamo e il nostro limpido segreto alberga più sotto coperto da migliaia d’anni di istinti e lezioni e atteggiamenti fittizi e provvisori.

 

E’ evidente che questa non è la ricetta che può alleviare il dolore e il senso d’oppressione e la sensazione di essere inadeguati perché senza verità con cui potersi misurare e confrontare.

 

E’ evidente che la mia e la nostra verità potrebbe risolvere il circolo vizioso e senza senso che ci hanno profuso alla nascita definendolo vita.”

 

 

Cristiano prakash dorigo

 

Postato da: swcpd a 07:07 | link | commenti
meta diari

lunedì, 16 gennaio 2006

Oggi passo per il blog e mi ritrovo con un template modificato, senza che io l’abbia fatto.

 

Credo siano gli esperimenti di splinder, ottima piattaforma, per quel che io posso capire – quasi niente, lo confesso – che raramente s’inceppa.

 

Non sapevo cosa scrivere – ho vissuto una tragedia personale di recente e la sto facendo maturare senza forzature – e mi sono andato a rivedere l’erchivio: ho tirato fuori questo vecchio post e lo ripropongo.

 

Su sfondo blu.

 

E con un gioco sui tempi.

 

 

 

Passato e presente e futuro

 

 

Da un po’ m’è venuta una voglia che non avevo mai sentita in questa forma di urgenza. Diventata quasi necessità, sarà una voglia disattesa, che resterà solo traccia frammentata, che bisognerà riempire di fiction letteraria per riaverla in forma narrativa.

 

Penso alle origini e curiosità della mia famiglia che purtroppo è svanita nel nulla senza memoria.

 

Di quello che c’era prima di mia madre e mio padre non v’è quasi traccia.

 

La forma di pudore comunicativo ha obliato quel che esisteva; senza il quale, ad esempio, la storia di mia figlia comincerà da me e sua madre.

 

Recentemente ho chiesto a mia nonna di raccontarmi della prigionia di mio nonno durante la seconda guerra mondiale, e morto quindici anni fa. Lei mi conferma che lui era in marina e che si è fatto tre anni in carcere in Germania. È stato arrestato mentre lei era incinta ed è tornato quando mia madre era già un cucciolo un po’ cresciuto.

Poi ha dirottato il discorso sui suoi malanni, per cui lei adesso è in casa di riposo. Mal sopporta di parlare di qualcuno che non sia lei medesima.

E ho anche chiesto conferma a mio padre se era vero che sua madre, quand’era bambina, aveva una specie di fattoria con tanto di vacche, proprio a Venezia, vicino a dove lui vive. Sì, me lo conferma, ma poi il discorso sfuma.

 

Sono forse stato poco convinto; ci tornerò perciò un giorno, prima che sia troppo tardi.

 

 

Dimentico spesso.

 

Quando guardo un film che ho già visto, ricordo solo di averlo appunto già visto ma  quasi mai come finisce. Mi chiedo se ad esempio questo dipenda dalla scarsa abitudine familiare a ribadire quel che fu, per interpretare quel che è.

 

Forse è per questo o forse, ma quando ci penso ci credo poco anch’io, per la mia tendenza a vivere il presente  fregandomene del passato.

 

Quando ci casco, nella visione distorta della mia memoria e delle ragioni per cui è così scarsa, mi sento sulla retta via per l’illuminazione.

 

Occuparsi del presente, momento per momento, è la ricetta che alcuni mistici molto saggi indicano come soluzione ad ogni male.

 

Ci ho pensato spesso e non posso che dar loro ragione pur consapevole che così facendo mi tiro addosso l’ira e il disappunto degli ortodossi della politica e della religione: senza passato non c’è identità, dicono.

 

Vivere nel passato e nel futuro, come fa sempre la nostra mente, è una trappola, dicono i miei amati.

 

 

Dovrò decidere il da farsi. Dividerò la possibilità di conoscere meglio com’erano i miei geni nel passato per farne una storia da scrivere.

 

Controllerò l’elasticità mnemonica cercando di capire se dipende da aspetti psicologici piuttosto che neurologici.

 

Lo farò prestando attenzione a come mi sento mentre lo faccio.

 

 

Ma ci torno su sto discorso che mi sembra interessante.

