"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità. La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà. La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà. La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività. Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.

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venerdì, 29 luglio 2005

di questi tempi mi chiedo, se lo saranno chiesti in molti, non brillo certo per originalità, come si possa vivere in molte parti del mondo: Israele, per esempio; o anche New York, Londra, Bagdad.

io, indigeno, vedo salire sul mio bus uno che potenzialmente potrebbe essere un kamikaze del cazzo. ho paura, sudo, odio, non capisco. arrivo alla fermata e scendo. sollevato.

ma, facciamo un gioco: facciamo un role playing. proviamo a sforzarci di essere, per il breve tempo della lettura, di là, dall'altra parte. Magari qui da noi.

l'avevo già postato, ma pazienza.

cristiano prakash dorigo

 

 

SI’, SONO EXTRA

 

 

Adesso, steso a letto, posso finalmente riflettere.

Ripenso a quello che mi è accaduto, a cos’altro accadrà.

Godo della comodità di questo bel letto, della pace che l’ambiente mi trasmette; voglio imprimere con forza il senso di sicurezza, il calore, il silenzio di questa tiepida sera.

Sopra di me un soffitto candido, di un bianco neutro, pulito, che sembra reggere, assieme alle spesse mura, la rozza forza di quello che fuori da queste pareti esiste ma non si vede.

Il mio passato recente, come destino ineludibile, aspetta ancora per riprendermi con sé : brutto, invasivo, inutile; un fantasma dai contorni ben noti alla mia memoria mortificata.

 

Vengo da fuori.

Ci sono tanti paesi, per le persone che ho di recente incontrato qui, che sono semplicemente fuori; di cui non si sa niente, solo che sono fuori, oltre confini che si studiano a scuola.

Punti cardinali a indicare nomi, patrie, luoghi del mondo; privi di riferimenti, solo un suono, ripetuto meccanicamente.

La mia identità e provenienza si vedono e sentono quando mangio, quando compio un gesto o trascino parole sbiadite con un accento incancellabile.

Anch’io avrei una sensibile psicologia da profferire ma è un lusso che non posso ancora permettermi; ho da soddisfare prima altri bisogni, più legati alla biologia, alla chimica del corpo; la fame, sete, freddo, caldo, paura febbricitante.

 

Un ricordo spinge, esige uno spazio, vuole esistere per poi, forse, morire, nascondersi o restar lì sospeso, etereo ma corposo.

E’ un ricordo legato alla confusione; una luce tagliente infrange il buio nero; colpisce gli occhi, flash; voci che urlano parole incomprensibili, fragorose.

Io non capisco ciò che dite anche se i vostri modi determinati e svelti me ne fanno cogliere l’essenza, l’urgenza.

Avete un lavoro da svolgere, non vi biasimo.

Il mio lavoro, in questo momento, è riuscire a respirare, gesticolare, far capire che non sono sempre stato così brutto; sotto questi occhi gonfi c’è uno sguardo; sotto questi abiti logori, sporchi, c’è un corpo e un ragazzo.

 

Perché, perché sono partito. Perché me ne sono andato, distante da tutto e tutti; ma io sono qui per stare lontano da quei perché!!

Volete sapere per aiutarmi, per convincere voi stessi che conoscendo la mia storia capirete di più e meglio chi sono, quali bisogni ho.

Ma ora non sono pronto; quando lo sarò ve lo dirò, ma non adesso.

 

Da quando non sto più a casa mia ho vissuto in molti posti, non li ricordo nemmeno tutti.

Ho conosciuto molte persone e loro, invece, le ricordo.

Condividevamo tutti gli stessi sentimenti; le paure, la rassegnazione al declino, la speranza di un domani normale.

Io ero fortunato, il più giovane, da difendere e proteggere, come il simbolo di un’affettività viva e pervicace, nonostante gli stenti.

Ho voluto invece cancellare le facce di quelli che mi trattavano male; ordinavano autoritari di fare e io, controvoglia, facevo. Tutto!

 

 

Adesso sono qui, il corpo riposato, sazio, ma seppur stanco il sonno non arriva.

Pensieri. Immagini vive nella mente; degli occhi dolci, gentili carezze, il suono di una voce che sussurrava piano il mio nome.

Questo non lo posso dimenticare; questo è mio.

Questo, anche se sono ancora piccolo per i grandi pensieri, so già che non tornerà.

Quando sarò grande, con una famiglia mia, una moglie e dei figli, so cosa non dovrò fargli mancare mai. Attorno a me ci saranno sorrisi, assieme a me si sentiranno sicuri, sarò grande e forte come una casa.

 

Da quando sono qui non ho più rivisto la polizia, ma so che prima o poi dovrò farlo. No, non è paura; i poliziotti non sono stati cattivi con me. Ma mi parlano sempre dei documenti, mi dicono che se non li avessi non potrei restare: mi ricordano che non posso dimenticare.

Le persone che ho conosciuto in seguito sono simpatiche e ospitali. Adesso sono a casa loro, con altri ragazzi in gamba.

Anche loro, come me, hanno fatto viaggi lunghi, scomodi, nascosti. Anche loro hanno provato la paura, la fame, il dolore; hanno pianto sottovoce, trattenuto il respiro, pregato dentro senza farsi vedere.

Adesso vogliamo tutti divertirci, andare a curiosare per negozi, indossare abiti nuovi.

Ci piace guardare le ragazze e ci sembra che anche loro lo facciano volentieri.

Io vorrei una ragazza bella, simpatica, che mi parli e mi ascolti; che mi chieda una sola volta da dove vengo, poi basta.

 

In giro sono in tanti come noi. Ci sono anche quelli grandi, da tutti i paesi, compreso il mio.

Quando li guardo capisco come si sentono. Capisco che a vederli possano suscitare paure e insinuare dubbi.

Vedo tante persone che non vogliono avvicinarcisi. Le vedo guardare altrove quando, casualmente, incrociano i loro sguardi. Le vedo scambiarsi cenni complici, come a sostenersi per condividere il proprio disagio.

Ma guardo anche gli altri, quelli da evitare; noto in loro la stessa paura, anche se più pesante, aggravata dall’isolamento.

Persone che non si chiedono più se potrà mai cambiare il loro destino.

Ce ne sono tantissimi e in molti, ne sono certo, si chiederanno se non fosse meglio prima, quando si stava peggio, ma insieme, a condividere, allora, un presente povero ma pregno di sogni futuribili fecondi.

Se penso a mia mamma, mio padre, gli altri parenti; se solo m’immagino di vederli qui, con le bottiglie in mano, nelle panchine, nei parchi, a mendicare sollievo, provo come una caduta in un abisso nero, buio e profondo.

 

I miei nuovi amici mi assicurano che tra un po’ passeranno questi pensieri. Mi raccontano della scuola, di attività sportive; della sensazione di essere quasi uguali ai ragazzi di qui. Addirittura della possibilità di superarli, di essere competitivi con le ragazze, il lavoro, i soldi.

Quando penso a queste possibilità le capisco, ma devo ancora comprendere se le sento giuste.

Per ora non ne parlo con nessuno, me ne vergogno; forse un giorno, con un vero amico, o con la mia fidanzata, se mai ne avrò una.

