"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità . La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà . La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà . La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività . Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.
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un anno fa un altro sciopero. e ne parlavo così.
La pioggia tambureggia minacciosa, quando da casa, ancora buio, guardo fuori dalla finestra.
Marghera, da quel breve tratto che si vede da casa mia, è martoriata dal vento e dal bagnato.
“Butta via quest’aria putrida, fa marcire le case dei dirigenti di porto marghera, fa scivolare i loro tacchi di suola in puro cuoio non appena scendono dai loro macchinoni”, avran pensato in molti, stamattina, sotto questo cielo carico di colori scuri.
Poi, il solito rituale: colazione, toilette con barba e doccia, figlia a scuola, riportare l’auto sotto casa e prendere al volo il bus che si va a Venezia.
Appena salgo m’accorgo dell’alta percentuale di uomini con baffi e barba.
Bandiere rosse e verdi arrotolate.
Sembrano sindacalisti vecchio stampo. Hanno però gli auricolari che escono dai giubbotti e comunicano continuamente con i molti che li aspettano a Piazzale Roma, porta d’arrivo della città dei ponti e delle palafitte che costano come centinaia di stipendi da sindacalista.
Prendo appunti scostanti, come pennellate d’artista informale, accompagnato dal grigio tardo autunno gonfio di sputi di pioggia e sbuffante di vento incurante di questi corpi che lo sfideranno, finanche rischiando malattie di stagione, i cui virus banchettano libidinosi, oggi.
L’arrivo a Venezia inumidisce gli occhi di questi uomini ancora capaci, nonostante le ingiurie della realtà, a ritrovare nell’unione d’intenti, la voglia d’andare avanti. L’illusione di avere un nemico, li scalda quanto la certezza di avere molti amici.
Alcuni giovani vestiti alla moda, forse nemmeno immaginando di sembrare dei nostalgici dei maglioni di lana e jeans scampanati e capelli liberi e belli, mi guardano col pudore dell’età ma con la certezza che condividono, oggi tutti condividiamo, quella stessa gioia che s’intravede negli occhi languidi di quei sindacalisti con le bandiere arrotolate.
Ora capisco il perché di quella tacita solidarietà.
Sono con un giubbotto antipioggia lungo fino alle ginocchia della GAS, color verde dal cui cappuccio si intravede il bianco dell’interno: sembra un eskimo. Poi i jeans, le scarpe che non sembrano in gore-tex, per riparare i miei piedi stanchi dagli attacchi d’umido e sale dell’acqua, che oggi scende imperterrita dal cielo e sale senza però trasbordare dai canali.
Sembro anch’io uno in divisa d’ordinanza pro sciopero.
E infatti l’abbondante schiera di strilloni –s’usa ancora definirli così quelli che vendono i giornali per strada?- mi si avvicinano con una sciolta sicumera per propormi un giornale di lotta comunista. Restano un po’ perplessi quando rifiuto e pensano che devo averlo comprato da qualcun’altro che me l’ha già proposto.
Uno vestito come me, con la mia faccia, con gli occhiali, lo zaino sulle spalle, la borsa col portatile in perfetto accostamento col giubbo verde.
Mentre prendo una direzione diversa dalla fiumana di persone che non riescono nemmeno a muoversi tanta è, osservo quella distesa di ombrelli, ascolto quel brusio potente, quell’aria di festa sottolineata da allegri fischietti, quei corpi che si compattano verso una comune direzione.
Superato l’ultimo venditore del giornale comunista incrocio uno dei giovani del bus che se ne va anch’egli verso una direzione solitaria. La testa protetta da un cappuccio, le nike bagnate, i jeans diesel che assorbono l’acqua come spugne. Non s’accorge nemmeno di me e avanza ingobbito verso il suo destino.
Ormai fuori itinerario, ho ripreso ad ascoltare il ritmo anarchico della pioggia sull’ombrello. A Venezia, città senz’auto, i rumori si dilatano. Fino al parossismo, talvolta. Quasi ad evocare atmosfere noir che bene si sposano con i vuoti delle calli in cui i passi rimbalzano chiassosi sulle pareti delle case strette.
Un pensiero va allo sciopero, alla sua grandiosità, alla imprescindibile sporcizia della politica. E alla passione d’altri tempi di quegli uomini con le bandiere, catalizzatori di amorevoli utopie collettive. E anche a Piazza San Marco, la cui nobiltà è per oggi invasa dalla fragorosa allegria di chi lotta per sopravvivere.
E penso ad una vita di rate e sconti.
Di sogni e televisione.
Di bassezze squisitamente occidentali.
Al lotto, bingo e casinò.
E ai desideri quantificabili in €.
E a me stesso, che ci sono dentro in pieno.
E che oggi sciopero col lavoro per cui sono assunto, ma non per quello per cui lavoro come co.co.co.
Al mio lavoro di educatore coi ragazzi con difficoltà di ordine sociale.
E a quanta fatica facciano a capire questo mondo contraddittorio.
E a come abbia imparato a infilare le mie parole tra uno schema e l’altro della play station.
E alla difficoltà di prefigurare loro orizzonti e prospettive colorate di bello.
L’ultimo pensiero è “piove, governo ladro”.
