"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità . La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà . La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà . La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività . Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.
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In questi giorni avrei tanto da scrivere.
Quel verbo coniugato al condizionale, serve a sottolineare come, invece, poi non lo faccia.
Non lo faccio per delle ragioni che qui vorrei descrivere.
Scrivo vorrei, perché ci proverò, ma non ho molto tempo.
In questo periodo ho molto da lavorare.
Sto programmando ipotesi di estati felici per persone infelici.
Ad ognuno dei ragazzi che io e i colleghi seguiamo, saranno proposte più proposte; una specie di finta micro-democrazia in scala: simile a quella in cui noi grandi, secondo la loro visione, fingiamo di aggirarci liberamente.
Quindi: a ciascuno è data la possibilità di scegliere tra un numero limitato di proposte. E a onor del vero, di più non si può. E sempre in nome del vero oggettivo, è già abbastanza anche se non sufficiente. A volte si vorrebbe riuscire a strappare gli altri dalla loro situazione; ma poi, per fortuna, si torna a convincersi che l’unica cosa che si può donare, è l’autenticità del proprio intento.
Insomma, avrei tanto da scrivere.
Parto alla mattina e alla sera, al ritorno a casa, sono pieno di parole da offrire.
Ogni giorno è una lezione, e ogni lezione è una storia da raccontare.
Alla sera però c’è molto da dire e ascoltare e un cert’ordine di priorità. La mia possibilità espressiva non è tra le prime: non è un bisogno primario. Tra l’altro non sono l’unico a decidere in quale posizione stia: fosse solo per me, sarebbe tra le prime; ma, appunto, non sono l’unico qui in casa.
Insomma avrei tanto da scrivere.
Paradossalmente il caldo è un periodo fecondo per il mio percepire la vita.
Sarà la prorompenza del sole, la luce viva, i colori abbaglianti. Così tanto da vedere. Sarà il caldo che mi costringe all’attenzione per non soccombervi.
Sarà che sta succedendo così tanto in, e attorno a me.
Sento tanto, tutto. E sento così che dovrei dire, esprimere.
In questo periodo frequento il Lido di Venezia, una delle più belle spiagge del nordest - che non significa niente oltre ad una stupida convenzione linguistico sociologica degna della provincia provinciale - .
E al Lido mi vengono un sacco di idee.
Perché qui è diverso da qualunque altra spiaggia. Qui si prenota la “capanna”, costruzione in legno con tetto spiovente, a forma di casupola, con un interno di tre per due metri, verandina due per due, piccola piazzola davanti; il tutto diviso in file che si sviluppano in sette in verticale e quaranta in orizzontale: duecentottanta.
Un microcosmo di venizianità.
E di esseri umani.
Che ogni anno perdono qualcuno e si arricchiscono di qualcun altro: ogni anno, perfettamente in media con il ciclo di vite, muore e nasce qualcuno.
Bello il Lido.
Fonte di ispirazione.
Ad averne il piglio, ci si potrebbe ambientare un romanzo.
Ma cosa vuol dire che avrei da dire e non ne ho il tempo.
Il tempo lo scelgo io, e ne faccio quel che voglio.
Per cui quando dico che non ho il tempo di scrivere sono perlomeno inesatto: dovrei dire che il tempo che ho non si concilia con quella cosa che mi succede quando scrivo.
Che in questo momento non mi viene da descrivere. Sembra quasi un incastro di più elementi che, quando coincidono, scatenano parole. E va a capire tu cosa sia: se un automatismo biologico o mnestico o psicologico; ecché ne so io.
Allora, dico questo.
In questo periodo le mie giornate sono molto intense, piene.
Io sono abituato, se non a farne un bilancio tipo ragioniere, a sentire sul palato una specie di gusto; ché non è né buono, né cattivo: è, com’è. E sentire perciò la pienezza dell’aver vissuto totalmente la giornata.
E qui mi tocca dirlo se no si rischia di fraintendere: anche giornate di merda che sul palato sanno gusto di merda anche se non l’ho mai assaggiata, la merda. Ma il fatto stesso di aver vissuto, foss’anche una giornata di merda, oppure giornata splendida, o anche giornata in cui il solo pensare di arrivare a sera, mi frustra; in realtà, proprio per quest’adesione completa, pesa, ed è però un peso che vola via, leggero. Perché peserebbe se fosse rimpianto e pentimento.
E invece no, cazzo: vita consapevole paga in leggiadria.
Come cominciavo?
“in questi giorni avrei tanto da scrivere”.
In questi giorni, però, son talmente stanco da non riuscire a scrivere come vorrei.
E pensare che bastava una frase per esprimere il concetto!
La strada è là fuori. La posso vedere senza nemmeno guardare. La posso sentire pur nel silenzio inanimato di questo momento.
Tutto è in me, tutto mi appartiene o forse, per meglio dire, io appartengo al tutto, che poi è il nulla, così. Sono seduto su questa sedia in attesa di spostarmi, con calma, senza fretta, sulla poltrona.
Lì c’è il telecomando che aspetta inerte, ma pronto, di essere preso e usato al solito.
Sul tavolino dov’è appoggiato, c’è anche il piatto che rimanda ad una qualche provenienza etnica; forse indiana, più probabile africana.