Non so se è giusto allontanarsi da ciò che si desidera veramente; sono stato cresciuto con l’idea che bisogna accontentarsi di poco, se poi si ha di più, tanto meglio.

Ma qui mi ripetono continuamente che se voglio restare devo frequentare una scuola, poi un lavoro, poi avere una casa: fare per avere.

 

 

L’altro giorno ho visto un ragazzo a terra.

Nessuno si fermava, tutti cercavano di non guardare nemmeno.

Non so perché, ma mi sono bloccato; quasi fossi costretto da una forza invisibile a fermare il tempo.

Poi è arrivata un’ambulanza, la polizia. Hanno spostato quel ragazzo che era solo un corpo disteso in mezzo alla strada, che tutti vedevano ma nessuno guardava; un orpello inutile, un rimando alla decadenza della società.

Era come fosse normale, come fossero abituati, anestetizzati, programmati ad andare avanti comunque.

 

Poi sono stato male. Mi è venuto in mente che anche da me, quando ero bambino, c’erano sempre dei rumori fortissimi di spari, fragorosi come tuoni amplificati.

Facevano sempre paura, ma dopo un po’ anche il rumore subiva una metamorfosi e diventava abitudine.

Ci si abituava alla precarietà della paura.

Si riusciva a dormire nonostante l’assordante scoppio improvviso di una qualche arma, e al mattino, a dimenticare i brutti sogni della notte trascorsa nel limbo della rassegnazione.

Qui li ricordo i brutti sogni, tutti; ma le giornate sono più normali, anche se piene, colme.

Talvolta fatico a tenere il ritmo, ma ascolto i consigli di chi mi dice che mi dovrò "adeguare a questo mondo e modo di concepire la vita".

 

Giorni fà ho parlato con un’assistente sociale che mi ha fatto molte domande su mia madre e mio padre.

Mia madre ripeteva continuamente che non sapeva dove lui fosse finito ma che l’avrebbe comunque aspettato.

Mio padre era molto bello e muscoloso: ricordo poche cose, soprattutto questo, e anche che non riuscivo ad immaginarmi senza di lui.

Mia madre era bellissima e dolcissima. Negli ultimi tempi era un po’ cambiata, come volesse nascondermi qualcosa o avesse un pesante segreto da custodire.

Un giorno mi disse che dovevo andare. Argomentava con foga e trasporto quanto fosse pericoloso restare lì. C’era la possibilità di fare un viaggio clandestino, nascosto da qualche parte; anche mia cugino l’aveva fatto.

La cosa strana è che, anche se questo mi distruggeva dal dolore, sapevo che l’avrei ugualmente fatto.

Sentivo come il legame ad un destino già scritto; toccava così, era inutile rifiutare il proprio percorso di vita.

 

L’assistente sociale sembrava capire, anche quando le ho detto che non ricordavo molto altro.

Anche quando non ho voluto telefonare per paura. Per timore che il telefono squillasse senza che nessuno rispondesse.

L’avrei fatto più avanti, quando avrei avuto notizie più concrete da riferire e mi fossi sentito in grado di affrontare qualsiasi risposta; compresa l’assenza di queste.

 

Ho conosciuto molte persone, alcune molto brave e care.

Mi hanno detto che potrei andare a vivere con famiglie disponibili ad accogliermi per un periodo.

Ad alcune voglio anche molto bene, sono ospitali e amorevoli. Ma quando ripenso ai miei non posso evitare di fare confronti; come se l’amore avesse tanti gradini e lassù in cima ci sono mamma e papà e più giù tutti gli altri.

 

Sopra questo bel letto voglio stare bene; lo voglio.

So che devo volere. So che volendo, un po’ alla volta, mi sentirò meglio.

Un dottore mi ha detto che un giorno ricorderò la mia vita di prima senza ombre, senza dolore; come guardare un film, da spettatore.

Gli voglio credere: un giorno anch’io starò meglio, sarò come tutti coloro che ridono spensierati, che sembrano felici, che ostentano leggerezza e ottimismo.

Voglio credere che, un giorno, non mi sentirò più uno straniero.

 

Postato da: swcpd a 12:57 | link | commenti (1)

mercoledì, 27 luglio 2005

Il cielo terso sembra aver pulito, quasi igienizzato, l’aria.

Sgombra da ogni impurità rende ogni colore brillante. Così che il verde non è più solo un verde qualsiasi: è un colore nuovo, che non ha ancora un nome.

L’aria è calda, tiepida e fresca: una trinità che si contraddice solo a parole, ma che in realtà convive benissimo distribuendo il suo godimento naturale a tutti.

Gli alberi si distinguono all’orizzonte disegnando ognuno la sua forma, diversa da ogni altra, formando sagome inimmaginabili, originali e bellissime.

Guidando l’auto sopra strade d’asfalto, osservo assorto questo spettacolo di bello e brutto che si mischia continuamente; sembra infinito tanto è geometricamente preciso nell’alternare le forme che ripropone: campagna maestosa, centri abitati con case-fabbriche-chiese, campagna e poi ancora case-fabbriche-chiese e così via. Una giostra che gira attorno senza mai fermarsi.

E la gente, la gente. La chiesa che suona le campane, le pettinature fresche di parrucchiera, i vestiti della festa.

E le facce, le facce. Sembra di capire che lavoro fanno solo a vederle. Guarda: la maestra Maria col marito, il ragionier Saccon e le figlie, Sara e Claudia. Poi Domenico, il meccanico e sua moglie Giuseppina. Il geometra del comune Santin e sua moglie Federica. E Marcello il macellaio con la madre Maria a fianchetto.

Mi scappa da bocca, parlando con un’amica gitante, che non amo i veneti; no, non riesco ad amarli anche se voglio loro bene per affezione e abitudine. Fatico a sopportarli ste facce da ipocriti, tutti democristiani di una volta e che adesso non sanno più nemmeno cosa sono.

No, io non sono mai stato democristiano anche perché sono cresciuto in una famiglia di forte taglio mancino. E mi ci sono crogiolato per anni fin quando mi son svegliato e ho capito che avevo solo sognato un sogno finto. Che nutrivo speranze senza speranza. Accarezzavo utopie senza fondamento.

Adesso sono diverso ma non so cosa. E lascio le sicurezze agli altri, affidando all’insicurezza quel brivido che non c’è più per avanzata età.

Un ragazzino di quaranta non esiste nel vocabolario e inventarsene uno costa fatica. Ma procura soddisfazioni, come quella di sentire il sapore di una verità propria che nessuno può insegnare alla bestia docile che sono.

M fermo con la scusa di orinare. Affianco la macchina e mi allontano per non farmi vedere.

M’avvicino ad un gruppo di alberi rigogliosissimi ( non so davvero come si chiamano). Mi piazzo dietro un tronco robusto e grande abbastanza da coprirmi tutto.

Alzo la testa e li guardo tutti. Ascolto il cinguettio imperterrito degli uccelli. Sui piedi l’erba è morbida e gentile.

Un minuto mi basta.

Torno in macchina con l’espressione sollevata, mi dicono.

Riparto scherzandoci sopra senza dire niente a nessuno.

Non dico ad esempio che l’aria era profumatissima.

Che ci saranno state ameno cento tonalità di verde su quelle foglie.

Che il vento che le spostava e faceva vibrare era dolce e struggente.