Cristiano prakash
questo post è di ieri ma riesco a inserirlo solo oggi. c'era anche una foto del corteo di Mestre, ma non riesco a inserirla.
inoltre è un pò così, come si dice quando non si sa che dire.
Mi sto preparando per andare al corteo che ci sarà in occasione dello sciopero.
Naturalmente sono in ritardo, ma determinato a farmi un pezzo di manifestazione.
Preciso che di solito non mi entusiasma alcuna idea, movimento, proposito, che abbia come presupposto, l’essere contro.
Ma insomma, nonostante da anni non mi occupi più di politica, quando è troppo, è troppo. E questi hanno davvero esagerato.
E inoltre voglio farne una cronaca: voglio riuscire a cogliere lo spirito che anima la gente, nonostante tutto – nonostante, cioè, quest’epoca storica di transizione verso l’incerto divenire – e scriverne, a modo mio.
Sì, perché vedo e sento, di solito, non quello che è manifesto, ma quello che sottostà. O almeno così credo di credere. E lo credo senza presunzione e supponenza.
Almeno, così credo di credere.
Vado, manifesto, prendo nota e torno.
….. sì, lo so, c’è scritto “contro”. Ma io sono contro i contro; ma io sono contraddittorio; ma io sono ossimorico; ma io sono paradossale; ma io sono solo uno che cerca.
Vedo la gente arrivare, e il tempo occorso a ché tutti facciano la curva a gomito che fa accedere a piazza Ferretto, fa supporre che la gente sia tanta.
Lo è, tanta: 15000, dicono dal palco. La questura perciò dirà 300.
In realtà la piazza li fa sembrare pochi. Non la facevo così vasta. È stata rifatta pochi anni fa, orgoglio e cruccio di questa città che non è.
Tra la gente, conosco più di qualcuno. Ho anche i volantini e li distribuisco alle donne e ragazze che incrocio. In questi giorni a Mestre è stata uccisa una donna. Un paio di giorni dopo, anche a Biella. Per entrambe, comun denominatore, la violenza maschile.
Una volta ero pacifista – ma cosa vuol dire essere pacifista, o essere qualsiasi altro aggettivo? - ; da un bel po’, non più. Non nel senso che non sono pacifico e tranquillo: lo sono e come; piuttosto so che nessuno lo è, se non è consapevole di avere anche la bestia dentro. Tutti noi abbiamo una parte di buono e una di cattivo; così come al giorno segue sempre la notte; così come ad ogni fenomeno c’è sempre il suo contrario, che è poi l’altra faccia dello stesso.
Quanto sostengo, non è un pensiero buttato là alla cazzo: giusto o sbagliato che sia, è frutto di profonde riflessioni.
Anche le donne hanno una parte violenta in loro; ma è diversa, meno esibita, consentita, storicamente repressa.
Agli uomini è invece consentito esibirla e anche subirla.
La madre crea la vita, non la può anche negare.
È esclusività divina.
L’altra sera camminavo per Venezia. Tornavo a casa.
Faceva freddo, il cielo buio e pulito dal vento, la luna luminosa.
L’aria fredda è profumata di pulito e cercavo di annusarla tutta.
Ad un certo punto vedo una signora che arriva dal verso opposto.
La conosco. È vestita con una giacca chiara e una veste bianca. Sembra quasi non toccare terra e ha la faccia protesa verso il vento.
A quanto si dice, sta per morire. È in metastasi.
Eppure è serena.
Eppure deve aver scoperto il segreto del tempo. Quando lo si trascende, non c’è più. Così ci dicono quelli che l’han trasceso. E la violenza e ferocia della malattia, manca del suo componente più spaventoso: la mancanza del tempo che sarà; c’è solo quello che rimane, ed è unico.
Lei sembra viverlo tutto.
Di politica, pur avendola frequentata da giovane, me ne frego.
Non ero nemmeno sicuro di farlo, sto sciopero.
Così come non sono sicuro di voler postare sto pasticcio.
Ma ormai m’è costato più di mezz’ora.
E la gente cammina insieme, unita. Spera ancora di non sentir freddo, così.