 

Cristiano prakash dorigo

 

 

Postato da: swcpd a 19:01 | link | commenti (3)
meta diari

venerdì, 13 gennaio 2006

Ho dovuto rinviare un appuntamento con un amico caro.

 

Motivi familiari. Questioni serie, di quelle che fanno male, che riportano alle proprie responsabilità e adultità.

 

Così, all’improvviso. Dalla leggerezza dell’essere forzosamente giocosi, tipi-da pacche-sulle-spalle; noi sì che siamo così leggiadri, anche di fronte all’avversità della vita.

Che ogni tanto prende quella piega amara; di prepotenza, arriva in discesa verticale senza ostacoli. E quando succede, non che s’appoggi: sfonda, deflora.

Rinunciamo a vederci. Peccato. Perché ne abbiamo voglia e ne avremmo bisogno.

 

Lui deve ripartire e tornare dove vive ora, fuori Italia.

 

Quando mi chiama e mi spiega, sono in riunione.

 

Tradisco con l’espressione del viso il dolore delle sue parole, credo. Di certo mi fa male.

 

E infatti prendo tempo e interrompo la riunione che non ne soffre poi tanto.

Lo richiamo col cellulare. Risponde quasi subito una voce che identifico subito senz’indugio. E’ lui.

E qui ci sono io. Sono triste e  patetico e non lo nascondo. Non mi vede in faccia, ma sente il nodo in gola.

Gli dico che sono ancora io e che mi spiace non ci si veda. Glielo dico con tono concitato, come ne avessi fretta.

E poi gli dico che non m’importa molto non ci si veda; m’importa molto di più di come si sente. Perché quello che mi ha appena raccontato fa male anche a me che penso a lui.

Gli dico inoltre che fino che si ha tutta la famiglia ancora presente, ci si lamenta, li si subisce annoiati. Poi gli confesso che l’altra notte, per la prima volta, ho sognato di abbracciare mia madre: era una circostanza normale e non c’era niente di particolare.

Lui lo sa che mia madre è morta pochi anni fa.

Vorrei aggiungere quello che ancora non sa.

Che davvero tutto, da quel momento, cambia. Cha la solitudine si rivela finalmente in tutta la sua cruda verità, ma che non è poi così brutta.

Io amo la solitudine; non so lui. Anche se siamo molto amici, e non solo con lui, non conosco ancora nessuno che m’abbia confessato di amarla.

Lo saluto. Capisco che quello che ho detto non l’ha ascoltato con la stessa passione con cui io l’ho detto.

Sì, perché quando si ha un problema, una buona parte delle energie le si spende per risolverlo.

Ci salutiamo e abbracciamo con le parole. Parole che si intervallano a silenzi. Silenzi che non dicono e lasciano all’altro l’interpretazione.

Torno in riunione con uno strano sentimento di lucida comprensione di quel che m’accade.

Sono un po’ triste, ma anche gradevolmente immerso in quel che provo.

Chissà poi se anche lui legge il mio blog: non credo e comunque non scrivo per questo.

 

Cristiano prakash dorigo

Postato da: swcpd a 16:22 | link | commenti (2)
meta diari

mercoledì, 11 gennaio 2006

 

Suono di campane.

 

Una rarità, adesso, in questo quartiere formicaio.

 

Da piccolo, in questo periodo, era una consuetudine. Là, in montagna, in un paesetto del Pinè, in trentino, la chiesa era a dieci metri dalla casa in affitto che ogni estate ci ospitava.

 

Quella casa era un lungo corridoio ai cui lati c’erano tutte le stanze. Tre camere, un bagno, cucina.

 

Una terrazza di 25 mq almeno. Da questa s’aveva la chiesa davanti, il cimitero sulla destra, una strada di ciottoli sulla sinistra.

 

Almeno dieci anni per due mesi l’anno, s’abitava là.

 

Un’infanzia felice da questo punto di vista.

 

Nella mia vita ci sono questi venti mesi di boschi e salite e discese e profumo di resina e erba e noia di pioggia di montagna.

 

Poi sono andato in altri luoghi di vacanza, ma quel che ho depositato nell’istinto di quegli anni, è segno scavato.