Che gli alberi, guardiani, erano pazienti, immobili, ma più vivi di tutti noi, forse.

 

Cristiano prakash dorigo

Postato da: swcpd a 20:32 | link | commenti
cronache così

martedì, 26 luglio 2005

L’anno scorso sono stato una settimana in campeggio. Avevo raccontata quell’esperienza, sul blog, in tre parti.

Oggi, proprio in questo momento, sono ancora in campeggio. E mi vien da scrivere.

Non facevo un confronto con l’anno scorso; non ne avrei ragioni.

Oggi sono in un altro campeggio; ci starò solo per tre giorni – per poi tornarci, in un altro, in agosto- ; sono in uno stato d’animo totalmente diverso; sono diverso come lo si può, o meglio, lo si deve, dopo tanto tempo.

La cosa in comune, è lo scrivere a computer.

Pensieri sparsi in campeggio: questo scriverò, oggi.

In questi giorni ci sono stati attentati terroristici a Londra – ben due -, e poi sul Mar Rosso, a Sharm El Sheik. In quest’ultimo, sono morte almeno cento persone. Quando l’ho saputo, ho provato un brivido neanche troppo lungo, e mi sono venuti pensieri a sé stanti.

Le altre volte mi chiedevo se avrei dovuto scriverne, parlarne, pensarne. Questa volta no, l’ho fatto per automatismo.

Brutto segno, mi son detto: mi ci sto abituando; così come alla fame nel mondo, alle morti per aids, alle catastrofi naturali, ecc.

Così come mi sono abituato a scrivere ecc. dopo aver pensato-scritto di cose orribili.

Il primo pensiero riguardava il fatto che, a essere colpiti, siano stati gli arabi: la loro gente, la loro economia. Anche a Bagdad ne ammazzano a decine ogni giorno; e infatti mi chiedo come si possa pensarsi così convinti che sia giusto ammazzarsi per uccidere altri.

Una volta morto, che cazzo te ne frega dell’effetto che fa il tuo martirio.

Non so se questa sia un’ingenuità occidentale o una demenza mediorientale.

Nel nome di Dio, poi.

Per me Dio è un’invenzione. Non lo dico con leggerezza, né con ingenuità. Lo dico semplicemente senza tanti fronzoli, senza girarci intorno, senza bisogno di giustificarmi.

Per me Dio è un’invenzione.

Per altri è il senso primo della vita.

Possiamo coesistere sullo stesso pianeta, credo.

Mentre penso a queste cose pesanti, con la leggerezza di chi sa che deve usare questi tre giorni per recuperare le forze, qui vige l’oblio forzoso dell’animazione stupida.

Sarebbe stupida comunque, non solo perché ci sono stati tutti quei morti.

In quella località, una coppia di amici, ci si sono recati più volte – sì, sto tornando per un momento a Sharm E S -; ebbene, ogni volta, hanno avuto una disavventura. E sebbene sia così, ci tornano. Sperando evidentemente sia la volta buona.

Grazie al cielo, non c’erano, stavolta. In compenso c’era la Ruta. La quale è stata intervistata. E probabilmente pagata, per dire due stronzate in croce.

E a proposito di stronzate e divagazioni, dicevo dell’animazione.

Stamattina alle sei e mezza, uno di questi ragazzi dall’accento milanese, alza il braccio e saluta. Mentre mi avvicino a lui, m’accorgo che il saluto era per me. Ho due moke in mano, e lui, tanto per rompere il ghiaccio, mi dice " facciamo il caffè". Non rispondo parole, ma un sorriso. Non voglio essere antipatico, ma stanotte proprio non ho dormito.

I pini, percossi delicatamente dal vento, producevano un rumorino simile alla pioggia. Nelle ultime due notti, passate a casa, ci son stati dei temporali importanti. Temevo si stesse ripetendo l’evento. E allora m’alzo, sistemo, chiudo, mi reco in bagno a orinare, torno e mi ristendo sul materassino. Ascolto la notte. Sento i pensieri.

Mi tornano in mente pensieri di gioventù. Mi ricordo di quando è morto per annegamento un amico. Non riesco a mettere a fuoco niente di concreto. Mi sembra un film di Linch. Immagini rarefatte scorrono e si sovrappongono. Tutto è confuso. Io per primo.

Dentro me c’è tutto quel che non ho scartato e rielaborato.

Di recente ricordo poco gli avvenimenti. La memoria mi gioca strani tiri. Faccio, dico, penso; e non resta niente.

E così mi dico che sono un budda, che vive solo il presente e non accumula perché il tempo è senza senso: conta solo quel che è adesso. Poi mi dico che così, però, contraddico i sostenitori della memoria storica, politica, psicologica.

Ma perché dovrei ricordare, se il mio solo tempo utile è adesso?

Perché così non si sfamerebbero più gli storici - che poi mi piace sapere, ma non per sapermi regolare e per frapporre distanze tra me e altri esseri umani -, i filosofi, i preti e le chiese, gli psicologi. Per me possono allegramente andare a fare in culo: senza rancore.

Insomma ripensavo alla mia vita, alle mie morti, alle mie personali piacevolezze, e alle disgrazie.

Come potessi estrarre da un contenitore infinite scene.

Ma erano tutte rarefatte. Forse pregne della suggestione della notte, della paura di non dormire e di misurarmi con la dilatazione di quel tempo scuro e immobile.

Poi invece, verso mattina, un paio d’ore me le sono dormite.

Devo non aver sognato. Immagino di aver consumato, come si lecca un gelato, ogni attività dell’inconscio, che così non s’è dovuto manifestare come al solito.

Ricordo invece con lucidità di aver pensato a delle cose che non posso scrivere. Le devo lasciar lì a riposare, e poi vedere cosa ne vien fuori.

Ma non ho dimenticato il discorso sull’animazione. L’animazione è stupida.

Ieri sera, per recuperare la non dormita dell’altro ieri, sono andato a dormire presto. Nel tempo intercorso tra la distesa sul materassino e il venire del sonno, sentivo gli animatori e la festa – quella sarebbe una festa? - che si stava festeggiando in arena spettacoli – quella sarebbe un’arena? -. Ebbene, più puttanate dicevano - gli animatori, si sa, devono animare – più quegli altri ridevano e applaudivano e si eccitavano. Ma non sto parlando di cose comiche e spassose: sto parlando di cazzate tipo: fai l’imitazione di superman; e tu di topolino; o ancora: arrivi a casa ubriaco e trovi la moglie a letto con un altro. E questi che applaudivano e ridevano come pazzi. Come pazzi!

Tedeschi, Olandesi, Danesi, Svizzeri, Inglesi.

Ecco perché la televisione è quello che è.

Ecco perché la classe politica è quello che è.

Va bene, ora è finita e son tornato a casa e prima che mi si dia per disperso, è meglio postare.

Mi sono rilassato e ho capito.

Appartengo all’unico esemplare della mia personale razza.

Lo so, non è un diario coerente. Sono pensieri alla rinfusa scritti così e così e senza nemmeno rileggerli e chissà quanti errori.

Pazienza.