Cristiano prakash dorigo
cosa è un momento di illuminazione estatica?, mi si chiedeva. ovviamente non lo so, in senso lato; quel che so, è quel che intendo io. in questa breve cronaca - sì, già postata, lo so - provo a descrivere uno di questi istanti. ci riproverò con un nuovo post. ora vado a scrivere Campeggio d’agosto, come l’anno scorso. Abbiamo dovuto scegliere un campeggio vicino casa. Il problema principale: ci si sentirà in ferie lo stesso? E cosa vuol dire sentirsi in ferie? Alla prima magari risponderò a fine settimana; alla seconda, invece, butto giù qualche considerazione. Sentirsi in ferie: le prime due giornate, notti comprese, sono state contrassegnate da freddo e pioggia; entrambi abbondanti. I primi due giorni sono stati una prova di forza: la noia mortale di dover vivere costretti in uno spazio angusto e ristretto, ci ha contagiati e costretti a tirare fuori idee che ci mettessero al riparo dalla caduta verticale nel vittimismo. Abbiamo rimediato movendoci in macchina e affrontando le code di ferragosto. Un’idea scema, è vero. Del resto, le idee scaturite dalla scemenza, abbondano e fluiscono ininterrotte, in me. Ma vorrei raccontare di ieri sera. Siamo andati in uno dei bar interni al campeggio per vedere un film per bambini su schermo gigante. C’è stato un attimo in cui il brusio multilingue – se ne parlano almeno sette qua dentro – è diventato non più confusione ma condivisione, e che tutti, nessuno escluso, erano amati profondamente, da me. Vorrei specificare meglio un fenomeno inspiegabile: per poco, un minuto non di più, e forse anche meno, ho amato in modo indistinto ogni essere umano che casualmente mi circondasse. Mi ha colpito la semplicità e la complessità fuse assieme. E la paura della responsabilità di un simile sentimento, che mi appariva insopportabile per più di qualche istante. Subito dopo, infatti, ho sentiti risalire in assetto di guerra i meccanismi di difesa che di solito mi sostengono, manifestatisi, appunto, con un sentimento di incapacità; precisamente, sentivo che non sarei stato capace di sostenere quel che provavo. Sebbene lo provassi, lo potessi quasi toccare, ne vedessi la semplicità; al tempo stesso mi appariva troppo grande e pesante da sostenere. Porca troia: un’esperienza mistica, un assaggio di universalità sconfinata dei sentimenti, e io me la faccio sotto; ne ho paura. Però, pensavo poi, verso tardi, cosa ho imparato, cos’ho intravisto? A cos’è servito un insight di tale potenza? È servito, mi dicevo in un momento di solitudine feconda, a farmi vedere quanto sto in difesa e nascosto, di solito. Sono morto, sentimentalmente frigido, quando non sono così. Credo di amare, ma invece sono infarcito di proiezioni su come si dovrebbe fare, ad amare. Che qualità d’amore ho sentito, allora? Lo definirei, un amore senza condizioni, costrizioni, ragioni. Poi, durante la stessa serata, sentivo passare la moltitudine di persone di ogni provenienza ed età, li sentivo ridere, discutere, parlottare, e sentivo, invece del solito fastidio un po’ snob, felicità: ero felice di quella felicità; leggera, circostanziata, circoscritta, condizionata, ma concreta. Per me le ferie, quest’anno, hanno funzionato. Ho scoperto quanto sono lontano dalla verità grazie a un insight potente, percepito in un campeggio, tra la puzza di patatine fritte e wurstel. E ho scoperto la scandalosa semplicità dell’amore. Cristiano prakash dorigo
Scambio di sms:
“ …….allora, come va?”
“ alterno illuminazioni estatiche a basse voglie terrene, abitando in prevalenza le prime”
“ cosa intendi per illuminazioni estatiche? E comunque, per me, la prevalenza va alle seconde”
come spiegare, parlarne, discuterne?
Mentre scrivevi e ricevevi questi sms, eri seduto sul cornicione della corte interna dell’ospedale di Venezia. Stavi mangiando tortine di pasta sfoglia e zucca, zucca e spinaci. Mentre masticavi, sorseggiavi l’acqua dalla bottiglietta da mezzo e combattevi con i colombi che ti si avvicinavano, un sole pieno, sebbene limitato nel suo pieno agire dalla bassa temperatura, passando tra i rami come meglio poteva, portava sollievo e gratitudine. In quel luogo decadente, bastava quel sole a far sentire il silenzio, a ritmare il respiro.
Alzandoti, alla fine di quell’intervallo, notavi subito il gelo sul culo; sembrava quasi il marmo fosse stato bagnato, ed era invece soltanto freddo; che sarebbe passato subito dopo; dopo il sapore caldo del caffè.
La giornata poi ricominciava con la sua pesante quantità di sgomento. Al quale reagivi come potevi, spesso in malomodo.
Alla sera, col buio, guardasti il cielo pulito.
Vedesti la luna e le stelle.
Ti sentisti bene.
Cristiano prakash dorigo
ancora qualcosa di già postato quest'estate. un pò cronaca un pò no. eppure vero e reale.
cristiano praksh dorigo
Anche oggi giornata piena e varia.
Accompagno Au a scuola in bici, ognuno con la sua. Si parla un bel parlare, pieno d’attenzione come si fa quando ci si misura; io lo faccio con lei, lei con me.
La comunicazione implica reciprocità, sempre.
Torno a casa giusto il tempo per uscire subito dopo.
Telefonate, lettura, organizzare la giornata in testa incasellando gli impegni.
Vado in casa di riposo di mia nonna, a Venezia. Una Venezia lontana da dove arrivo con l’autobus. Da casa, se i mezzi concordano, ci metto tre quarti d’ora; col traffico, un’ora quando va bene.
Arrivo e trovo lì anche mio padre. Il poco tempo che ho, cerco di sfruttarlo e mi tocca usare sofisticherie per fare di un appuntamento, una doppia possibilità d’incontro.
Facciamo due chiacchiere girando per il giardino in senso orario con la carrozzina che ospita mia nonna. C’è un bel sole che scalda, un cielo splendente, e l’erba è curata e lucente. L’ambiente è quello che ci si aspetta: vecchi impegnati a affrontare l’inutilità del tempo, nostalgie troppo lontane, sospiri brevi e frequenti, rughe sputate su volti che han dimenticato se stessi.