Il silenzio mai muto dei boschi; un’eco che mi tormenta, che mi fa pensare, in mezzo al confuso e tirannico rumore di città, che ho bisogno e diritto a quella apparente e concreta pace.

 

Perché qui, ogni giorno, ho bisogno di isolarmi per staccarmi da quest’inutile frastuono che ci persegue senza che ce n’accorgiamo più. Per quello sono felice quando m’immergo nell’ombra dei boschi: per un’atavica abitudine; un sesto della mia vita, una volta, aveva altre prospettive, un altro setting rispetto agli altri cinque sesti.

 

Ricordo le corse con gli aghi di pino sotto le suole delle scarpe da ginnastica.

 

Le salite e discese, le rocce, il muschio.

 

I segreti raccontati nella sicurezza di essere gli unici che potevano udire quel che si diceva. Le incursioni in cimitero a dimostrare un coraggio che non s’aveva.

 

Le ragazzine con cui ci si scambiavano visioni naturali delle parti intime.

 

Le carote rubate sgranocchiate con avidità.

 

Le ciliegie sugli alberi.

 

Le canzoni dei jukeboxe di sera alla tavernetta.

 

Le cascate e fiumi e ruscelli e caldo e sole a picco sulla testa.

 

 

Cosa rimane ora?

 

 

Quando cammino per Venezia e svolto per una calletta stretta e all’improvviso sono solo, l’ipotalamo secerne goduriose sensazioni di pace e quiete.

 

Sshh!! Non si disturbi quest’attimo fuori dalla logica, pieno del nulla, dal profumo di resina che non c’è, di salsedine concreta, di umidità palpabile.

 

Sono un signore perché ho dei tesori e dei privilegi.

 

M’accorgo della differenza di quando corro affannato verso una meta che non è la mia ma quella che mi si è imposta in cambio di un posto che sfiora la rispettabilità.

 

M’accorgo anche quando sono sopraffatto dalla nausea del rumore dei bus e delle auto e dell’odore d’infamia senza dignità della mia città di terraferma.

 

M’accorgo coi sensi quale sia la mia via e la dimensione che devo ritrovare per vivere senza avere l’impressione di subire una sopravvivenza che sfugge dalle dita come acqua.

 

 

Mi piace come sono.

 

Così come non mi piace quando non sono ma sono qualcun’altro.

 

Che poi non è questione di piacere: la questione è quella dell’agio riferito all’autenticità, vissuta o smarrita.

 

 

Le campane han smesso di suonare.

 

Qualche uccello fischietta.

 

Le rare foglie fremono.

 

Poi passa un bus; una sirena perfora l’aria; un fischio d’inchiodata; una moto accelera all’infinito.

 

Anche oggi cercherò il silenzio in mezzo a questo casino cui spero di non abituarmi mai.

 

 

Cristiano prakash dorigo

 

Postato da: swcpd a 06:55 | link | commenti (1)
cronache così

lunedì, 09 gennaio 2006

La sera ha imposto il suo primo buio, complici le nuvole gravide di pioggia che, per tutto il giorno, s’è alternata a qualche sprazzo di cielo azzurro.

 

Il vento conferma i prodromi del destino già segnato: se dev’esser pioggia,  così sia.

 

Cammino a testa bassa, lo sguardo che guarda i “masegni” che pavimentano Venezia. Il vento sferza la faccia, gli occhi lacrimano senza tristezza.

 

I pensieri e la lucidità; il dolore delle parole che hai dette; la verità dello stato delle cose.

 

La vita, all’improvviso, prende una piega che non ci si aspetta. Si va avanti a testa bassa, ogni giorno un nuovo impegno e ogni nuovo impegno la volontà che consuma la gioia. Goccia a goccia si forma il mare che poi ci annega. Il tempo, gli anni, i nostri, sono singoli frammenti che si sommano e ci troviamo qui, adesso, a dirci che l’adesso è figlio degenere di quel tempo impalpabile, perduto.

 

E adesso cammino verso casa, mani in tasca.

 

Ogni passo e ogni persona che incrocio sono la mia vita. Il destino non lo si può immaginare; al massimo lo si inventa e poi se ne scrivono i frutti.

