"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità . La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà . La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà . La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività . Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.
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Freddo zero gradi
Il freddo zero gradi invade ogni spazio, ingravidandolo. Uscendo da casa è lì che aspetta. Sembra quasi avere una personalità e un carattere caldo, per controbilanciare le emanazioni gelide.
I miei occhi lacrimano col freddo. Il viso pallido e le mani violacee sbucano dalla sciarpa e dal cappotto marrone spinato taglio sartoriale.
In mano le chiavi dell’auto faticano a centrare la serratura, ubriache e rigide d’inverno.
Non porto il cappello perché altrimenti mi rovinerebbe i ricci messi a tacere dal gel. Sì, perché sono ribelli e dispettosi; e allora, giusto per insegnar loro la disciplina, li incollo con quella gelatina trasparente e appiccicosa: “ e qui comando io, e questa è casa mia”! La mia casa, il corpo, sopra cui loro sono ospitati.
Per alcuni anni li ho portati lunghi; anzi lunghi, luunghissssimi. M’arrivavano fino a oltre metà schiena da bagnati; da asciutti, meno; molle retrattili che si tirano e ritirano, boccoli di spago nero sottile arrotolato su di sé. Una volta, l’altra volta che li avevo tenuti lunghi- da diciottenne ribelle con l’urlo sulla pelle, l’ormone scatenato, il pugno alzato, il cannolo arrotolato pendente dalle labbra, le endovenose in agguato nelle piazze, il canto no future nelle orecchie, le birre per ruttare sul mondo bastardo- avevo dei boccoloni che mi si adagiavano sulle spalle per poi cadere giù in picchiata lungo schiena o petto, avevo provato ad aprire quel grumo simile ad un frustino sadomaso; ebbene, dentro, un fitto strato colloso con animali e insetti di ogni genere: sembrava un ambiente boscoso.
E proprio oggi, in questo zero, punto d’equilibrio tra il più e il meno, ho svuotato lo zaino e mi son messo tutte le mie cose dentro una borsa di cuoio che usavo proprio in quegli anni.
Al suo interno, tante firme. Soprattutto di ragazze, amiche e fidanzate dell’epoca.
Uno sforzo per ricordare.
Ricordo quasi tutte e tutti; l’aspetto, l’eloquio, il ruolo all’interno del gruppo. Erano tempi capelloni, e si parlava però, spesso, di cosa fare, dove andare, questo e quella. Col lusso di chi ha così tanto tempo da esserne annoiato.
Ricordo una di loro; i suoi baci caldi, lenti, senza fretta perché dove si dovrebbe andare visto che stiam facendo la miglior cosa possibile al mondo?
E una saggezza che nemmeno mi sfiorava; sta lontano da quella roba, quella gente; vieni qui tra le mie braccia, dentro la mia bocca. E poi stringimi, che ci nascondiamo, che se ci trovano, troveranno due persone in una: forti ben più del doppio di ognuno di noi, e voi.
E ricordo di averla perduta perché non sapevo ascoltare che la mia età.
E c’era anche un ragazzo là in mezzo che se n’è andato, da solo, dentro un’auto, in un posto isolato. L’han trovato dopo una telefonata anonima: c’era qualcuno con lui, ma niente nomi; solo rimpianto e rammarico e un segreto che gli peserà per sempre.
E poi ce n’è un’altra che stava assieme ad un altro che si faceva anch’egli. E girava con un’insulina in borsa, pronta ad immolarsi per lui; disposta a capire quei perché ch’egli non sapeva tradurre in parole.
E poi gli altri, che erano meno dentro la borsa, solo comparse, poi scomparse.
E in questa mattina zero gradi centigradi, con queste chiavi in mano che faticano ad entrare nella serratura intasata di freddo, circondato da questo profumo che non sa ancora, soltanto, della puzza di città, apro la portiera ed entro.
M’appoggio allo schienale dopo aver appoggiato la borsa.
La guardo, aspettando che s’esprima.
Voci invadono l’abitacolo. Escono da figure che scaturiscono da firme. Mi guardano. Io le guardo. Ci sorridiamo con facce d’epoca, chissefrega dei vent’anni e più che son passati.
E come va?
Va bene; va meglio soprattutto da quando mi faccio le domande giuste e non agisco solo risposte rabbiose.
Sì, ci sono ancora i colori nelle fantasie, e ci sono tante più verità e meno bugie.
E tutto è più delicato e facile. E la paura è sparita.
E questa mia faccia – e mentre lo dico chiedo conferma allo specchietto retrovisore- è ancora giovane e tutto sommato bella.
Poi allungo una mano e accarezzo quei visi, che sorridono al tocco.
E guardo lei. Avevi ragione, già da allora, ma dovevo toccare con queste mie mani e sporcarle.
E poi guardo lui; non dico niente. Qualsiasi parola sarebbe troppo e troppo poco. E sorrido.
E tutti gli altri, vestiti sgraziati come allora, li saluto con la mano.
In macchina il riscaldamento sta facendo energicamente il suo dovere.
Guardo l’ora.
Li guardo con lo sguardo gentile e chiedo loro di tornarsene in borsa.
È tardi e devo andare.
Anche se non è mai troppo tardi.
Anche se ci hanno sempre insegnato il contrario.
Non è mai troppo tardi.
Fuori è zero gradi.
Dentro si sta bene.
Cristiano prakash dorigo
Caro Babbo Natale,
mi prendo con un minimo d’anticipo la briga di scriverti per porti dei quesiti.
Spero m’ascolterai. E anche accontenterai. E forse capirai.
Ebbene, ti scrivo per dirti che regalo mi piacerebbe ricevere. Te lo dico subito, senza tanti giri di parole, perché io sono uno che va subito al sodo.
Cioè non mi piace quando sono con qualcuno che continua a fare grandi cerchi concentrici e aspetta mezz’ora per dire quel che deve. Per carità, rispetto la timidezza altrui, talvolta anche le idee, le credenze, fin’anche i vizi. Tanto per dire che non sono uno che esige che il mondo e la gente sia a sua immagine e somiglianza, o che tutti dovrebbero pensarla come me.
No, sono tendenzialmente uno che ha accettato l’idea di democrazia come male minore. Sono uno che critica ma che ascolta. Uno che osserva chi partecipa e si fa delle idee. Che ha capito che la mediocrità impera. Che cerca di capire le regole.
Che poi le evita.
A te lo devo confessare però: sto con un piede di qua per poter tener l’altro dall’altra parte senza che nessuno sospetti nulla. E in tema di confessioni, aggiungo che proprio non ce la farei a starci dentro, con tutto me, al di qua.
Non è una questione giovanilistica o nostalgica o ideologica.
No, è proprio esistenziale, di sopravvivenza.
Ho il bisogno di avere un mio spazio, una mia dimensione nella quale muovermi, pensare, ascoltare, osservare, senza che poi per forza, perché così dev’essere, debba produrre un qualcosa di tangibile e concreto.
Hai presente quelli che stanno a letto a poltrire solo perché gli fa piacere? Beh, io non sono di quelli, ma è per farti capire quel che intendo. Quelli là, che poltriscono, lo fanno solo perché dà loro piacere quella sensazione di orizzontalità, di improduttività, di pigra leggiadria.