Cristiano prakash dorigo

Postato da: swcpd a 06:23 | link | commenti
meta diari

martedì, 19 luglio 2005

questo racconto è lungo e poco adatto al blog. tuttavia credo che sia utile postarlo. è la prima volta che lo pubblico - se non si considera che lo si è potuto leggere da franz krauspenhaar - . di recente qui passa poca gente; molta di meno dei miei ex blog.a quei pochi, che di solito son femmine, la scelta se affrontarlo. 

memento.

 

 

DUBBI

 

 

 

Sopra un letto, un corpo sudato.

La pelle a specchio, fradicia del suo umore salino.

Si gira e rigira, sbatte gli arti; vittima di un incubo che è rinchiuso dentro, che al di fuori restituisce solo un luccichio bagnato.

Nella fase onirica non si distingue il vero dall’illusione; a tal punto da confondere il sogno e il sonno, con il mistero i codici e i segni di cui è gravido, con la realtà.

Resta l’amaro in bocca e la consapevolezza che, quel sudore, rappresenta la fine delle illusioni, degli ideali.

 

Partiamo da qui: vorrei raccontare una storia di una persona normale, che al qualunquismo oppone un fiero bisogno di comprensione, all’abbondante offerta di fedi a buon mercato preferisce coltivare il dubbio.

Per rinascere dalle proprie macerie bisogna passare anche attraverso gli incubi e accettarli come pegno per la propria coerenza.

Ne parlerò in prima persona, come fossi io ad aver vissuto quell’esperienza.

 

Ansimo, respiro caotico: calmo, devo stare calmo, calmo.

Dura poco, sempre meno.

Sta gradualmente esaurendosi, riesco a razionalizzare sempre prima, a capire dove mi trovo, a tornare in me sempre prima.

E’ la prova scientifica che sto guarendo: si, così, calma.

Respiri profondi, col diaframma ……………… Si, è passato.

Un anno; dura da un anno e passerà, del tutto.

Posso dire di essere fortunato, dopo solo un anno sto quasi bene: non capita più tutte le notti, ormai, di media, solo una a settimana.

Ssssiiii, ok, è passato.

 

Ho trascritto per un lungo anno quel che mi succedeva: il fenomeno a livello fisico e psicologico.

Dati oggettivi e impressioni personali.

A questo punto potrei farne un riepilogo; rivederlo come fosse un racconto, formato da episodi, e riconoscerne i miglioramenti, i progressi, come ho saputo reagire.

La prescrizione non prevede i pensieri, il commento, ciò che rimane della filosofia personale di un uomo di fronte al dubbio. Eppure devo trasgredirla, devo decidere cosa pensare di ciò che ho fatto, se lo farò di nuovo, se e cosa trarrò da tutto questo.

Per affrontare lo stato di profondo disagio in cui versavo, mi venne consigliato di trascrivere quel che mi succedeva dentro. Così ho fatto, in duplice copia: una per l’analista che mi segue, l’altra per me. Non saprei definire uno stato di shock e le sue conseguenze in termini scientifici, ma posso farlo abbastanza bene con le parole che mi sono solite, alleate, sorelle.

La cosa che più mi mette a disagio, sono i dubbi rimasti anche dopo quel che è stato; mi ci trovo male a descrivere ciò che sento, perché tutti si aspettano da me un giudizio categorico, una verità sicura e tranquilla, scontata, su chi ha ragione e chi torto. Una razionalizzazione su chi ha colpe e chi rivendicazioni; come se io venissi dopo, come se i dubbi fossero un terreno molle e paludoso che dovrei lasciare ad altri, a quelli che passeranno tutta la loro vita senza mai sapere nulla di come stanno le cose; la gente, il popolino, i mediocri che ignorano.

Voglio invece raccontare come meglio posso; senza forzature, a flash, a salti, con un disordine emotivo composto da fatti, idee che si mescolano collose tra loro, ma che fanno pienamente parte della mia persona anima-cervello-emozioni.

 

Gli appunti esordiscono così:

" Giovedì sera, 20 luglio.

Sono in stazione, fra poco arriva il treno e partirò.

Sono solo, raggiungerò gli altri appena domattina così avrò il tempo di raccogliere le idee.

Non so perché, o meglio, lo so ma non so se basta, se è giusto così. Sono sempre stato solo nelle idee, trasversale, tormentato e quindi ho sempre suscitato sentimenti contrastanti; come se l’adesione o meno a certe posizioni potesse definire una persona.

Non volevo stare da subito in mezzo alla folla: non prima di arrivare.

Ho accettato l’invito ad andare come una volta accettavo di fare ore e chilometri in macchina di notte, solo per andare a ballare da qualche parte. Oppure quando si decideva, in un fine settimana, di attraversare tre Regioni per fare una sorpresa ad un amico lontano.

Mi hanno detto di andare, che era una buona causa, che dopo anni potevamo passare tre giorni in mezzo ad un sacco di gente in allegria.

Ho accettato pur non condividendo appieno le idee di nessun gruppo, associazione, corrente di pensiero: idiosincrasia al credo massificato, impacchettato.

Questo non significa che non mi senta a disagio pensando alla fame nel mondo; ogni volta che vedo certi reportage mi ritrovo con le lacrime agli occhi e lo stomaco chiuso. E’ ovvio che consideri ingiusto che una minoranza goda e possa gestire della maggior parte delle risorse disponibili sul pianeta.

E’ altrettanto vero, però, che non credo nel proselitismo di sistemi religiosi che, con una mano provocano vittime ( no all’uso dei preservativi, no all’aborto e ad altre proibizioni e divieti dettati dall’alto ), per poi, con l’altra, curare e assistere.

Mi mettono altresì a disagio coloro che insultano poliziotti e carabinieri e fascisti e comunisti solo perché non la pensano come loro.

Insomma, come sempre non appartengo a nessuna corrente fideista, a nessun credo istituzionalizzato: sono solo con le mie domande.

 

Venerdì mattina, 21 luglio.

Sto cercando gli altri e, nonostante i telefonini, non riusciamo a trovarci tanto è traboccante la fiumana di gente che affolla ogni centimetro di questa città stravolta dall’invasione.

Questo non è certo un problema: si trova compagnia anche se non la si cerca e, infatti, mi aggrego a ragazze e ragazzi disponibili a parlare e stare insieme come si fosse tutti amici.

Partiamo con calma, gioiosi, curiosi, contagiati dal clima di festa che pervade, quasi palpabile, l’aria. Si balla, canta improvvisando, nel vortice di un inconscio collettivo che annulla le ostilità e le diffidenze.

Quasi non m’accorgo, occupato come sono a condividere questa immensa gioia festosa, che ho dimenticato ogni giudizio, ogni domanda: sto bene e basta, senza bisogno di spiegazioni e ragioni logiche.

Ci sono parecchie soste forzate e il tam-tam informale del passaparola, comincia a diffondere notizie di incidenti e disastri. Il corteo, eterogeneo, immenso, viene scosso all’unisono, come fosse un unico organismo, dal frastuono inconfondibile di spari; tremende visioni di fumate dense, spesse e puzzolenti, spezzano nettamente la gioia di quelle migliaia di corpi in festa.

Colli allungati, teste in movimento; si cerca di capire, di sapere; siamo stupefatti, come a svegliarsi di colpo e uscire da un bellissimo sogno.

 

Venerdì, pomeriggio.

Sto male. Poco da scrivere: viso e occhi bruciano.