Venir estirpati da casa propria e messi là, in balia dell’umore di gente frustrata – conosco l’ambiente – dal doversi misurare con la fine imminente, e aspettare qualcuno che venga a trovarti per non far morire la speranza che sei stata persona, è crudele e privo di senso.
E io, che penso a questo, sono come quelli che ammettono un simile sistema, che toccherà a me e a molti altri, e non ho l’energia per urlare che questo E’ UN SISTEMA DI MERDA E QUINDI LO SIAMO ANCHE NOI: ognuno di noi è una parte del sistema, e togliersene è un imbroglio che si perpetra su di sé.
Che urlo. Ho perfino mal di gola!
Poi saluto, devo andare.
Là vicino - che gioco d’incastri, eh – c’è la scuola elementare in cui m’attende una riunione.
Siamo tre sistemi che s’incontrano facendo un tentativo di condivisione: il soggetto è un ragazzino di quinta.
Le insegnanti, la psicologa della neuropsichiatria, servizio sociale.
Io sono là perché seguo il ragazzino. Sono chiamato a dire la mia: quello che vedo dal mio ambito.
Quel che vedo dal mio ambito è rabbia pura, tenerezza, bugie, parolacce e parole dolci. Vedo un corpo gracile e minuto contrapporsi a un mondo grande e infelice.
Vedo poche ore rispetto alle molte di ogni giorno.
Cosa volete che veda, che dica, che faccia?
Cosa volete che vi dica, insegnanti imbruttite dallo stipendio di merda che abbiamo; cosa volete che sia la mia presenza, foss’anche salvifica, nel suo piccolo, di fronte all’immane tragedia di un vissuto sopravissuto?
Che mi sento solo anche se sono forte e lo so. Che spesso non so cosa fare e improvviso anche se sono preparato. Che per fortuna non esistono le ricette in quanto ogni persona è una persona a sé stante anche se talvolta sarebbe bello ci fossero le ricette anche se ogni persona è una persona a sé stante.
La riunione finisce.
Per un altro pezzo di strada discorro con la psicologa di un altro caso che abbiamo in comune. Dico anche se non so bene che dire.
Direi che ho fame, le direi.
Direi che non so bene cosa dire perché non è facile parlare a una psicologa con competenza ma invece parlo con tono sicuro mentre le espongo che non sono sicuro di niente.
La saluto buona giornata dottoressa io vado.
Che fatica, vacca miseria, dissimulare il dubbio dichiarando il proprio dubbio simulando scioltezza.
Passo a un altro setting.
Vado a casa di una ragazza che con me sta vivendo un progetto che la riguarda in forma diretta. In quell’appartamento ho la responsabilità di pensare e applicare progetti di autonomia.
Autonomia personale: ognuna delle ospiti di questo appartamento condivide con me – e con le altre due colleghe – un progetto di massima che prevede più o meno questo: quando entri qui non hai molte abilità per cavartela da sola in questa vita per ragioni più che ovvie; faremo dei passi assieme finalizzati a acquisire e consolidare dei saperi utili a vivere.
Oggi a pranzo dovrò dirle che presto inizierà a lavorare.
Lei che ha paura di tutto.
Lei che ha paura di sé.
Lei che ha paura che il mondo la giudichi paurosa.
Usciamo a far la spesa, le chiedo; con il tono che più ad un invito, fa pensare a una fatica necessaria.
Lei risponde che va bene, col tono di chi non ha voglia di far fatica e che rinuncerebbe a nutrirsi, per oggi.
Ogni giorno però potrebbe essere come oggi: fatto di azioni che rimandiamo a domani, di sospiri modello “che palle!!”, di pensieri pigri e azioni oziose perché il confronto costa.
Io sono, per questo periodo, il confronto con la realtà.
Usciamo e dal fruttivendolo tento di farle ordinare la frutta e verdura di cui abbiamo bisogno. È un percorso lento, pieno di fraintendimenti, di non detti, di allusioni.
Talvolta bisogna ammettere che è difficile, ma che non esistono alternative facili, scorciatoie rispetto al confronto con la propria frustrazione.
Tornando al fruttivendolo, sembriamo l’attore sul palcoscenico – lei- e il gobbo suggeritore – io- : solo che ogni giorno sottraggo una parola, un peso, un numero, fino a quando, senza accorgersene, farà tutto lei, come anche le altre han fatto.
Ma la quotidianità è lenta, densa di normalità noiosa, di delusioni, gioie: tutte veloci, di passaggio, e perciò bisogna fungere da specchio. Ma ti ricordi quando sei entrata che non sapevi neanche cucinare una pasta; non sapevi cos’era un bancomat; piangevi ogni volta che si nominava la parola mamma. Che non riuscivi a pensarti capace di mantenerti da sola, non pensavi avresti saputo trovare, e poi mantenere, un lavoro.
Ah, ma sto facendo il furbo, sto parlando di una delle ragazze, quella di oggi.
Ma ci sono tante persone che han fatto una brutta fine, che non ce l’han fatta.
Ma torniamo a oggi.
Dopo la spesa siam tornati a casa e abbiamo imbastito un pranzo improvvisato. Un sugo di pomodori e aglio saltati in padella… che profumo di buono in cucina. La pentola con la pasta e poi il tutto saltato insieme.