Io odio stare a letto, se non per dormire o per….. va beh, lasciam perdere.
Dicevo che odio il letto e anche la pigrizia; ma non costringermi a essere sempre vivo e sorridente e preparato: no, questo no.
Il mio piede, quell’altro, deve poter stare al di fuori delle logiche produttive, delle dinamiche progettuali, dei rapporti formali -anche se mi veniva “finti”- e starsene da un’altra parte. Non in panciolle, a far niente: no, a far e produrre un altro tipo di lavoro che non ha niente a che fare con la merce, la furbizia, il commercio.
Certo che è difficile da spiegare: conto sulla tua saggezza, non mi deludere.
Dopo averti detto queste cose e aver premesso chi sono, passo a quello che più mi preme.
Sento il bisogno di raccontarlo a te, anche e perché quello che devo dirti, successomi l’altro giorno, riguarda la tua persona e categoria sociologica: gli anziani. Perdonami ma dopo averli definiti come etichetta vuole, anziani, preciso che mi sento più a mio agio a chiamarli vecchi. Senza tare formali: “veci”, si direbbe in veneziano.
L’altro giorno, mercoledì, sono andato a trovare mia nonna in casa di riposo.
La giornata non era baciata, com’è oggi, da un sole magnificente; no, era giornata grigiotta, depressiva.
Tuttavia, camminando per Venezia ci si fa rapire l’attenzione, e volentieri, da altre cose; non c’è punto che non si rappresenti per nuovo e felice ed emozionante. Città piccola, ma talmente straripante di suggestioni, da aver bisogno di milioni di occhiate sempre diverse tra loro; occhiate che poi saranno ripagate dall’impossibilità di catturare le infinite variabili contenute nelle sue calli, campi, canali, ponti, case.
Insomma, me ne andavo passeggiando con spirito leggero, gustando la lentezza e l’armonia dell’essere il proprio mezzo di trasporto.
Arrivato in casa di riposo, due porte automatiche s’aprono e accolgono nel bel salone d’ingresso. Quasi tutto, a Venezia, è particolare e debitore alla genialità dell’arte.
Hai mai visto l’ospedale, ad esempio? Spettacolare!
E il cimitero? Un’isola!
Va ben, non mi dilungo.
S’entra e si viene accolti da quest’ambiente tipo palazzo nobile. S’attraversa questo enorme salone e s’accede alla bella struttura che ospita gli utenti.
Quattro piani con vista su un bel giardino e sulla laguna.
Tuttavia, appena s’entra nella struttura vera e propria, ci s’accorge subito di cosa si tratta. L’odore stantio di vecchio, di carne stanca e sfinteri anacronistici, la fanno da padroni.
E le carrozzine. C’è ovunque un luccichio di metallo cromato e un sottofondo di monotono lamentio. Teste bianche di capelli, ricurve su se stesse. Coperte a ricoprire arti che stentano a ritrovare calore.
Salgo in ascensore per raggiungere il quarto piano.
Esco e in un androne che funge da sala d’aspetto e sala da pranzo.
Il linoleum incoraggia tendenze depressive.
Ogni qualvolta s’aprono le porte dell’ascensore una ventina d’occhi puntano dritti su chi esce dalle porte che s’aprono piano; quasi ad aumentare la suspance.
La fortunata che riceve la visita s’erge allora sulla propria sedia e guarda le altre con una punta di cupidigia, come ad annunciare che tocca a lei stavolta.
Bacio sulle guance mia nonna, le consegno le caramelle senza zucchero da ciucciare nei momenti tristi. E infatti ho l’idea che finiscano quasi subito, vista la percentuale di rassegnata tristezza che alberga, prima, durante e dopo, il passaggio di ognuna di loro, in quel parcheggio decadente.
Andiamo fino giù al bar, beviamo qualcosa, ripetiamo le solite cose, infilando dentro novità contingenti, quali una vincita alla tombola, piuttosto che qualche annuncio funebre, o qualche lieta buona nuova.
Il tutto senza fingere allegria.
Con l’idea che lì s’aspetta soltanto una cosa, che ad un certo punto diventa desiderio, seppur pauroso.
Poi la riporto su, saluto le altre nonne, guadagno l’uscita attraverso le scale, come a voler scrollarmi di dosso quegli odori e ancor più quegli sguardi senza vita.
Quando esco il cielo, da grigio, è diventato nero.
Guardo l’ora: le cinque – le 17-; tra mezz’ora mangiano, poi a letto.
Mia nonna dice che non dorme.
Lo dicono tutti i vecchi.
Anch’io lo dico.
Ma per me è un eccesso di vita ed emozione, a tenermi sveglio.
E per loro, cosa?
Torno a piedi.
Mezz’ora col passo e i percorsi di veneziano; tre quarti d’ora e oltre per i foresti.
Devo raggiungere piazzale Roma e prendere l’autobus per tornare a Marghera.
Mentre cammino, chiuso dentro a cappotto e sciarpa, penso a quel che ho visto.
Mi dico che non è giusto e che non ha senso.
Mi chiedo cosa sia la mia vita.
Perché so che, se non muoio di malattia prima, mi toccherà occuparmi di me stesso anche da vecchio.
Un brivido irrompe violento.
A quell’età guardarsi indietro e vedere il baratro del nulla, fa morir male. Rimpianti e dolori, pentimenti; no, non è possibile, non voglio essere abitato solo da questo, quando sarò vecchio.
Non ho paura della morte.
E della vita?
No, voglio vivere ogni attimo, ogni respiro. Sentire cosa mi dico in ogni singolo momento della mia esistenza.
Allargo le braccia, chiudo gli occhi, respiro.
Su dal naso. Fuori dalla bocca.
L’aria fredda che sembra carezzarmi dentro.
Nell’ormai buio ci vedo bene adesso. Il passo è sicuro, le gambe rispondono, il cuore pompa sangue e ossigeno che circolano nelle arterie e vene, le mie autostrade.
L’odore è diventato un ricordo.
La rassegnazione l’ho messa in preallarme: ogni volta che arriverà mi ricorderà che devo sostituirla con l’abbandono lascivo dentro la sostanza delle cose; senza fermarmi a quel che sembrano all’apparenza.
Oh, cavolo, mi son fatto prendere la mano.
Scusa, Babbo Natale, t’ho fatto perder tempo. Dovevo scriverti del regalo.
Lasciamo perdere il regalo: mi hai già dato il tuo tempo, leggendomi.
E in più ti ho ricordato che sei vecchio.
E ti ho raccontato appena un po’ Venezia vista dal basso; non dal cielo come tu la vedi di solito.
Spero saprai perdonarmi.
Beh, ti saluto.
M’imbarazza far perdere tempo a persone impegnate come te.
Ciao,
cristiano prakash dorigo
La nebbia galleggia tutt’attorno. È morbida e un po’ tetra, ti dici.
Hai questo dolore; dolore dovuto all’assenza, che s’impone con tutta la sua presenza ingombrante.
Non c’è nessun vero rumore adesso, solo un sottofondo domestico.