Attorno solo espressioni stravolte, anche se rimane un comune senso di fratellanza e condivisione.

Un gruppetto di giovani gira tra la gente e aiuta chi, come me, ha bisogno di collirio e stracci bagnati per alleviare quel fastidio acuto.

Assieme ad un gruppetto di 7-8 ci allontaniamo e riguadagnamo la strada.

Percorriamo una via e ci troviamo nel mezzo di uno spettacolo infernale: tutti urlano, poliziotti, manifestanti, fotografi, operatori televisivi.

C’è un odore acre di fumo, di bruciato e lacrimogeni, di immondizie che bruciano; la gola a pezzi, gli occhi chiusi, le gambe schizzano e corrono anche se i polmoni uralno, il naso è brace ardente.

Corri, scappa, corri; non importa più dove o lontano da chi.

 

Venerdì sera.

Sfatto; allo stadio con una moltitudine;condivisione di angoscia; stupore.

 

Venerdì notte.

Di merda.

 

Sabato mattina.

Vado senza sapere perché, mi unisco agli altri con un misto di inerzia e solidarietà.

Dopo un po’ arrivano notizie di gruppuscoli radi ma determinati che spaccano tutto senza che la Polizia faccia niente.

Sottolineo: l’estremismo di pochi strumentalizzato ad arte, esteso a tutti.

l’estremismo di pochi strumentalizzato ad arte, esteso a tutti.

Tutti vogliono comunque partecipare, spinti da rabbia, sgomento, incredulità, dignità.

Poco dopo una pioggia di lacrimogeni, cariche furiose.

Scappo, scappiamo, il più lontano possibile, nessuno sa dove.

L’immenso corteo è spaccato e ognuno scappa; l’adrenalina anima le gambe, il sangue pompa sui muscoli; siamo ridotti a un branco di animali in fuga.

 

Sabato pomeriggio.

Non so più dove sono.

Mangio un panino e mi convinco che siamo tutti, TUTTI, sotto shock.

Sono seduto su un muretto e vedo arrivare verso di me un mucchio di ragazzi che corrono, fuggono.

Non realizzo subito e, un attimo dopo, è troppo tardi; un gruppo di poliziotti ci circonda e bastona con lo sfollagente.

Cerchiamo di parlare e spiegare che stavamo solo mangiando un boccone, ma per risposta, pestano, pestano, pestano.

 

Questi appunti li scriverò solo in seguito. La memoria pregna di ricordi me li fa tornare in mente come fossero in presa diretta, pensieri indelebili, incancellabili.

 

Sabato sera.

So dove sono: un commissariato, uno qualsiasi.

Siamo in tanti, per ora in piedi, tutti, uomini e donne, in corridoio.

La fine dell’attesa coincide con l’arrivo di un folto gruppo di agenti: ci dividono in gruppi da venti.

In quel preciso momento so che sono un fermato e che mi aspettano ore da incubo.

Cerco di farmi spiegare qualcosa, ma quelli urlano, spingono. Ci trasferiscono in uno stanzone e, per un paio d’ore, siamo tutti genuflessi, mani sul muro. Le ragazze sono insultate, umiliate, minacciate.

Faccio un altro tentativo, provo a formulare una domanda, ma in tre, fulminei, mi raggiungono da dietro e urlandomi diritto alle orecchie e sputacchiando saliva, mi intimano silenzio. Con i manganelli spingono alle reni, ai fianchi, sulla spina dorsale. Come fosse un preludio, un rimando al male che mi potrebbero fare se non ubbidissi.

Quei manganelli di merda non fanno male; non ancora; lo lasciano solo immaginare.

Nessuno parla più, siamo terrorizzati, stanchi, stremati: chi piange o anche singhiozza è insultato, umiliato.

Vorrei guardarli negli occhi, cercare e trovare la prova della loro umanità, capire cosa ci sia dietro a tanto spregio, come sia possibile ci trattino così. Ma loro non me lo permettono, mi girano la testa con le loro mani pesanti, i polsi grossi, il radicato convincimento che loro sono i più forti, i padroni.

Dopo ore gravose, ci fanno stendere, pisciare, ma molti non hanno il coraggio di staccarsi dal gruppo; più semplice chiudere gli sfinteri.

Siamo tutti, ormai, totalmente in balia di questi uomini-bestia allenati a terrorizzare, ritorcere la volontà, piegare gli istinti.

La notte siamo sempre stati nello stesso stanzone e, a turno, veniamo svegliati e condotti in altre stanze per un tempo variabile e indeterminabile.

Quelli che tornavano erano tesi e rigidi, ma sfatti e svuotati.

E’ il mio turno: sto dormendo e un urlo mi sveglia dal torpore avvolgente.

Due in divisa, uno per parte, mi sollevano e spingono attraverso un corridoio fino ad un ufficio.

Mi fanno sedere a suon di spinte: devo confermare le mie generalità. Devo spogliarmi, nudo e indifeso: dalle stanze attigue si odono urla strazianti e non capisco se sono di persone torturate o diaboliche registrazioni.

Una volta denudato sono perquisito da mani callose , dure, volgari e incapaci d’amore, che feriscono.

Commentano il mio corpo con ancora maggior volgarità, sputando minacce, violenze, dicendo tra loro che il prossimo ad essere perquisito sarà una ragazza e che, se non sarà brava e condiscendente, le ficcheranno il manganello dentro. Sottintendono, nel clima rarefatto e surreale, che potrebbe succedere anche a me e ad altri.

Penso ai romanzi sudamericani, ai polizieschi noir di Ellroy, ai film che mostrano pestaggi e falsi esecuzioni.

M’accorgo di non tremare solo per paura dei loro commenti, del loro infierire con commenti e frasi colme d’impudicizia, dei loro manganelli.

Finalmente finiscono, mi riportano nello stanzone.

Guardo gli altri e capisco che i pochi che dormono non hanno ancora subito l’interrogatorio.

Mi assopisco innumerevoli volte ma ad ogni minimo rumore, come fosse una scossa, trasalisco, tremo.

Molte ore dopo prendo coscienza che l’ambiente è al buio a causa degli scuri chiusi ermeticamente, che ci sono solo un paio di lampadine da 40 watts al massimo, giustappunto per lasciare un minimo di visuale che ci consenta di vedere noi stessi; corpi ammassati stesi a terra, sguardi fissi, vuoti, terrorizzati.

E’ giorno, lo si capisce quando entrano: una luce più plausibile, vera, penetra repentina dalla porta.

Tutto si protrae ancora a lungo: tanto da farci chiudere gli occhi dalla spossatezza, per poi farceli spalancare dall’angoscia che abbiamo dentro.

 

Lunedì mattina.

Sono a casa. Ho chiamato al lavoro, ho preso una settimana di malattia.

All’apparecchio ho sentito, o almeno così mi è parso, un brusio quasi impercettibile, come stessero intercettando il mio telefono.

Quando ci hanno fatti uscire, un po’ per volta e sempre da soli, dei ragazzi che non conoscevo mi hanno consigliato di stare attento, di non parlare con i giornalisti, di stare, per un po’, tranquillo.

Andando in stazione mi è passata accanto una pattuglia; ho cominciato a tremare in modo incontrollato, a sentire un orrore assoluto impadronirsi di me.