Quando Au mi chiede nello specifico che lavoro faccio le rispondo sempre che è un po’ difficile da spiegare.
Un giorno doveva portare una breve descrizione del lavoro del papà. Abbiamo scritto:
papà aiuta ragazzi che hanno problemi familiari.
- Ma che vuol dire problemi familiari.
- Vuol dire che i loro genitori, quando ci sono, non riescono a aiutarli come dovrebbero
Ma cosa passa nella testa di una bimba quando deve immaginarsi dei genitori che non sanno stare coi figli. Semplicemente non ci riesce. Butta dentro parole che capisce nel significato lessicale, ma non in quello profondo.
Un bambino non può immaginarsi solo se non lo è.
E chi lo è, rimpiange per sempre i più fortunati.
Finita la pasta sparecchiamo in velocità, ché non c’è tempo. Dobbiamo entrambi correre ai nostri doveri.
L’altro giorno c’ho sbaruffato con lei.
Le ho rinfacciato che s’era forse adagiata un po’ troppo sul fatto che quando ci sono io, lei, anzi loro, pensano che cucini sempre io.
Si è offesa e chiusa in sé, quel giorno.
- In fin dei conti dopo lavo i piatti.
- Sì con la lavastoviglie.
- Ma guarda che nessuno ti ha mai chiesto di cucinare anche per le altre, tanto meno io, che se voglio faccio anche a meno di mangiare.
- Cosa vuoi dimostrare con questo, che puoi anche non mangiare mai.
- E poi in fin dei conti quando vieni qui mangi anche tu e ti fa comodo.
- Ma cosa credi che venga a fare io qui; io vengo per lavorare, non per divertimento.
Oggi era solo un lontano ricordo quello scambio di infelici battute.
C’era rimasto solo un filo d’imbarazzo tra noi, amplificato dalla fatica e il caldo.
- Almeno oggi ho mangiato sano con te.
Vuole farmi dire qualcosa contro la sua precarietà, di cui la cattiva alimentazione è un sintomo. Ma ormai non ci casco più dentro le trappole. Sto alla larga dai circoli viziosi. Perché qui devo badare al sodo. E lasciare la tentazione di una gratificante onnipresenza a quelli più piccoli.
Qui devo lavorare perché il nostro rapporto sia il meno invischiato possibile.
- Ciao vado.
- Sì anch’io, ciao.
- a proposito, prima di andare, devo dirti una cosa. Mi hanno telefonato quelli con cui abbiamo fatto il colloquio di lavoro: ti prendono.
- quando devo cominciare, te l’han detto
- dobbiamo andare lunedì per sbrigare le pratiche; se vuoi ti accompagno
- va bene: ci troviamo alle nove in centro a Mestre
Esco e vado a prendere il vaporetto. Ci vorrà mezz’ora prima di raggiungere il prossimo. Mi rilasso dopo essermi fatto largo tra il muro di turisti e essermi procurato un posto a sedere.
A quest’ora, dolce lettura.
Il vaporetto è un forno a microonde, come la città del resto. A quest’ora poi, l’una e mezza, siamo al parossismo dell’afa, che qui a Venezia ha l’effetto di imbalsamazione mummifica.
Arrivo alla fermata inebetito. Due minuti fa mi son messo in bocca una caramella alla menta con sciroppo balsamico per darmi una scossa. Aiuta a stare svegli, il movimento mandibolare.
La riva è piena di yacht e barche a vela miliardarie.
Ce ne saranno una decina almeno e per ognuna almeno un paio di marinai che puliscono, pitturano, lustrano. M’immagino che per un tacito accordo non vogliano farsi beccare a braccia conserte. Guadagneranno bene, anche, ma sono sempre in giro. E i loro figli e mogli li aspettano a casa, rassegnati all’attesa, abituati all’assenza.
Quando arrivo sotto casa del ragazzino, proprio un secondo prima di premere il campanello, sento una voce di ragazzo che mi dice di spingere il portone ché tanto è sempre aperto.
Salgo le scale e trovo lui e sua sorella in attesa.
Aspettano che torni il padre che è fuori. Loro sono appena tornati da scuola, hanno la fame e la sete degli adolescenti.
Va bene, l’umore è merdifero: che fare?
Sollevare il tono, dire con altre parole che in questi casi, ma anche più in generale, vedere l’aspetto positivo delle situazioni può servire.
Sì, può servire a costruire altri alibi, a farne una catasta alta così; un metro circa.
Già, la parola d’ordine è: autenticità, se no, se sei la conferma della falsa crosta delle apparenze, quella che copre la realtà – l’illusione della realtà – ti bruci. Diventi un altro, e mica ne mancano da ste parti, fasullo ottimista venduto al conformismo, che sorride da ebete, alla tragedia.
Beh ragazzi, qui c’è niente da fare: non abbiamo le chiavi di casa - e tralasciamo i perché, che invece galleggiano evidenti nella loro presenza – e papà arriverà tra non meno di due ore; voi avete fame e sete, e io caldo: che ne dite di un bel gelato, offro io.
Le risposte sono una testa che gira centro, sinistra, destra, a significare un NO; e una voce sottile, disidratata, che dice non grazie.