Senti che ci sarebbe una piega amara che vuole vincere e posarsi su ogni spazio. La definiresti subdola, perché agisce attraverso la confusione, come un’infiltrata, lasciando una scia su ogni pensiero.
Tu sei silenzioso, poco operoso; quasi rassegnato, si direbbe a guardarti da fuori.
E invece lavori d’attenzione. Stai attento a quel che accade in te.
Riesci a riconoscere le influenze di ogni parola che ti nasce dentro, per poi lasciar spazio alla successiva.
Ti dici che val la pena vivere tutto.
Ti dici che il distacco è vivo, che l’osservare aumenta la coscienza.
E ti dici che vivere è un dono, non più un miraggio.
Sai che da oggi ogni singolo istante è prezioso e che sarebbe un peccato perderlo.
Senti che non è solo un modo di dire, un’affermazione alla moda.
Senti che è questa la giusta via.
E senti che quel che senti, è quel che è.
Cristiano prakash dorigo
In questi gironi ho finto di esistere, qui sul blog. In realtà, ero altrove, in uno stato di confusione. Credo di aver bisogno di riposare, ora. Lascio queste due paginette, intanto.
Cristiano prakash dorigo
Piove così tanto là fuori, ma così tanto, che l’acqua mi penetra nel corpo fino a bagnarmi le viscere, seppure sia qua, chiuso in casa, dentro queste mura che fan da barriera a quella nausea liquida.
Forse è solo un effetto psichico, una proiezione dovuta alla stanchezza, all’identificazione con un cielo grigio polvere, che ben si sposa con i garage lamierati.
Stanotte, mentre ero sveglio e mi giravo sul cuscino, cercavo di trovare una pace da contrapporre alla guerra dei pensieri barbari invasori-invasivi, noiosi e rutilanti come un tamburo tribale che batte e batte e batte tum-tum tum-tum tum-tum.
Mentre mi giravo e muovevo le gambe sotto le lenzuola, sentivo la bambina bengalese che abita al piano di sopra. Piangeva, voleva il latte e il calore della mamma.
La mamma di solito gira col chador : non so se lo sia davvero, in quanto è colorato, di quei bei colori della seta indiana. Di lei, corpo, ho conosciuto solo lo spiraglio degli occhi, nascosti dietro gli occhiali.
Suo marito è un ragazzo che è qui già da un po’, con cui talvolta scambiamo due chiacchiere. Con me ha in comune la “sfesa” – fessura, per i non veneziani - sui denti davanti, i capelli neri – anche se i miei sono macchiati qua e là di bianco -, gli occhi castani. Lui ha una barbetta da musulmano, lei il chador, la bimba, invece, se ne frega. Lei piange un pianto poliglotta, universale, onomatopeico, che significa: “ voglio amore, attenzione, pappa: voglio tutto”.
Lei in un paio di mesi ha imparato “ciao, sì, no” e poco altro. Senza marito si muove poco da casa, e lui fa il cameriere al Lido e ha poco tempo. Un giorno la settimana, giorno di riposo, escono insieme. Sono teneri a vedersi; così giovani, dolci.
Mentre dal letto sento il pianto della bimba penso al mondo che conoscevano in Bangladeh, e a quello che han trovato qui.
Ho parlato spesso con extracomunitari, non foss’altro per lavoro. Tutti mi raccontano un mondo altro, un’esistenza che somiglia a quella dei nostri nonni, del dopoguerra, di pochi soldi e poco cibo e un unico vestito della festa. Il mondo dell’infanzia di Busi, così agreste, semplice, duro; e anche sporcaccione, fisico, puzzolente; ma questo non me lo dicono: sono io che romanzo.
Un ragazzo albanese mi raccontava di quello che sarebbe stato il suo destino, se non fosse venuto qui: ogni giorno chilometri in bici con qualche litro di latte da vendere in città, ogni giorno dell’anno: partenza alle quattro di mattina, strada serrata dalla campagna a Scutari, “seconda città d’Albania”, come amava vantarsi.
Dicevo, tra me, chissà come si trovano qui, che non si ha fame, ma che si fa una vita di merda, di corsa, per avere la macchina a rate.
Ma poi, anche: che cazzo ne so, io, che la parola fame, come riflesso pavloviano, mi viene davanti alla vetrina di una pasticceria del centro, o guardando la tivù col telecomando in mano, per non guardare la pubblicità che poi mi rapisce il cervello.
E mentre mi giravo anche dall’altra parte per tentare di riprendermi il sonno - che mi spetta di diritto, cazzo! -, continuavo invece a seguire i pensieri, pur senza desiderarlo.
Pensavo ad esempio che ieri sera quel signore che di solito se ne sta all’imbrunire seduto sul muretto qua vicino, proprio attiguo allo stradone più leso dal brutto, che esista al mondo. Con sta pioggia continua non aveva potuto assistere al niente - almeno apparente, almeno ai nostri occhi, ma probabilmente, per i suoi, un significato avrà - cui di solito, era solito.
Questo signore, ormai anziano - ma forse no, più probabilmente invecchiato dal suo stesso essere affetto da sindrome di down e dall’ aver perduto di recente sua madre, cioè la sua intera famiglia -, la senilità gliela si dipinge addosso come un’etichetta adesiva: la quale sembra comunicare stanchezza e smarrimento di senso compiuto e di obiettivi e di voglia di esistere per qualcun altro, che ormai non c’è.
Questo signore, sotto questa pioggia battente, in questa notte insonne, l’ho notato da un paio di mesi.
Ogni sera, in coincidenza col tramonto estivo, si piazza su di un muretto, a gambe incrociate, e sta.
Spesso l’ho visto con le gambe in posizione del loto che, nonostante l’età, dimostrano una certa mobilità giovanile, sparare soliloqui contro il nulla. Guarda in direzione dello stradone che divide la zona industriale – un mostro largo e lungo chilometri di angoscia – dalla città-quartiere di periferia per davvero; non quella delle canzoni, per capirci: quella vera, fatta di case e persone piegate dall’abitudine al peggio. Da quell’ora in poi, per altro, la zona, è abitata da donnone africane, donne con la voce d’uomo sudamericane, da una parte; dall’altra da donne dell’est. E da camion e auto che corrono; chi verso fuori città, chi dentro, chi verso quelle donne cui sopra.
E lui sta là. La bocca che si muove tradendo di frequente smorfie involontarie, come chi non ha più denti in bocca.
Sta là ad arricchire l’umanità degli stradoni.
Sembra che, si dice, dopo la morte della madre, lui non voglia lasciare la sua casa, abitata da egli stesso e basta. Sembra, si dice, che siano intervenute le assistenti sociali, ma lui non ne voglia sapere.
A me sembra che sia spinto da un’incapacità intrinseca a cambiare. Perché cambiare, significherebbe fare i conti con la nuova realtà.
A me sembra che non voglia rassegnarsi a introiettare la propria solitudine.
Vorrei fare qualcosa. Andare a parlargli, chiedergli come sta. Vorrei riuscire a pensare di poter essere utile.
Ma è un vorrei che appare, per poi scomparire, non appena faccio la curva che lo toglie dalla visuale dello specchietto. È un personaggio che arriva e se ne va; lungo appena qualche istante, di un giorno, dei tanti che vivo quotidianamente.