Rabbia, terrore, incapacità di inquadrare razionalmente quel che era successo. I pensieri e le ossessioni sembravano superati, nei loro limiti fantasmatici, dalla cruda realtà.

 

Dopo un mese lungo un secolo, ho accettato di farmi visitare da una psicologa per i disturbi del sonno.

Ho accettato di assumere psicofarmaci per dormire.

Ogni mattina però, al risveglio, credevo di sentire quelle urla, di vedere quegli occhi privi di sguardo e penetrabilità, di sentire la punta del manganello su di me, sulla schiena.

 

Sono tornato in ufficio dopo quaranta giorni di malattia e ho deciso di scrivere a giornali, politici, internet.

Ma ogni sera, ogni telefonata, ogni sguardo rivoltomi, riaccendevano quel terrore cieco, fisico, brutale.

Dopo un altro mese ho firmato una denuncia corale assieme ad altre centinaia di persone che avevano subito i miei stessi trattamenti. Abbiamo tutti dichiarato di essere stati vittime di torture corporali e psicologiche da agenti di non si sa quale reparto.

 

Dopo sei mesi ho partecipato a sit-in di protesta.

 

Dopo otto mesi ho ricominciato a riflettere con distacco sul significato di rivoluzione, di repressione poliziesca, di terrorismo istituzionale.

 

Dopo dieci mesi ho re-iniziato a sentirmi bene, a concedermi il lusso di riflettere in libertà.

Ancora domande; ancora pensieri di cane sciolto, ancora solo, a pensare al significato profondo di essere autenticamente me stesso, anche se ancor più impaurito di prima.

Poi sempre meno frequenti i risvegli sudati; quelli in cui ci metto qualche secondo a realizzare dove sono, secondi che hanno il sapore del terrore; quelli che hanno in sé lo strazio di chi è rotto dentro.

 

Un pensiero fisso cresce di giorno in giorno.

Una convinzione irrazionale che è anche un incontro con un pezzo di me ancora staccato, lasciato dentro uno stanzone lontano sei ore di treno.

E il bisogno etico di pensare che erano per la maggior parte degli sbarbati impauriti che non sapevano niente di quanto stava accadendo nelle stanze della paura, dove i loro colleghi, ignobili ignoranti squadristi allenati a torturare, usavano cieca violenza.

 

20 Luglio 2002

Un anno dopo.

Ho preso due giorni di ferie, comprato il biglietto del treno.

Devo tornare a Genova: devo!

 

 

 

Questa è la storia di un corpo che si agita sopra un letto. Dorme ancora, sta solo sognando.

Sogna ricordi che per uscire gli faranno pagare un dazio; per ora è ancora vivido, presente, ma col tempo sfumerà: è così con qualsiasi elaborazione del lutto.

Poi si sveglierà madido di sudore e scriverà e leggerà; forse quest’episodio gli cambierà la vita, o forse continuerà impavido a cercare, a scavare.

Non lo si può sapere: il futuro ci riserva sempre delle sorprese ed è meglio aspettarle pazienti per dedicarsi al presente.

Tanto tutto viene e poi passa, come la vita.

 

cristiano prakash dorigo

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racconto

lunedì, 18 luglio 2005

 

 

 

NUOVE TENTAZIONI

 

Ogni sera la vedeva.
Ogni santa sera, da qualche tempo, consumava quel rito vouyeristico trovando un qualche buon motivo per passare nei suoi paraggi e guardarla.
Ammirava irrazionalmente l’eleganza sgraziata e i tratti decisi di quel volto che recitava sempre le stesse smorfie, figlie degeneri di un copione beffardo.
Lei sapeva gestire i suoi spazi con scioltezza e sembrava avere sempre la situazione sotto controllo.
Lui, pur trattandosi di una circostanza inusuale e certamente equivoca, non riusciva a dominare quel misto di desiderio e rifiuto che lo avviluppavano.
Era tragicamente vittima consapevole di una scandalosa coazione a ripetere.
Era diventata protagonista, oggetto-soggetto, delle sue frequenti erezioni marmoree.
Mai in vita, il corpo remissivo e ubbidiente di lui, aveva rivelato una simile foga: tanto meno quella parte – sì, proprio quella lì, in mezzo alle gambe; quella insomma -.
Un turgore solido, fieramente eretto e poco condiscendente, sembrava la parossistica vendetta, a lungo meditata, delle scarse attenzioni rivolte alla zona in questione.
Divenuta oramai un’ossessione, farciva infinite fantasie intrufolandosi, improvvisa e inopportuna, in momenti e situazioni, senza offrire alcun elemento di preavviso. Faccia, tette, culo, fica, gambe, fluttuavano tonde e morbide nella sua mente.
Giorno dopo giorno, il gioco espandeva il suo raggio d’azione: solamente una collaudata tecnica di autocontrollo gli consentiva di ricavarsi degli spazi nei quali poter sfogare tanta focosa prepotenza.
Fantasie erotiche, sporcaccione e goderecce, avevano così possibilità di manifestarsi ed essere assecondate: compartimentazione; scissione; il giusto tempo per ogni cosa.
Era tuttavia una continua lotta con la morale, il senso di colpa, i dogmi inculcati a forza: in questi frangenti comunque , quei retaggi risultavano insapori e stantii come bibite sgasate.
Nei momenti in cui riusciva a valutare serenamente la questione, si chiedeva se non fosse la natura stessa, soffocata da retaggi di cui spesso, a livello istintuale, dubitava, a chieder il conto. Un rendiconto i cui elementi biologici erano oppressi da quelli della ragione.
Finora aveva resistito ricorrendo a strategie che tenevano a bada certe esuberanze. Riusciva a convivere con quei repentini picchi ormonali ricorrendo alla forza della coerenza.
Ma stavolta, quel che succedeva era oltre, aldilà, inconfessabile.
In questo caso si rese conto che non riusciva a contenersi.
Oramai lei aveva invaso come nebbia ogni anfratto: era arrivata ad introdursi nel sonno sconvolgendone i sogni.
Prese allora l’unica decisione che gli sembrò plausibile: non poteva più procrastinare e lasciare che quell’ossessione s’intrufolasse in ogni dove.
Quella sera avrebbe affrontato a viso aperto il suo incubo di sangue pulsante e carne e ne avrebbe interrotto gli influssi consumandolo in loco.
Prese il pandino in dotazione alla parrocchia e finita la messa serale si avviò.
Indossò abiti civili e nascose crocifisso e figurina del papa che stava in bella mostra sul cruscotto.
La riconobbe già in distanza.
Sudando freddo e tremando accostò in modo inequivocabile.
Pochi metri e una manciata di secondi furono sufficienti a seccargli le fauci e procurargli una significativa balbuzie.
Lei si avvicinò come al rallentatore.
Lui abbassò fremendo il finestrino a manovella.
Lei disse: "ciao bello".
Lui rispose: " qua-quanto vuoi?".

cristiano prakash dorigo

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racconto

domenica, 17 luglio 2005

FERITO

 

 

 

 

         Si, sono uscito per non assecondare quel disagio  lento che opprimeva la gola.

Quella nausea leggera, color pastello.

La ferita, l’umiliazione di sentirsi deboli che ora conosco e che credevo appartenere, genericamente,  agli altri.

 

Non è possibile: una vita minuziosamente spesa a distinguersi, schiacciata da un breve, innocuo fremito.