Per fortuna son seduto sui gradini di marmo delle scale, in pianerottolo, e così non cado; e inoltre trattengo lo stupore vivo di una negazione fortemente circostanziata – quanti gelati abbiamo mangiato insieme alla gelateria da asporto “ il pinguino” – per cui dico che va bene, come vogliono, che io sono disponibile comunque.
Torna un pesante silenzio.
Taccio.
Ascolto quel macigno che ci schiaccia, ognuno nel suo mondo, ancora una volta isolati.
Poi una vocina legge le coniugazioni dei verbi. E poi lancia una sfida. Ehi tu fratello imprecante seduto sul terrazzino minuscolo, sai com’è il trapassato remoto di giace.
Assisto al quiz destinato al seppellimento della nostra comune ignoranza. In fin dei conti quando parliamo tra noi, mica coniughiamo i verbi in modo così complicato; al massimo ci diciamo che stavamo stesi a letto, giusto per non correre pericoli e farci sgambetti da noi stessi: semplifichiamo, nell’accezione più laida del termine. Fatichiamo già abbastanza.
Ad un certo punto, dopo una carrellata di disastri nel mare denso della grammatica, persuaso e un po’ spaventato dalla mia incapacità di indovinarne più di uno su due, le chiedo se voglia venire a far due passi e così farmi delle fotocopie dei verbi irregolari.
Va bene risponde.
L’aria finalmente si smuove, qualcosa cambia nella dinamica grippata delle relazioni: si va, si fa.
Ricordo la sintesi delle infinite riunioni: attenti al fare, al non riuscire a stare nel disagio del nulla.
Accettare e osservare cosa succede quando il disagio ci compenetra; se non riusciamo a sopportare la frustrazione dell’immobilità, ci cadremo a breve.
Perché tendenzialmente rispondiamo al silenzio con parole sbagliate, alla lentezza con la velocità.
Scendiamo le scale parlottando e ascoltando, io, nelle pause tra una e l’altra, il rumore dei passi. Usciamo in calle e giriamo verso i negozi in cerca di un fotocopiatore.
Ma Venezia, nelle zone popolari, a quest’ora galleggia nella pigrizia e i negozi hanno orari post riposino. Proviamo in almeno due, ma niente. Le ripropongo il gelatino e stavolta il NO è più orgoglioso, e il GRAZIE più gentile, sentito, meno di proforma.
Le chiedo se vuole i soldi in anticipo per le fotocopie, ma dice che anticipa lei, di non preoccuparmi.
Bene, allora torniamo alla base dove l’immobilità, la serialità della piccola ingiustizia subita, assieme all’afa, toglie un po’ il respiro.
Saluto facendo una battuta e dico che ci vedremo fra tre giorni.
Ok, ciao, ci vediamo.
Riscendo le scale stanco.
Fuori in strada, dirigendomi verso la gelateria, ripenso a quel che avrei dovuto fare e non ho fatto. Potevo improvvisare un’animazione consolatoria, una discussione sul sesso, una conferenza sulle brutture del pianeta, sulla disparità tra nord e sud del mondo.
Avrei potuto ma non ne avevo la forza, e il rimorso lo lascio ai cattolici e il rimpianto a chi non vive pienamente il proprio presente. Sono un mostro in materia di auto assoluzione.
In verità faccio quel che posso, e oggi non potevo far di più.
E ho superato senza shock il pensiero di cambiare il mondo e gli altri, quando ho scoperto che era già così difficile iniziare da me; che dopo anni, molti, sto ancora provandoci; a conoscermi, e poi si vedrà.
Il gelato si scioglie in fretta col caldo e la lingua veloce non riesce a evitare l’appiccicaticcia colata del pistacchio di Sicilia sulle mani.
Tra una barca miliardaria e l’altra vedo arrivare il vaporetto. Mi alzo dalla panchina e m’incammino verso il pontile.
Novembre con la nebbia che poi evapora e lascia spazio a cielo e luna.
I colori non sono chiassosi ma tenui.
Con uno sfondo così si guarda con attenzione.
E si vede con maggior chiarezza.
E ogni dimensione e rapporto e relazione appare per quel che è.
Senza alibi e orpelli occasionali e umori circostanziati.
Lo sguardo ha una sua linearità crudele.
Un’oggettività scabrosa tanto è vera.
Ed è qui e ora che si sentono profumo e puzza.
Ed è con questi occhi e sensi tutti che si svela la vita.
Pronto a ricominciare.
Ad abbracciare tutto.