La notte insonne è passata con l’esordio della mattina.
La pioggia passerà tra qualche ora, o giorno.
Quel che resterà, sarà quella specie di vuoto; una membrana pneumatica che impedisce il contatto con quel che per molti, è importante.
Quel vuoto, col suo esistere impalpabile, è quel che mi convince a considerarlo, seriamente, imprescindibile.
C’è, e da sempre. La sensazione che qualcos’altro esiste, e che spesso la vita, complessa com’è, cancella. E allora l’impegno, la morale, il senso di colpa, sono solo impedimenti che si accettano per conformismo.
Cosa sto cercando, e perché non m’arrendo, a quella verità che non vedo ma so, per certo, esistere. Come riesca a convivere con la molteplicità di contraddizioni che sono, non m’interessa più.
Quel che mi coinvolge è la vita stessa.
E l’impegno, la disciplina, seppure svogliati e distratti, che ci vogliono, per essere coscienti delle misure e dei pesi.
Inezie diventano montagne; urgenze si trasformano in impegni postdatati: tutto è ribaltato e confuso.
La mia vita è quest’alterità, questo sentire senza vedere, questo comprendere senza credere. L’istinto s’intrufola tra la logica e l’illusione di poter vivere davvero aldilà dell’apparenza.
Questa mattina mi son messo in testa di parlare della notte piovosa appena trascorsa.
Mi son messo davanti alla tastiera e ho battuto a sei dita.
Ho riletto e confesso di aver capito poco.
Quel che resta è un’immagine: c’è una linea retta su cui s’intersecano continuamente linee sbilenche; un continuo di curve,di salite e discese, che talvolta toccano la linea, ma che spesso no.
E mi son detto che quell’immagine, bene si addice a tutto il resto.
Non c’è niente da capire.
O forse troppo.
O forse ognuno capisce per sé.
Meglio vivere.
E se questo è il risultato, anche dormire un pò di più.
Alla stazione quanta gente.
E’ pienissimo, stracolmo.
Saluto Gianna che torna a casa sua, a Bologna.
E’ tardi, fa buio.
Sulle pensiline è chiaro di luci da stazione. Sul bordo, do un ultimo bacio a Gianna. L’abbraccio anche, spazzolando la sua schiena con il palmo; come a sottolineare che anche quando sarà partita, un po’ di me sarà con lei, un po’ di lei sarà con me. Il prosieguo di un momento che è finito nell’istante in cui il suo piede sinistro è partito per incontrare il gradino della carrozza.
Guardo il treno partire. Il suolo trema, il rumore assorda. Di fronte a me un sacco di gente di ogni genere, per la maggior parte giovani vestiti da notte e reietti vestiti da culo.
Vedo il culo del treno fino a che, un paio di curve dopo il rettilineo preciso dei binari, scompare. Penso all’allegoria della scomparsa mentre scendo i gradini e m’avvio verso il sottopassaggio.
Giro a sinistra, verso Marghera. Delle due possibilità, ho scelto ( scelto un cazzo: l’auto è da quella parte, dove abito del resto) quella con meno gente, meno finta allegria, più periferica e desolata.
Cammino solo in quella direzione mentre qualche altro passante, chi saltando, giullare, per stupire la compagnia, chi abbraccia stretto il suo amore, s’avvia in direzione contraria.
Salgo i gradini e sbuco in via Ulloa.
Appena giunto in zona marciapiede esce dal buio frammentato dai lampioni un ragazzo. Ha il cappuccio del piumino di nailon modello caritas sopra la testa e mi chiede, con accento arabo-veneto, se:
- “hai due euro per telefonare, amico!”
- “ no, magari: non ho moneta, mi spiace”
- “ io fame. Io freddo”
- “mi spiace, davvero”
- “fanculo”
Mi stringo nel cappotto. Forse merito quel fanculo ma, anche oggi, in giro con Gianna e gli altri a Venezia, ne avrò incrociati almeno una quindicina. Si dice siano bande organizzate che si spartiscono il territorio. Abitanti e studenti ci hanno fatto ormai il callo; i turisti, invece, sganciano.
Io non posso far niente per loro.
Prendo l’angolo a sinistra e in fondo alla via vedo cinque ragazzoni africani da un metro e novanta. Avanzano dinoccolati e parlano la loro lingua gutturale, profonda. E ridono, o
come sempre fanno; anche quando, anche loro piccolo esercito, attendono con ansia poliziotti e vigili, mentre tentano di vendere borsette finto fashion alle turiste che fiutano l’affare: portare finte Gucci che sembrano vere per pochi euro, wow!!
Siamo solo io e loro.
Ci incrociamo.
Io guardo il marciapiede e sorrido.
Loro nemmeno mi vedono.
Mancano trenta metri alla macchina e sento dei passi dietro. Sempre più veloci fino a diventare corsa. Sono almeno otto dieci piedi che sbattono sull’asfalto. Sento dei pneumatici stridere e un rumore di frenata.
Delle urla sottovoce e delle voci che intimano a queste di stare ferme e non muoversi.
Poi avanzo mentre l’azzurro intermittente colora la notte nera.
Ecco l’auto.
Infilo la chiave mentre due, sui cinquanta, con le loro facce dell’est e i fagotti in plastica, scavalcano un cancello e guadagnano una villetta anni cinquanta evidentemente chiusa e abbandonata.
Salgo in macchina, appoggio lo zaino e chiudo subito le sicure che non si sa mai.
Giro la chiave, le luci dell’abitacolo sfumano, il climatizzatore sussurra mentre Chet Baker soffia sulla sua tromba.
Gianna starà leggendo sul treno; o forse starà gustando il sapore della giornata.
Io parto, i fari fendono il buio.
I pensieri seguono quel sussurro disperato sulla tromba.
Cristiano prakash dorigo
Cara anonima 2
Cara anonima,
non so come iniziare a dire che non sento, in questo preciso istante, alcuna attitudine a risposte attendibili.
Sono a secco di cronache coinvolgenti e al massimo ho da offrire un’ordinaria quotidianità.
La mia; anche se a parole bisogna essere bravi a rappresentarla. E non so se lo sono abbastanza.
Ma tant’è, qualcosa ne verrà fuori.
In questo periodo sto rivedendo la gerarchia delle priorità della mia vita.
La mia vita è stata finora una miscellanea di avvenimenti più o meno pregnanti e significativi. Di questi ho selezionato i più importanti e scartato quelli deboli.
Questo è ciò che m’illudo sia: la realtà, però, quella nascosta e segreta, messa in un cantuccio è pronta, in caso di bisogno, ad uscire, attende senz’ansia di essere richiamata in superficie.
Per cui, talvolta, proprio quando non aspetto nulla, d’improvviso si manifesta nei modi più strani. Può essere un sogno, un passeggero calo d’umore, un fittizio benessere. Tutta roba che va e viene senza che io ne richieda la presenza.
Mi vien da pensare che, tra le cose – non fraintendere, per cose intendo eventi e quant’altro – che vengon così con le loro gambe senza che le abbia invitate, ci sei anche tu.