 

Guardare quegli occhi e ritirare lo sguardo per non svelare amarezza e paura, per non leggervi pena, noia e fastidio.

 

Quegli occhi grandi, scuri, disegnati; emettere una condanna priva di passione, neutra nella sua impeccabile chiarezza.

 

Che ferita, che strazio.

 

Solo io però lo sento, solo io ne piango la puerile normalità.

 

E così, nel silenzio di queste strade deserte e buie, cammino umiliato senza ragioni.

Non c’è possibilità di appellarsi ad alcuno, di raccontare lo stupido dolore di un uomo smarrito.

 

Per un nonnulla.

 

Per una stupida baruffa, un insulso alterco.

 

Il freddo fa da contorno a questi pensieri solitari dentro un cappotto.

 

E’ meglio tornare; tanto non si scappa dall’ordinaria minimale realtà.

 

Un’altra lezione stasera di cui ti sono grato figlia mia: tu sei solo una bambina qualunque.

 

Io un narciso ferito.

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mercoledì, 13 luglio 2005

 

 

Gli alti e i bassi, di ragioni serie che determinano questi sbalzi, ne ho individuati un bel po’. Credo.

 

 

 

C’è un fiorir di ragioni e circostanze contingenti, non ultimo, il tempo atmosferico. L’alternanza di cielo blu e sole, a nuvoloni neri e bianchi e vento, ne segnano il ritmo. Un avvicendarsi a volte repentino, altre volte lento, che sembra promettere, senza mantenere, rovesci e tempeste e turbinio di elementi naturali, come scudisciate.

 

 

 

Sono frapposto tra morte e vita.

 

Sono appena nati due piccoli maschi e una piccola femmina che sorridono e piangono, strappando commozione e sincera gratitudine al miracolo eterno che fa sì, ci si rigeneri e succeda, l’uno all’altro, tra generazioni.

 

Una piccola creatura ci avvicina all’esordio, a quando c’era solo futuro, tanto, in ordine quantitativo, e colore e  profumo, in qualità prospettica. Quando ancora tutto è possibile e quel che non lo è, lo si scoprirà solo poi, più avanti, posporto al divenire.

 

Altro che tenerezza e nostalgia. Stringe il cuore e lo culla in quello sguardo senza vista.

 

 

 

E sta morendo però una persona molto legata a persone cui sono legato. E ne parlano con me. E io ascolto e incamero e sussurro parole che spero sincere.

 

Si deve morire. Tutti lo sappiamo, pochi lo accettano.

 

Come posso non essere vela al vento; come posso non vibrare o non sentire tutto?

 

Già, sento tutto e questo tutto mi abita impudico, costringendomi a lascive parentesi nude e a corazze impenetrabili.

 

Sento tutto e non lo assecondo; lo vivo fino all’ultimo.

 

 

 

Ieri camminavo immerso in questo limbo aperto al tutto.

 

Ero aperto e chiuso contemporaneamente.

 

A San Rocco, proprio di fianco alla Scuola Grande, una cantante lirica dell’est, di quelle itineranti che vivono cantando e raccogliendo l’obolo dei passanti e vendendo i  propri cd autoprodotti, cantava AAA-VEE MAA-RI-I-A.

 

Andavo piuttosto di fretta, col passo del veneziano. Sento queste note, guardo l’ambito e rallento. Poi mi siedo sui gradini della Scuola Grande e m’accorgo che a quell’altezza c’è un venticello bello bello, fresco. Vedo altri veneziani che corrono, mantre io mi confondo tra i turisti che ascoltano estasiati quel pezzo, in quel contesto al di fuori del concetto temporale, spaziale, logico, e non so cos’altro.

 

Li guardo e li vedo e mi sento in balia di uno scossone umorale che prorompe in silenzio in quattro o cinque lacrime due delle quali non riesco a controllare e mi scivolano giù lungo il collo. Le ho asciugate vergognandomi un po’, perché non sapevo nemmeno io da dove venivano.

 

 Poi mi sono alzato, le ho dato un €, cosa che non faccio mai perché sono troppi a elemosinare, e me ne sono andato per la mia strada.

 

Camminando, a ogni passo, sentivo svanire la nudità e disponibilità al tutto; e contemporaneamente riprendere posto, dov’ero nudo, il solito vestito di formalità e normalità che non mi appartengono ma che vesto quotidianamente per abitudine e stanchezza.

 

 

 

Per strada almeno altre tre mendicanti in cinque minuti di percorso.

 

Basta penso.

 

Basta.

 

Le lacrime si sono asciugate. Ho ripreso velocità e ritmo.

 

Non posso contenere il mondo.

Non posso.

cristiano prakash dorigo

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meta diari

lunedì, 11 luglio 2005

posto questo scritto che avevo preparato come intro-voce fuori campo, per una cosa di teatro.

cristiano prakash dorigo

Il proscenio straripa di gente in attesa. L’aria è secca, sembra esaurire l’ossigeno e lasciare solo anidride carbonica; sembra che vogliano consumare quel che avrò da dire e lasciare qui dentro solo scorie, nevrosi, tristezza.

Ora li affronterò con la voce chiara, senza paura, perché dentro li conosco, sono come me, incerti e alla ricerca di qualcuno che gli dica cosa, come, perché.

Tutti cercano risposte; tutti vorrebbero cambiare senza farsi male, senza modificare un briciolo di sé. Ma qui, stasera,  dirò solo che non esistono formule magiche e che ognuno, se ne ha voglia,  deve iniziare a cercare al proprio interno.

Non si fanno sconti; soprattutto da parte di chi non ha nessun articolo da vendere.

 

 

 

 

 

Raccontare il bisogno di scrivere, di buttare fuori in forma armonica e logica quel che dentro muove, sposta, provocando continuamente nuove prospettive.

Questo è privilegio e maledizione; a seconda di come ho dormito, cosa ho mangiato, è condanna e sollievo, due facce della stessa medaglia che elimina ogni dualismo perché inutile e ingannevole.

 

Ho trasformato una bruciante passione in lavoro e ora, non so esattamente per quale ragione, ho deciso di raccontare tutto questo.

 

Probabilmente è la voglia di tornare alle origini, a quando ho cominciato, a quando con le unghie scavavo ovunque per tirare fuori una storia, a quando mi spogliavo di ogni maschera per offrire emozioni.

 

Adesso mi sento lontano da quella beatitudine; mi sento un mestierante che, pur  avendo ben poco da dire, riesce a raccontare con eleganza e gusto il nulla che mi circonda.

 

Ricordo i tempi in cui ascoltavo, guardavo, progettavo con un’ inesauribile energia.

 

Adesso sono qui e vorrei approfittarne per restituire qualche immagine; animare la natura piatta e smorta di pagine bianche sulle quali,  con inchiostro nero, sono  state scritte sopra parole.

 

Vorrei proporre delle storie e trovare qualcuno che mi ascolti.

 

 

 

Provate a immaginare una stanza.

 

Una qualunque, non è importante averne un’immagine particolareggiata.

 

Mi interessa catturare la vostra attenzione sulle cose che ci sono dentro perché, ad ognuna di queste, corrisponde una persona e la sua piccola storia.