 

Magari inciampo e cado tra le braccia di una e ci guardiamo e innamoriamo e poi scappiamo in Spagna a consumarci d’amore. O qualcuno che abita al terzo piano mette a posto un vaso di fiori che scivola dalle mani chissà perché e mi cade in testa e resto scimunito per il resto della vita. Oppure ci muoio e tutto finisce qui, senza aver avuto il tempo di pensarci. Sì, pensare che potrebbe finire all’improvviso.

 

Allora appena posso, torno a questo pensiero del tempo presente. Sì, da vivere ogni istante come fosse l’ultimo. Come fosse un brindisi con un calice che sa di buono.

 

Ogni momento è il migliore.

 

Non aspettare.

 

Così dico a me stesso.

 

Spesso.

 

Concludo con le parole di un autore che amo: un cantante anomalo

 

“ ….lascia

 

fluire

 

il dolore

 

che la felicità

 

è senza limiti

 

e va

 

e viene….”

 

 

Cristiano prakash dorigo

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meta diari

lunedì, 02 gennaio 2006

Anche quest’anno finisce e subito dopo inizia il successivo.

 

Sembra un paradigma del tempo che non abbiamo, mai.

 

Eppure c’è un momento, breve, che sta tra la fine e l’inizio, che andrebbe colto, considerato, vissuto come rarità.

 

Dici così perché in questi giorni vagamente depressivi, il rischio è quello del rimpianto, della nostalgia, della spossante onnipresenza dell’assenza, di quel che non c’è più e di quello che avrebbe potuto essere se soltanto …..

 

Sai pensando alle tue cose a voce alta; e pensando anche che pensare troppo, non aiuta, e anzi, spesso, complica.

 

C’è una lezione che hai imparato, e che spesso, naturalmente, dimentichi: che nulla si può fare con quel che accade: si può combattere, oppure accettare.

 

E non intendi questo in termini politici o civici: ti riferisci piuttosto alla vita, all’esistenza, al destino.

 

Combattere vuol dire contrapporsi a qualcosa; accettare, viceversa, vuol dire accogliere quel qualcosa. E si badi bene: non subire, ma semplicemente prendere atto di quel che è, e far sì che passi; perché tutto passa, il bello e il brutto, fin’anche noi stessi.

 

Perché poi, tutto si riduce a questo: alla vita e al nostro passaggio in essa.

 

È tutto qui.

 

 

E questo tutto è tanto, e molto lo sprechiamo per imparare a difenderci, per stare attenti a non dire o fare la cosa sbagliata, per sembrare qualcuno che si avvicini, se non al mito, almeno alla sufficienza.

 

Ad un certo punto ti sei detto che no: vaffanculo tutto e tutti; adesso mi occupo di cose più serie.

 

Un’occupazione a tempo pieno, quella di vivere con attenzione.

 

Sì, attenzione. Il più possibile, in termini di quantità e qualità. Attenzione sempre, l’obiettivo; quanto più si riesce, il percorso.

 

Non è mica che sia palloso e poco divertente. Anzi, è una favola, un godimento.

 

Un esempio: quando ci si convince che tutto va male e fa schifo. Poi si osserva meglio, e si vede che tutto non è cambiato. È sempre uguale, non si scompone proprio. Siamo noi che abbiamo un angolo di visuale storto.

 

Tipo pancia gonfia d’aria, che verrebbe da scoreggiare ogni mezzo minuto, ma si è in mezzo alla gente e non sta bene. E allora s’allarga il sorriso ma gli occhi son tristi. Si sente che il vicino è un rompicoglioni e la sua amica un’ebete, anche se non ai livelli di lui. E si chiede scusa, ma chè per caso sanno dov’è la toilette? E si maledice quel posto perché è sporco e puzza. E bisogna pisciare con le chiappe strette per non provocare una fuga di gas. E si ascolta il brusio, si spera che, se proprio scappa, la radio copra il rumore cavernoso della reazione chimica.

 

I rapporti umani sono regolati da reazioni chimiche.

 

E c’entrano anche le scoregge, che delle viscere fan pienamente parte.

 

 

L’attenzione fa scoprire la chimica del corpo e dei rapporti.