Prima di offenderti, però, lasciami il tempo di spiegare. E considera anche però, come dicevo all’inizio di questa mia, che sto andando avanti facendomi portare dalle dita che scrivono senza che io le comandi: senza trame o teorie; sono servo di queste dita, ma sarebbe più preciso dire polpastrelli, che girano piroettando fra i tasti.
Un servo felice
Dicevo: tu, paradigma dell’improvvisazione; di quel che c’è, là, nascosto, e che di solito non si nota, ma che poi viene per ragioni misconosciute.
Sono insomma consapevole di non esserlo; consapevole, intendo.
E con consapevolezza intendo attenzione, coscienza; di ciò che accade e perché.
In questo periodo ho vissuto dei momenti in cui il tempo non era calcolabile col tempo.
Mi spiego meglio.
Il tempo ordinario, supponiamo quello del lavoro, dura da, a: inizi alle otto di mattina e sai che finirai alle due del pomeriggio.
Quelle sei ore sono un tempo ordinario, calcolabile in forma lineare, cui ci si abitua talmente che alla fine l’orologio serve solo a confermare che la percezione del tempo è corretta – del tipo: c’ho una fame, dev’ essere almeno l’una -.
Per cui viviamo per la maggior parte in sintonia biologica col tempo.
Forzata, schiavizzante, se vuoi, ma non intendo questo; non ora, almeno.
Allora, il tempo è definito e misurabile per convenzione.
Ma ti è mai capitato – è una rarità ma sono certo che mi capirai – di sentirti in una dimensione totalmente destrutturata rispetto al tempo e allo spazio?
Tipo tu sei in un dato posto ad una tal ora ma questo è ininfluente, in quel preciso istante, per una sorta di magia spazio-temporale, ovunque tu sia, sei al centro esatto della scena e il tempo smette di essere un vincolo o una risorsa perché non è più. Ha smesso di funzionare in modo organizzato ed è totalmente a tua disposizione perché in quei momenti tu sei totalmente presente, e anche assente però, e semplicemente sei. Senza più fare, pensare; sei solo respiro e massa fisica che si scioglie nella materia circostante perché comunque siamo tutti composti di atomi.
Quei momenti accadono senza che noi abbiamo chiesto permessi, o proferite preghiere, o chiusi gli occhi, o smesso di essere, o iniziato a essere: succede in modo miracoloso e inaspettato e ce ne accorgiamo e riusciamo a testimoniarlo, attraverso l’esperienza.
Ti racconto attraverso un gioco per ragazzi della play station sta cosa sul tempo.
L’altro giorno assistevo ad una partita di un giochetto di cui non ricordo il nome. Consisteva nel vincere una gara svolta con mezzi improbabili tipo macchinette, contro una galleria di personaggi assurdi. Ogni scorrettezza è ammessa e addirittura incentivata da casse che contengono trucchi di ogni genere per sbaragliare l’avversario. Tra questi strumenti trita-avversari ce n’è uno col simbolo di sveglia: questa consente di godere di una velocità normale mentre tutti gli altri rallentano come vittime di una moviola che investe, per qualche secondo, solo loro. La grafica riproduce efficacemente un ambiente rarefatto dove, per qualche tempo, tutto rallenta.
Insomma t’è mai capitato di vedere una luce cristallina, una pulizia nell’aria; di sentire una chiarezza e serenità mentali, una profonda pace interiore senza ragioni che le giustificassero?
Il tutto di una forza straordinaria; di una delicatezza emozionante; di un fulgore abbagliante ma amico?
A me sì!
E so che succederà ancora.
Ma, poi, non so se sentirmi triste quando torno a vedere e sentire attraverso il filtro della personalità, con la tara della paura, con l’attacco di quando mi difendo.
Non so più che dire, cara amica anonima.
Ti chiamo amica pur non sapendo cosa pensi dell’amicizia.
In amicizia, io, vorrei essere sciolto, non sentirmi minacciato. Essere liscio seppur pieno di conflitti.
Amare con passione.
Essere compassionevole.
Ed avere, come unico desiderio, quello di essere sempre così.
La sera, come ogni giorno, di sera, sta avvolgendo la città e i pensieri.
E ora inoltrerò questa lettera così com’è, senza ripensamenti o correzioni.
L’ho scritta in bella e non l’ho corretta.
Perché tra amici si deve avere anche il coraggio di sbagliare.
Attendo la tua prossima, se vorrai scriverla.
Ciao.
Cristiano prakash dorigo
Anonima 2
La pioggia bagna finanche l’umore, umido d’autunno.
Il paesaggio s’ingrigisce, testimone della propria peculiarità stagionale. Nient’altro che rappresentando se stesso.
E come si sta, dentro casa quando fuori piove?
Ma come piove bene sugli impermeabili.
Questa la cornice, che non mancherà d’accompagnare queste mie parole. Giusto per dire che, dovesse prevalere una certa flessione trista, si dia colpa al tempo.
Mi rendo conto che continuo a proporre premesse su premesse, in quanto preda dell’imbarazzo. Mi sento inglese in questo rispecchiarmi col tempo, con la volatilità di pensieri decontestualizzati dalla loro storia.
Sì, sono io, l’anonima che ti ha spedito quella lettera per sbaglio.
È lecito provare imbarazzo di fronte a qualcuno che non conosci?
Non lo so se lo sia; per me, però, è così. Rappresenta, seppur parzialmente, una realtà con cui fare i conti: io almeno, devo.
Ho scoperto tra l’altro che hai messo in rete la mia e la tua risposta.
Non so bene qual’era il tuo intento. Ho come avuto l’impressione che t’inorgoglisse il fatto di portare in pubblico una questione privata: in nome della purezza e della trasparenza.
Non che abbia grandi recriminazioni da fare; anzi, mi ha fatto piacere leggere tra i commenti una certa comprensione; solidarietà femminile, forse.
Però, e non vorrei sembrasse un rimprovero, io avrei chiesto se c’era l’accordo dall’altra parte.
La spinta a riscriverti – e ti concedo fin d’ora il permesso di pubblicare, se serve a qualcosa – è tutta all’interno di una curiosità un po’ perversa, in un certo senso: fino a dove arriveremo, fino a quanto sapremo spingerci, io in particolare, incoraggiata dall’anonimato.
Ha una forma di erotismo – tutto femminile, non spaccarti il cervello a capire – quest’esibizione pubblica, nascosta dietro uno pseudonimo.
È come proporsi soltanto attraverso le parole e le emozioni che ne conseguono. Ed è tutto il contrario, ma al tempo stesso lo stesso, di esibire il proprio corpo sottacendo quello che passa dentro.
Una forma di esibizione al contrario, e i contrasti sono il pane dell’eccitazione.
E non solo di questa.
Passiamo tutta la vita cercando di armonizzare le nostre contraddizioni, i paradossi, le pulsioni vergognose e irrazionali, che ci siam perfino convinti d’essere scissi, divisi.
Penso a come ci si esibisce ogni giorno, indossando identità diverse ogni qualvolta interagiamo con qualcuno.
E con noi stessi per primi.
Spesso però non sappiamo accogliere nemmeno i nostri pensieri, le tentazioni, fantasie, desideri.