A novembre.
ripropongo una cosa di luglio. allora faceva caldo e la vita era l'estate, con le promesse piegate alla tirannide del caldo, e ai tramonti di un arancio vergognoso. la luce, la voglia, la nudità. queste parole erano per un anonimo commentatore del blog. e anche per me.
l'utente anonimo ha un nome di lupo, una barba di peli neri e bianchi, capelli che ondulati scendono in verticale e svolazzano leggiadri se li ha lavati col balsamo;
il suo spirito è inquieto, mai domo, insicuro, come chi cerca e spera di trovare pur sapendo che di sicuro non riuscirà;
come chi cerca negli altri le toppe per i suoi buchi dentro;
come chi ha da tempo ammesso che è bello stare da soli ma si ha anche bisogno degli altri;
come chi sa che non sa e che sapere va bene ma non basta;
come chi resiste facendo fatica perchè domani sarà meglio ma il tempo da vivere è adesso;
come chi si illude di non illudersi più ma non ci crede fino in fondo;
come chi si lascia andare ma poi frena chè la corsa corre troppo e poi c'è il rischio che sia troppo tardi;
come chi ama il dolce miele della vita perchè ha fatto l'abitudine al retrogusto amaro;
come chi sa di avere ormai un'età e ha finiti gli alibi ma ancora ci prova a essere bambino;
come chi guarda con innocenza ma senza più ingenuità;
come chi sa che la citazione è uno sfoggio di parvenza ma non ci rinuncia perchè questa lo scalda quando ha freddo;
come chi si mostra nudo ma poi si pente perchè la morale è degli altri ma tutti ci condiziona;
come chi ride per non piangere;
come chi ride perchè sa ridere;
come chi piange e si vergogna eppur non smette.
l'utente anonimo lo conosco: sono io; anzi anch'io, perchè è un altro ma non lo è.
l'utente anonimo ha una storia un nome e un cognome che non è il mio.
eppure, in molto, l'utente anonimo sono io.
cristiano prakash dorigo
Talvolta ci vuole Morrissey, pensi.
Lui è una delle voci che smuove sentimenti sopiti, che dormono perché refrattari alla fretta e bisognosi di luce e attenzione. Lui, come altri – li vuoi dire, vuoi nominarne qualcuno almeno, come fanno gli adolescenti che chiedono ai loro pari, “ hey you, che musica ascolti?”. E falli sti nomi, dai! Veloso, Sylvian, PGR ( chi li conosce sa anche gli ex nomi) e pochi altri; e anche molti altri, ma non con lo stesso effetto – in certi momenti, aprono spazi di sospensione temporale.
Oggi c’era il sole, e lo sentivi penetrarti con delicata forza.
Eri nervoso, all’inizio, perché stanco di poche ore di sonno. Ma poi quella luce, quel cielo chiassoso e vivace, hanno lavorato irradiandoti di viva gioia. Lo sai che è tutto parziale, e che il bello e il brutto, poi, passano, lasciando appena una traccia sottile della loro comparsa.
Perché sei vivo momento per momento.
Hai fatte un sacco di cose che andavano fatte. Come nei momenti migliori.
E dopo averle fatte, ti sentivi bene, soddisfatto.
Hai ancora bisogni bambineschi, talvolta; nonostante ti spenda con la prosopopea dei cafoni, a dire che non hai bisogni; mentendo ad una verità infantile di dichiararti, invece di essere, senza ostentazioni.
Il giorno prosegue.
Poi si torna.
Salendo in autobus, tutti pressati l’un con l’altro, eri circondato da facce senza sguardo, da occhi senza passione: solo stanchezza, trascinata in nome di un’adesione al nulla della vita.
A sinistra un vecchio bramoso di riposo; davanti a te un uomo che guardava senza vedere fuori dal finestrino; dietro di te uno che non hai visto ma sentito alitarti addosso la puzza dell’amarezza; a destra una giovane, minuta ragazza, che discorreva al cellulare col moroso: “ sono stanca. Dormito niente – neanch’io volevi dirle, ma hai taciuto -. Mio padre ieri sera ha sgridato il cane. E quando viene sgridato si infila in camera mia. Sale sul letto e spinge. Spinge fino a farmi cadere. Ciao”.
Davanti la laguna con la ferrovia, un pezzo di Cannaregio, Murano sullo sfondo. Poi isolette, laguna e là in fondo l’aeroporto, preceduto dai palazzi della periferia. Ma tu guardavi, riflesso nel finestrino, il tramonto che calava l’arancione intenso, come un tappeto, sull’acqua della laguna. Volevi assorbire quell’immagine con una cannuccia, bertela.
Poi le fermate di Via Righi, piene di gente, com’era negli anni settanta.
Allora c’era ancora lavoro e la gente, vestita di blu, si accalcava alle fermate dopo il turno in fabbrica.
Poi i tumori, la crisi, il terziario che si mangiava le industrie; spariti tutti, per più di vent’anni. Adesso son tornati: gruppi di impiegati del centro Vega. E operai, a decine, della Fincantieri. La maggior parte sono gente del sud e bengalesi.
Si sale sul cavalcavia, verso Marghera. Mestre, sullo sfondo, brulica di luci di auto e palazzi. Solito traffico, infernale. Eppure, in qualche modo, amico. Lo conosci da sempre e, mancasse, ne subiresti il vuoto.
Alla prima di Marghera scendi. Hai la macchina.
Sali, giri la chiavetta.
Armeggi con il carica cd: talvolta ci vuole Morrissey, pensi.
Cristiano prakash dorigo
La chiesa è stipata la domenica e trovi posto solo davanti, a sinistra, su delle sedie in legno scomode. Anche se arrivi in ritardo a causa del bisogno di andare in bagno, con ‘sto freddo, e il bar era a tre minuti dalla chiesa; ma il tempo che ci metti, soprattutto lei, Luna, tua figlia, a fare i bisogni, fa diventare il tempo dilatato fino a toccare i quindici minuti in totale.