 

I più temerari hanno sostenuto che addirittura, in uno stato di costante attenzione, scompare l’inconscio, che in questo caso non avrebbe più nulla da nascondere.

 

Un inconscio pulito, trasparente, in effetti, che senso ha, a cosa serve?

 

Non che tu sia esperto, ma pensandoci bene, proprio nessuno.

 

Niente più sogni, illusioni, dilemmi.

 

Solo realtà, verità, pulizia.

 

Credi che non sarebbe male, in effetti.

 

Perché poi, facendo due conti alla buona, ti accorgi subito che molta tua distrazione, che è il punto più lontano dall’attenzione, è tutto questo disordine emotivo, commisto alla chimica, sollecitato dall’elettricità del movimento degli atomi che si sfregano tra loro, creando l’illusione di materia solida, di personalità, di carattere.

 

Il cervello funziona per impulsi elettrici.

 

Reazioni alle sollecitazioni.

 

Devo muovere un braccio e una mano per prendere una mela?

 

Non c’è problema: ZZZHH, scarichetta elettrica, sistema nervoso centrale, nervi, movimento coordinato di cervello, midollo spinale, fasci di nervi, muscoli, sangue e ossigeno e ZZZHH, scarichetta, ed è fatta. In tempi prossimi all’impossibile, all’inimmaginabile, il tutto si compie senza lascare aloni di mistero, né profumo di miracolo.

 

Il movimento è un atto divino, sotto le mentite spoglie dell’ordinarietà.

 

 

E allora, con attenzione, osservi il da farsi di tutto questo movimento che fa senza richiedere alcuna riconoscenza, solo perché è così che deve, ti tiene in piedi e ti consente perfino il vezzo, egoico, di farsi scoprire.

 

L’osservi anche quando, per ragioni quasi squallide, come capita sovente a quelle necessarie, fa circolare il sangue veloce, aumenta il battito, ti irrora di dopamina, e crea quel meraviglioso stato che stupefa, e che dinnanzi ad una vagina accogliente, ti fa perdere la cognizione del tempo, dello spazio, del raziocinio, e ti ci catapulta verso, con famelica gioia.

 

E mentre ti ci muovi lascivo, morbido, scordi che se così è, è per sublimare una necessità.

 

Si sopravvive grazie a questa meraviglia.

 

 Ci si riproduce grazie ad umori, a liquidi, al premio finale.

 

Ed è lì che gli elementi complementari si uniscono e ci danno la misura della nostra imperfezione, dell’incompletezza, del limite.

 

Quel che siamo è frutto di un incastro di due elementi; dell’incontro tra specie; di attimi di meraviglia rubati alla mesta quotidianità.

 

Siamo un prodotto aritmetico, una somma.

 

E dentro di noi, c’è il frutto della miscellanea di molti esseri umani venuti prima di noi. Che ci appartengono, almeno quanto noi apparteniamo a loro.

 

Siamo uomini e donne, molte, fino ad arrivare alle origini che non si sa bene quando siano.

 

E portiamo dentro tracce di ognuno di loro.

 

Eppure siamo unici e irripetibili.

 

Proprio perché messi sù da una tale abnormità di probabilità statistiche, da rendere impossibile un doppio.

 

 

Ma che c’azzecca questo con il vecchio e il nuovo anno, ti chiedi, dopo aver lasciato andare le parole senza opporti?

 

Le risposte non sono mai fondamentali, ti dici, e ti fermi alla domanda. Anche perché, comunque, non sapresti che dire.

 

Forse che, da quando sei nato, hai visto nascere, hai accompagnato alla morte, c’era sempre quel dubbio.

 

Cos’è tutto questo, quale segreto nasconde?

 

E allora, in base agli elementi a disposizione, e cioè: chimica, circuiti elettrici, casualità, tempo, false proiezioni, pensieri alti per fuggire al basso ventre, contraddizioni, paradossi, gioie folgoranti, dolori annichilenti, dubbi multiformi, ti sei convinto che val la pena fare attenzione il più possibile.

 

Perché quando sei presente e attento, tutto si rivela nella sua fugace inconsistenza.

 

Buon anno.

 

 

“…… attenzione è potere…”

 

 

cristiano prakash dorigo

 

Postato da: swcpd a 08:21 | link | commenti (2)
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