E altrettanto spesso pensiamo e agiamo in un certo senso, salvo poi dire il contrario.
E non sto dicendo che tutti dovremmo dire tutto quello che ci passa per la testa e spiattellarlo a chiunque.
No, non potrei dire questo perché non sono scema, né ingenua, né disperatamente depressa.
Sto passando un periodo neanche tanto male da un punto di vista personale, tra l’altro.
Solo che se guardo soltanto in superficie, in velocità, tutto è ok.
Ma si fermo, vedo, capisco, allora non posso esimermi dal dire, sprezzante e cattiva, che la realtà in cui viviamo è peggio di un incubo: è una finzione assurta a realtà, una bugia che somiglia ad una verità comoda.
E sta avvenendo lentamente; si scivola impercettibilmente dentro un’illusione, con idiomi e codici ed estetiche inventate.
Forse scrivere queste cose “ lede la mia immagine ”. ma io, almeno qui, ho una non immagine e posso inserirmi correndo rischi che mi posso tranquillamente permettere poiché lontane dalla mia persona; qui sono solo un’anonima qualunque, un’entità eterea sebbene concreta.
E proprio da questo status in cui convivono la massima copertura e il suo contrario, mi sento libera di scrivere, proporre, e lasciare a te la decisione se fare, di questo atipico rapporto senza chiare definizioni d’identità, una sorta di sequel da blog.
Per concludere questa mia nuova, ti dico che la tua risposta, che risposta non era, non almeno in termini canonici, l’ho gradita; seppur poco centrata come risposta, mi hanno colpita certe possibili affinità tutte ancora da scoprire e verificare.
Insomma, a livello istintuale, ho gradito e mi “sono sentita in compagnia”
Anonima
Cara anonima 1
Cara anonima,
inizio subito dicendoti che sono quello cui hai spedito una lettera, davvero densa e piena, per errore.
Almeno così credo. Lo credo perché dal nome non mi pare di conoscerti.
Ma se ci penso bene, quante persone presumo di conoscere salvo poi accorgermi, prima o poi accade con tutte, di non poterlo affatto dire; almeno che non si possa intendere, per conoscenza, quella formale: nome cognome indirizzo professione.
Per cui, se è vero che non ti conosco – forse -, questo vale anche per la maggior parte delle persone con cui mi relaziono normalmente.
Non essendo sicuro di esserci riuscito, ti confido che questa premessa serve ad allontanare l’imbarazzo tra noi; come dire che, pur non sapendo nulla di te, nemmeno come sei fatta fisicamente, la tua lettera mi ti ha fatto conoscere, sotto certi aspetti, meglio di quanto la fisicità dell’incontro, consenta.
Ti sto scrivendo queste prime righe dalla stazione di Rovigo.
È la prima volta che vengo a Rovigo e immagino sia anche una delle ultime. Ci sono venuto per ragioni assolutamente irrilevanti ai fini di questa mia, ma mi piaceva l’idea di farti una cronaca di questo mio-nostro tempo.
Perché sono davvero convinto che una lettera possa andare oltre la contingenza spazio-tempo e riesca, in senso metafisico, a renderlo un unicum pur essendo oggettivamente staccato e asincrono.
Io scrivo adesso, qui in stazione a Rovigo, poi tornerò a casa, batterò a computer queste parole che poi tu leggerai lì dove sei: il tutto, però, all’interno di un contesto spazio-temporale unico; per lo meno dal punto di vista della suggestione affettiva che evoca.
Insomma tu leggerai, quando e se vorrai, questa mia, “dopo” che io l’avrò scritta; ma è come se tu lo facessi “prima”, quando cioè io l’ho scritta
Sono seduto su una panchina di marmo da solo. Attorno a me poca gente, com’è sempre nelle piccole stazioni.
La sera ha oscurato il cielo e le luci illuminano di giallo, e aggiungo che tutto s’intona perfettamente allo stile-stazione.
E seppur pieno autunno, c’è ancora una temperatura tardo estiva; il marmo della panchina, quindi, non è freddo come ci si aspetterebbe a fine ottobre, ma umido.
Mentre aspetto vengono pensieri interrotti dalla voce meccanica dello speaker-robot che indica arrivi e partenze.
E così anch’essi, i pensieri intendo, come i treni, arrivano, partono, si fermano: la mente è come una stazione; i pensieri come treni; noi sempre i passeggeri.
Il treno che dovevo prendere è in ritardo di mezz’ora, per cui salirò su quello successivo, un regionale.
Guardo l’ora perché voglio capire quanto mi manca; per poter scrivere o almeno leggere, ma i minuti, adesso, hanno il passo veloce per cui smetto. Subito penso che sia una scusa per esaurimento d’ispirazione.
Poi m’alzo e cammino. Controllo che gente c’è in attesa. M’aggiro con agilità e leggerezza tra loro.
Ecco l’annuncio dell’arrivo.
Puntuale.
Guardo dentro mentre m’accorgo che la direzione è contraria a quella che m’aspettavo: arriva da sinistra e procede a destra; chissà perché pensavo a quella opposta. Le carrozze in testa sono tutte sgombre e man mano che avanzano, invece, si riempiono. Ho voglia di leggere e di starmene dentro questi pensieri che mi fanno compagnia e magari continuare a scriverli.
Non riesco a immaginarti fisicamente, ma mi son fatto, al solito, delle idee precise su come stai.
E’ un po’ che osservo ragazze e donne.
Passami queste che sembrano generalizzazioni e che non rappresentano il mio fine.
Da queste osservazioni nascono pensieri che poi, poco per volta, impercettibilmente, diventano una realtà. Cosicché ci credo, come fosse una teoria letta su di un libro attendibile anzi che creature partorite da me.
Vedo quegli sguardi persi fuori dai finestrini degli autobus. Oppure concentrati dentro le pagine di libri. O impegnate in telefonate così intense che sembrano importanti come il destino.
E in tutte vedo quell’amarezza, quel fondo di chi s’è disillusa già da un po’.
Non so capire se la verità è in quegli occhi; o se invece non sia la mia, sempre pronta alla rivincita.
Mi rendo conto che perdersi in entusiasmi così autoindotti, come i miei non contempla, tra gli ingredienti, la realtà. Bastano le proiezioni e i film e romanzi che scaturiscono ormai inarrestabili, neanche fossi un’artista professionista che scrive per mestiere.
No, non è ancora nato il romanzo che scriverò.
Per ora sono fermo all’incipit: ne ho scritti a centinaia.
Ma dicevo dello sguardo delle donne che incontro e osservo ogni giorno.
Quelle che hanno superato la trentina, in particolare.
Nel volto, anche se bello, hanno sovente disegnata una smorfia.
E la smorfia disegna ed esprime il disincanto, la fine dell’illusione.
Quello di chi ha già capito, con largo anticipo, che la vita è tutta qui; solo questa, fatta di autobus strapieni, di una quotidianità stritolante, asfittica, senza la possibilità di variare. Una vita senza curve, con la fatica del resisterle per non precipitarvi dentro senza paracadute, in balia di una discesa grigio topo, come il cielo di novembre.
Molte hanno quell’espressione, e per quasi tutte vorrei fare qualcosa: raccontare barzellette, ballare, fare strip-tease; portare l’allegria del giullare e la leggiadria del play boy che, ahiloro, mai sarò.