 

E sono qui, appunto, per proporre  storie e   transitarle dalla mia bocca alla vostra curiosità, cercando di accompagnarle e renderle suadenti e gentili, evocando brevi emozioni, piccoli cambiamenti.

Questa non è vanagloria, scaturisce davvero da me; sono molto curioso e  mi piace giocare con la fantasia.

Nei rari e magici momenti in cui sono sveglio, pronto ad accogliere l’esistenza, basta un sorriso, una smorfia, una frase; io vado, parto e imbastisco l’ossatura di quello che sarà un racconto.

 

Dentro la stanza  cui vi accennavo prima, ci sono degli oggetti attinenti alle storie che mi piacerebbe raccontarvi, dei quali, ora , vi parlerò.

 

………………………..

 

 

 

Ognuno di questi oggetti è legato in qualche modo alle storie che ho scritto; ogni storia parla di esseri umani che si confrontano con la realtà; una realtà che passa attraverso lo sguardo e il vissuto di questi personaggi.

 

Credo di poter affermare che in ognuna delle storie ci sia un mondo interiore e uno esteriore e che, gli sforzi per equilibrare questi emisferi speculari dalle distinte posizioni percettive, spesso contrapposti tra loro, restituisca uno spaccato, anche parziale, forse minimale,  che appartiene ad ogni coscienza inquieta che si pone delle domande.

 

Ho immaginato questa stanza, questi oggetti, queste parole, come suggestioni.

Mai sono stato  sfiorato dall’idea di insegnare o predicare alcunché a chicchessia; credo piuttosto che la tentazione sia stata all’opposto, di spogliarmi, disintossicarmi, eliminare zavorra.

 

Mai avrei potuto scrivere e proporre le mie parole a nessuno se, prima, non fossero servite a me medesimo.

 

E’ l’ora di dichiararlo, prima che sia troppo tardi, prima che qualcuno si possa pentire di averle ascoltate: le parole, i suoni, ancor più del significato, sono servite a salvare la mia anima dal piattume, dalla noia, dalla paranoia che, mi sia concesso, questa vita così ordinata e frigida, ci concede.

 

Ora che siete avvertiti; ora posso darvi, molto volentieri,  il benvenuto.

 

…………………………..

 

 

 

Postato da: swcpd a 12:13 | link | commenti (2)
racconto

sabato, 09 luglio 2005

 

 

Il sette del sette è nata A. portando con sé il proprio contributo d’innocenza in questo mondo che, il sette del sette, ha perso un altro pezzo di finzione d’ingenuità.

 

Una coppia di amici, lei inglese,  lui italiano, stanno lì ancor vivi, immagino. Lei lavora alla city, in un grattacielo altissimo vetratissimo, tutto un superlativo. Ci va vestita d’ordinanza per dovere, e appena può, però, veste i vestiti più comodi e brutti che può. Gioco di contrasti, forse. Telefono e ritelefono e niente. Ad un certo punto riesco a beccare almeno la segreteria: ……… leave a message …… “ ciao sono io. Non voglio rubare tempo prezioso al telefono intasato: vorrei solo sentirmi dire che state bene” .

 

C’è una tristezza che mi tiene compagnia per tutto il giorno. È appena un velo, e assomiglia così tanto al rincoglionimento che, a domanda, posso rispondere che si tratta di questo. Ma invece no, non è così, e lo so. È l’onda dell’inconscio collettivo, il sentire col corpo tutto che siamo davvero un tutt’uno e che quel tutto, oggi, ha subito lo spostamento d’aria che, nei telefilm miseria, mandano al rallentatore quando scoppia una bomba e i corpi volano in aria. Un pezzo del corpo collettivo oggi se n’è volato sparpagliandosi a ultravelocità in ogni dove.

 

Alla sera parlo con lei, la mia amica. Mi racconta di una Londra centro spettrale: tutti a piedi. In centro a Londra. Chè Londra non è Venezia. È grande come mezzo veneto, e ci si va mai a piedi. Tutti sotto terra o in bus.

 

Lui invece è in Italia in questi giorni, a causa di un lutto. Sospiro, sento anch’io un po’ di dolore da condivisione. Cos’è la vita, ci siam chiesti tante volte, io e lui. E oggi, cos’è la morte.

 

La tristezza trova finalmente un canale e si modifica appena un po’ in commozione.

 

Il sette è un numero mistico, il mio preferito.

 

Il sette del sette lo è il doppio.

 

E di sicuro lo ricorderò per tante ragioni.

 

Poi la sera arriva e con essa, a una cert’ora, la stanchezza che si trasforma in sonno.

 

 

 

L’otto del sette mi alzo alla mattina con la sensazione di aver digrignato i denti tutta la notte. A testimonianza un vago sapore sanguinolento.

 

Mi preparo al solito e, al solito accendo il pc.

 

Vado sul blog e il counter segna visite zero.

 

Mi rattrista, appena un po’, perché subito dopo me ne vergogno. Ben altri pensieri, dovrei avere.

 

Certe volte vorrei essere diverso, ma non lo sono.

 

Quasi sempre vorrei essere come sono, e lo sono.

 

Penso che per star bene devo saper star anche male.

 

L’ultimo pensiero prima d’uscire va a A. e a sua madre, mia amica; ai miei amici londinesi; a mia figlia, la mia compagna e tutte le persone cui son legato e anche a quelle che no.

 

Che stupido, che debolezza: aver bisogno di sentirsi buoni per contrastare il male.

 

 

 

Cristiano prakash dorigo

Postato da: swcpd a 08:26 | link | commenti (2)
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giovedì, 07 luglio 2005

l'utente anonimo ha un nome di lupo, una barba di peli neri e bianchi, capelli che ondulati scendono in verticale e svolazzano leggiadri se li ha lavati col balsamo;

il suo spirito è inquieto, mai domo, insicuro, come chi cerca e spera di trovare pur sapendo che di sicuro non riuscirà;

come chi cerca negli altri le toppe per i suoi buchi dentro;

come chi ha da tempo ammesso che è bello stare da soli ma si ha anche bisogno degli altri;

come chi sa che non sa e che sapere va bene ma non basta;

come chi resiste facendo fatica perchè domani sarà meglio ma il tempo da vivere è adesso;

come chi si illude di non illudersi più ma non ci crede fino in fondo;

come chi si lascia andare ma poi frena chè la corsa corre troppo e poi c'è il rischio che sia troppo tardi;

come chi ama il dolce miele della vita perchè ha fatto l'abitudine al retrogusto amaro;

come chi sa di avere ormai un'età e ha finiti gli alibi ma ancora ci prova a essere bambino;

come chi guarda con innocenza ma senza più ingenuità;

come chi sa che la citazione è uno sfoggio di parvenza ma non ci rinuncia perchè questa lo scalda quando ha freddo;

come chi si mostra nudo ma poi si pente perchè la morale è degli altri ma tutti ci condiziona;

come chi ride per non piangere;

come chi ride perchè sa ridere;

come chi piange e si vergogna eppur non smette.

l'utente anonimo lo conosco: sono io; anzi anch'io, perchè è un altro ma non lo è.

l'utente anonimo ha una storia un nome e un cognome che non è il mio.

eppure, in molto, l'utente anonimo sono io.

cristiano prakash dorigo

Postato da: swcpd a 07:36 | link | commenti
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