Quando entri, ti accorgi subito che quella chiesa è brutta. Senza appello e scuse. Non ha niente dell’intimità, della possibilità di ricongiungersi con Dio, scopo unico, intrinseco, di accedervi.
Ma a te che ti frega; a te non frega niente di quello che si fa o non si fa in chiesa. A te delle chiese importa nulla.
Luna inizia a manifestare un certo disagio. Qualsiasi bambina colga di essere all’interno di un rito collettivo che non conosce, prova disagio. Allora ti avvicini a lei e le dici che quel vociare, quel dire del prete seguito da risposte biascicate all’unisono, sono preghiere. Lei risponde con un aahhh!! di chi adesso capisce meglio.
Tu pensi che lei sta assistendo al battesimo del cuginetto, l’ultimo arrivato, quello che le ha rubata la scena, il centro di ogni attenzione. E che lei non lo è.
Lei non è battezzata perché per te il battesimo non è altro che un rito pro forma. Perché a te non frega nulla del peccato originale. Perché non spenderesti mai i soldi per invitare un sacco di persone in ristorante finita la cerimonia, al massimo un rinfresco economico.
Pensi che ti farà un sacco di domande tecniche cui difficilmente risponderai.
Perché ci si battezza?
Perché Maria era vergine e soprattutto cosa significa?
Chi è Dio?
Chi è il prete?
Perché si prega?
Perché noi no?
Lei invece ti sorprende, come sempre. Saputo che stanno pregando, capendo quindi, tutto passa. Il segnale è una smorfia come di chi non capisce del tutto, ma s’adegua.
Quelle domande non hanno risposte.
Quel fastidio invece, che senti nei confronti di chi sai osservarti dietro espressioni sorridenti, senza allegria. Eppure ne hai conosciute persone che credono e che continuano a interrogarsi. Ma il punto di partenza è troppo lontano. Loro credono che tutto quel che accade è in qualche modo testimonianza dell’esistenza di Dio; tu non lo sai, ma più che non saperlo, che fa più intelligente a dirsi, non hai mai sentita veritiera quella presenza.
La cerimonia finisce e così, finalmente, pensi nell’intimo, uscite.
Fuori ancora pioggia e freddo. Niente di esagerato; anzi, visto il mese, fa ancora poco freddo. Ti vengono in mente le zanzare che di sera ancora ti succhiano il sangue.
Non ti ha chiesto niente. Non ti ha chiesto del paradiso.
Le avresti risposto che il paradiso potrebbe essere qui, ora.
Ma oggi non è così; per te almeno.
Cristiano prakash dorigo
In questi giorni ho la netta sensazione di covare qualcosa simile ad un’idea. Mi succede, talvolta, di sentire un rimescolio, un movimento che in silenzio lavora.
Certo, questo periodo è il preludio al nuovo. Entro l’estate prossima cambierò casa: mi sposterò in una cittadina a mezz’ora di treno da Venezia, e questo significa ricominciare.
E col passare degli anni, i cambiamenti pesano di più. Da quando son nato, sono goloso di nuovo: ho sempre accolto, fin’anche cercato, di arrivare al punto in cui molto di quello che colgo, pur senza conoscerlo, si svela.
Penso di esserci anche arrivato vicino qualche volta. E quello che ho trovato, in quel sentire altro, è vicino all’inspiegabile, all’intangibile. Il paradosso, è che cerco di spiegare in realtà un vuoto. Credevo che l’ignoto fosse il tutto pieno; e invece, fino a oggi, quel che ho abitato in quei frangenti, è stato un vuoto piacevole.
Un momento, se descritto col sistema del tempo, è breve. Ma quel momento preciso, in cui ero mischiato, letteralmente, come se le molecole degli elementi si compenetrassero, non ero più all’interno della logica del tempo. Semplicemente il tempo era una parola-suono senza connotazioni.
Col tempo si fanno i conti ogni giorno. Il tempo descrive il contesto e l’agito del nostro esistere. Mi alzo a una certa ora, faccio quel che devo fare perché promessomi un ruolo, mi muovo e convivo con le convenzioni sociali.
Quel che cercavo di descrivere sopra parlando di tempo, di momenti, di valore oggettivo e dell’assenza di questo, era invece una roba al di fuori delle convenzioni.
Ero in un luogo, in un tempo, entrambi descrivibili, ma in uno stato indescrivibile. E per indescrivibile, non intendo bello o brutto, ma proprio che non riesco a descrivere.
Tempo fa parlavo di insight: ecco, se dovessi accettare una parola, sarebbe questa.
Capita, di sentire un plus valore, di attribuire un’autenticità, certe volte.
È come vedere laddove di solito si guarda e si affastellano idee.
Vedere e basta.
Non importa sapere cosa sia, dare un’etichetta: vedere senza giudizio e commento.
È come accettare quel che viene, saperlo accogliere, perché ci sarà pure una ragione, ma anche se no va bene.
In questi giorni non mi vengono parole. Perché più di pensare a vivere, vivo. Invece di pensare a come descrivere, guardo e sento penetrarmi quel vivere.
Che poi se sarà un’idea, si vedrà.
Se lo è, verrà.
Cristiano prakash dorigo