Forse basterebbe dir loro parole dolci, mentire anche per solo un minuto, e dire che non è finita qui; che non c’è solo la tivù la sera.
Ma non ne ho la forza, il coraggio, e forse nemmeno la voglia.
Amo e odio la forza di voi donne.
Salgo sulla carrozza, la terzultima di testa.
Dentro m’avvolge un intenso odore d’urina.
Cerco un posto e lo trovo di fronte a un nero africano in Italia da molto tempo; così immagino che sia, guardandolo appena un po’.
Tolgo la giacca, l’appoggio sul sedile, esitando appena a causa dell’odore cui ora mi sono quasi abituato.
Sul sedile a destra una bionda da sola. Ha una minigonna e due cosce larghe, un maglioncino e un seno abbondante.
Continuo a scrivere sull’agendina: quest’atmosfera ha il sapore dell’ispirazione. Poi tiro fuori anche il libro e metto giù lo zaino. Mando un sms ad un amico raccontandogli dove sono, in compagnia di chi e di quale odore.
Dopo un po’ il vociare di una triade di neri s’alza e invade il suono monotono del treno, impadronendosene.
Parlano un inglese dalla pronuncia poco anglosassone. Devono essere di nazionalità diverse, per comunicare tra loro in quel modo.
Ad un certo punto giungono due bigliettai e inizia una discussione che sa di inflazionata.
Ognuno recita la sua parte.
Uno dei neri dice a quelli che “sono rassisti, perché controlli biglietto solo a me”. L’altro risponde monocorde “ fammi vedere il biglietto”. Gli animi s’agitano, la fatica solca i loro visi. Si scambiano insulti ancora a livello lecito, senza esagerare. Ognuno cerca di stufare l’altro con consumata abilità.
Ad un certo punto uno dei neri tira fuori l’abbonamento. Il bigliettaio vuole il documento. Lui dice no. Si rivolge agli amici dicendo che no, “make come police”; fa venire polizia, carabinieri, guardia di finanza, non m’interessa. Poi scendono e farfugliano qualcosa. Il treno parte e i due bigliettai, col piè veloce, ci passano accanto nervosamente.
Penso ai neri e alla fatica che sentiranno di essere neri.
Ai ferrovieri, stufi anch’essi di questa guerra continua.
Penso alla stupidità, perfettamente maschile, di faticare per sfidarsi di continuo.
Io sento soltanto una voglia di pace, di stare alle cose con morbidezza, di affrontare la mia vita con attenzione, senza perdere energie in scontri di potere da pusillanimi.
Ti capisco, cara amica –posso chiamarti così? – quando accusi la stanchezza di una vita trascinata tra continue finzioni e sfide e confronti.
Ma perché? Perché facciamo così?
Perché siamo straripanti di pensieri poco educati, che ci hanno sempre suggerito di nemmeno prendere in considerazione e di cestinarli non appena possibile.
Perché le nostre impurità e imperfezioni si scontrano con modelli usciti dai corsi di marketing e questo è davvero triste.
Perché se siamo così, perché ci siam fatti convincere che è sbagliato?
Credo che religioni e politica esercitino così il loro dominio su di noi.
E anch’io ho sofferto molto per questo; ma ora no, ora so come farci il calcolo e calibrare le energie che mi servono per rendere il mio dentro e il fuori, un contesto armonico.
Che poi non è affatto detto che ci riesca sempre; anzi, quasi mai. Però ne ho toccato con mano la fattibilità. E fedele all’idea che se un fenomeno si manifesta una volta, in teoria, può ripetersi, mi ci faccio cullare.
E un po’ alla volta sto imparando a smussare gli angoli, ad avere pazienza quando non ci riesco, a considerare le ingorde felicità, e le avvolgenti tristezze, come fenomeni passeggeri.
Vedi, per effetto di parole anch’io sto rivelando alcune mie verità. Che poi son sicuro che non è il significato delle parole; è il sapore, l’odore che hanno. No, non sono rincoglionito e non mi lancio in concetti metafisici che poi non so nemmeno gestire.
Sto cercando di dirti che le tue parole, aldilà del senso stretto e rigoroso, e anche, consentimi, molto logico, sono state per me fonte di emozione.
E non per la loro efficacia lessicale, o per il fatto che fossero scritte con cavillosa pertinenza; no, mi hanno colpito perché trasmettevano una tensione vissuta, un coinvolgimento intrinseco. Che se vuoi, concedimelo, è la differenza che fanno le belle parole forbite del letterato senza talento, da quelle meno ammaestrate del talentuoso, che sono lasciate andare come figli cui, ad un certo punto, bisogna concedere autonomia.
Quante cose sto dicendo. Tutte così poco inerenti alla tua bella lettera.
Sto arrivando in stazione e ormai la tensione da battibecco di prima sta svanendo.
Mestre, al solito, trabocca di gente in attesa di qualcuno che arriva o che parte; o di partire per chissà dove, mete sconosciute che danno a stazioni e aeroporti un alone di mistero.
Scendo circondato da gente, ovunque.
Mi faccio spazio che sembra quasi stia nuotando a rana. Mi par d’essere una rock star in preda ai fans e penso che ho un’età per cui non s’ha più voglia di essere rock stars; se non altro per i fans.
Prendo il sottopassaggio e m’avvio in direzione Marghera, quartierone famoso per la zona industriale, fuori dai confini comunali; qui per altre ragioni, forse; o forse per le medesime ragioni.
Il sottopasso è quasi sgombro e raggiungo l’uscita velocemente.
Fuori la sera ha riassunto il controllo della situazione e proietta ombre e umori silenziosi.
Incrocio una coppia di neri: lei coi tacchi, le forme tonde e sode; lui sembra essere una comparsa di Spike Lee, con un impeccabile completo bianco e cappello appena storto. La loro andatura è chiassosa di tacchi, lei; dinoccolata e morbida di muscoli scattanti, lui.
Poi una oppia nostrana. Capelli lucidi, odore di deodorante sparatosi addosso con l’irruenza dei giovani.
Mi sovvengono le parole di un’amica che mi raccontava, in riferimento all’odore della pelle, che i neri considerano la nostra odorante di morte, tanto è impercettibile.
M’avvio verso il bus mentre penso a queste parole come alle ultime.
Poi arriverò a casa e le trascriverò e spedirò via computer.
Gli ultimi pensieri riguardano il senso di tutto ciò; o forse la sua mancanza.
Mi chiedo cos’abbia scritto per te, e la risposta è niente.
Niente di pertinente con la tua precedente.
E allora, e poi chiudo, spero almeno ti abbia fatto compagnia.
Se così non fosse, credimi, mi spiacerebbe assai.
Adesso sai dove trovarmi, se vuoi.
Ciao
Anonima 1
Ieri ho ricevuto questa lettera. Credo sia stata spedita all’indirizzo sbagliato. Leggendola bene, però, mi è sembrata una sorta di lettera aperta; a chiunque.
La inoltro perché se qualcuno dovesse riconoscere il mittente, magari può avvisarla/o.
Non so se ho violato qualche sottintesa segretezza.
Non lo so.
Come del resto, spesso, non so in senso lato.
Caro amico, ti scrivo brevemente come sta andando questa giostra di vita.
Ti chiedo solo di pazientare e di accettare questa mia come fosse un quadro astratto: parole come colori, pensieri come forme informi, significati duttili adatti all’interpretazione soggettiva da critico dell’arte (altrui).
Allora vado e butto là queste pennellate.
Lo so, ci vediamo poco e quando quel poco si verifica, siamo sopraffatti dall’ansia del non tempo.
L’ultima delle ricchezze per poveri come noi, artisti mancati, esseri umani piegati dal vento che abbiamo sempre preso in volto respirandolo tutto con l’ingordigia dei bimbi che esperiscono l’odore della vita in divenire; ci siamo fatti mancare anche l’unico dei tesori possibili: il tempo per stare bene, darci carezze a piene mani con leggerezza e amore.
Corro, non ho tempo, sono vittima del mio alibi e sto talmente male da non avere più la forza di stare bene anche soltanto per dei brevi frammenti.
Io do la colpa ai tempi moderni, alla televisione, al governo, ai preti, alla mancanza di spiritualità e ad un’altra valigia piena di concause.
Ma d’altronde non è facile accettare la bruttura, la secchezza delle fauci e dell’entusiasmo perduto, col tempo, quando ho iniziato a capire che mai avrei capito.
E tu, dentro quali gabbie nascondi la tua verità?
Non ti mancano le sensazioni di stupore, la bocca aperta e gli occhi sgranati così per niente?
E il cuore che batte e la felicità che trabocca e la tristezza che s’alza verticale?
Ti vorrei stringere così forte, e ridere e piangere e dire che mai mi rassegnerò a quest’anestesia dolorosa e sorda.
Ma non so più fare gesti d’amore.
Non li so contenere più.
Restano solo intenzioni, come aborti.
L’istinto messo a tacere perché maleducato e sconveniente.
Vorrei partire per arrivare da te e dirti che vorrei, in quel momento, soltanto essere lì con te.
Insomma, sto cercando di dirti che mi sento oppressa da quest’inutile lottare.
Lottare contro chi o cosa; lottare cosicché possa attaccarmi all’idea che c’è un nemico.
Ma io so che la mia unica amica e nemica sono io e che tutto origina da qua dentro.
E spendo energie e fatiche per cercare di dimenticarmene senza però riuscirvi.
A talvolta avrei bisogno di te per raccontarti tutto questo; perché di ritorno avrei la tua delicatezza, il tuo pensiero, la tua instabilità.
E mi renderebbe felice, condividere.
Ma non so più essere felice; ho eretto le difese e non passa più niente; né noia, né gioia.
E questo mi consente di non essere nemmeno infelice.
Sono diventata un essere anafettivo per paura.
Un utente bulimica di tivù, di discorsi senza nutrimento, di pensieri troppo farciti di autocommiserazione e autoreferenzialità.
C’è un senso di inutilità che mi pesa e schiaccia senza sosta.
Un vortice che mi coinvolge e rapisce perché vuoto.
Il desiderio di pienezza che mi stomaca.
Vorrei poter non pensare che ogni cosa non fatta è perduta; e che ogni errore mi stordisce amplificando come un’eco il mio rammarico.
Vorrei non aver bisogno di scriverti questa lettera ma sarebbe soltanto l’ennesimo bluff.
Perdonami se ti coinvolgo in questa mia intima dichiarazione di disfatta ma non so fare altrimenti.
Procrastinare la verità sarebbe riproporre ancora la messinscena che mi ha ridotta così, stremata e condiscendente al desiderio.
La schiavitù sembra essere la mia sola possibilità di salvezza.
Solo così mi sentirò come tutti gli altri.
Naturalmente, ognuno è libero di interpretare questa lettera come crede.
Inoltre mi piacerebbe, nel mio prossimo post, rispondere.
Ma la mia vita è un forse, e magari domani sarà un però.
Cristiano prakash
L’autobus in ritardo è una consuetudine.
Funesta ma puntuale.
Essendo una giornata schifosamente piovosa, il traffico aumenta di molto e non ce ne sarebbe davvero bisogno. Il traffico della terraferma veneziana ha le strade di accesso e di uscita di una città di provincia ( qual è!) con un traffico da metropoli ( quale non è!).
Nei giorni di pioggia, complice la tangenziale più odiata d’Italia, sulla quale si moltiplicano incidenti, o almeno se ne ha paura, tutti si riversano in città.
Il risultato è, fra gli altri, quello di incrementare un disincrementabile afflusso d’auto.
Salgo, ore 08.20, linea 6.
I finestrini sono appannati dai troppi respiri, dall’umidità, dal calore dei corpi.
Non si vede fuori; bene, guardiamo dentro, mi dico per esorcizzare il dolore della cinghia della borsa porta computer che mi sta segando una spalla e atrofizzando i muscoli poco allenati del trapezio. Attenzione a non bagnare tutti con l’ombrello che gocciola pioggia acida.
Controllo della potabilità dell’aria, fortunatamente sgombra dal solito odore di aglio, che adoro mangiare ma non respirare dalla bocca d’altri.
Gli abitanti, miei coinquilini per il prossimo quarto d’ora, sono equamente distribuiti tra maschi e femmine, anche se con un’impercettibile prevalenza di donne, grazie al cielo, mi dico meditabondo.
Bene, s’inizia la perquisizione ottico-ambientale.
Quello che più colpisce la mia fantasia, sono le espressioni di quei volti; costretti a condividere, con degli sconosciuti, una scomoda ovvietà: il tragitto urbano dell’impegno quotidiano.
Alcuni, ma pochi, parlottano tra loro. Altri sono immobili, silenti. Immobili anche nello sguardo che potrebbe scaturire fraintendimenti poco adatti all’ora.
Gli uomini sono mediamente inespressivi. C’è chi, ancora vinto dal sonno, dorme in piedi fingendo la veglia. Chi si guarda attorno eccitato dal caffè. Chi sembra arrendersi alla finzione dietro lenti scure di occhiali di marca da sole.
Le donne, invece: beh, tutt’altra cosa.
Loro, hanno gli occhi solcati da una ferita che non può rimarginare. Mi riferisco ad una parte delle presenti: quelle che hanno già superato la soglia dell’illusione e sono dentro, a prescindere dall’età, ad una realtà che tradisce il sogno.
Sì, sono gli sguardi feriti di chi sa che l’illusione, quella del “c’era una volta”, langue, e forse addirittura muore; schiacciata dall’abitudine, dalla noia, dall’incapacità di essere chi si è davvero.
Sono donne ferite quelle che mi sembra di vedere.
Penso all’inganno. Alla farsa. Alla rassegnazione alla stanchezza cronica.
Penso che noi esseri umani ci stiamo suicidando senza nemmeno tentare la ribellione.
Vedo limpidamente quest’incubo.
Rido un riso amaro.
Una bella ragazza vicina a me mi guarda.
Smetto di ridere.
Il suo sguardo è serio.
E io hola paura, scabrosamente maschile, di aumentarle la sofferenza.
cristiano prakash dorigo