Guardandolo mi viene in mente che non so niente di esso; che se mi dicessero che proviene dal Kenya, oppure dal Bangladesh, per me sarebbe lo stesso. E non so nemmeno dov’è stato comprato, quando, per quale ragione.
Ricordo invece del tappeto sopra cui è appoggiato. Rammento con esattezza in che occasione è stato preso e l’entusiasmo che aveva suscitato nei suoi primi tempi in casa; poi, al solito, la casa l’ha conglobato e ci si è abituata e conformata. Ora che c’è, c’è. Prima non c’era, e non c’era.
Allora m’alzo e mi sposto. Raggiungo la poltrona come sapevo avrei fatto. Come gli automatismi che ormai mi guidano dentro casa. Probabilmente, se si controllasse scientificamente il consumo del pavimento, si noterebbero poche traiettorie molto precise, con poche deviazioni.
Raggiunta la poltrona, prima ancora che la mano raggiunga il telecomando, giunge un vocio dalla strada.
Sono le voci di due ragazzi che chiacchierano con punte di concitazione dapprima rare, per poi incrementarsi vicendevolmente. Si sono fermati nei pressi del portone, approfittando del vuoto in strada. M’accorgo che uno dei due ha una punta effeminata nel tono della voce. È quello che più rimprovera l’altro perché guardava uno coi capelli rapati. L’altro risponde che apprezza la sua attenzione nei suoi confronti, ma che gli sembra esagerato dover rispondere dei suoi sguardi e dei suoi presunti appetiti dopo che tra loro c’è stato un incontro, piacevole ed eccitante, ma avvenuto soltanto la sera prima. L’altro gli rinfaccia, con alcune punte stridule, che allora, se per lui un solo incontro non determina nulla, che lo vada a mettere altrove il suo bel cazzo. L’altro insiste sulla non pertinenza dei suoi argomenti e che lui non ha detto esattamente questo. Piuttosto sostiene che se un incontro funziona, lo si prende in considerazione, ma le scenate di gelosia non incentivano per niente quel timido preludio.
Accendo lo stereo con la precisa determinazione di far sentire loro che proprio soli non sono.
Probabilmente sono così dentro alla discussione che nemmeno questo li scoraggia; infatti continuano.
Ora non distinguo più le singole parole, ma ne immagino il tenore.
Il brusio continua con punte vicine all’isteria.
Senza pensieri m’alzo, apro la finestra con un gesto secco, metto la testa fuori e comincio a ridere. Prima piano, poi sempre più forte, fino a raggiungere un tono ed un’intensità che supera quella dei due di sotto.
All’improvviso questi iniziano a rivolgermi contro parole sempre più aggressive in un crescendo temporale simile ad un’accellerata.
Tra le varie, distinguo solo un vaffanculo; troppo forte la mia risata.
Se ne vanno. Richiudo la finestra, mi rimetto a sedere.
M’accorgo che quella risata era senza allegria. Inoltre non era affatto premeditata ma se n’è uscita autonoma, quasi vivesse di vita propria.
La mia vita procede per automatismi, senza il bisogno della mia presenza in quel che faccio.
Anche adesso, seduto sulla poltrona, proteso verso il tavolino sopra cui è poggiato il telecomando, sento che a muoversi sono le braccia, le mani, la schiena; io no, sono da un’altra parte, con un pensiero fisso che mi avvolge e circonda, facendo di me un essere scisso tra realtà e concretezza, da una parte, speranza e sospiri dall’altra.
La mano tocca i tasti dell’oggetto nero.
Lo schermo irradia di luce gli occhi.
Voci inutili, camuffate d’utilità, penetrano le orecchie.
C’è di tutto, a qualsiasi ora, per condurre chi guarda verso il niente.
Ma anche questi pensieri mi vengono senza che ne sia minimamente coinvolto. La mia testa produce solo ricordi, immagini, fantasie, relative ad una sola persona.
Una persona è un’ossessione, talvolta.
M’alzo, consapevole dell’indifferenza dello stare davanti alla tivù, piuttosto che alla finestra, o steso a letto.
Tutta la scena e la casa e le mie cellule sanno che stanno prendendo tempo per ritardare quel che dovrà essere fatto.
Nel momento stesso che la lucidità mi porge questo suggerimento, capisco che quell’ovatta che sembra stare tra cervello e cranio, ha un nome e una forma.
Vado verso la giacca appesa ad una gruccia in entrata.
Dal taschino interno prendo il cellulare.
Lo accendo e aspetto un minuto per vedere sa qualcuno m’ha cercato.
Scorro il menù fino alla voce "messaggi".
Mi fermo alla funzione " invia messaggio".
Scrivo: " ciao. Ti aspetto?"; lo invio.
Subito dopo il tempo si ferma. Rallenta a tal punto da rendere il suo scorrere un esercizio impercettibile.
L’ansia diventa un mastodonte indomabile.
Se ne lascia investire lasciando sparire tutto attorno a sé: l’appartamento, il vocio della tivù, gli odori, i colori, le diverse stanze.
Tutto è un unico grumo duro come sasso.
Si abbandona a quello stato di panico sordo.
Ora, come mai prima, il tempo dipende da una variabile misconosciuta.
anche questo lo ripropongo.
ho cambiato talmente tante volte indirizzo - blog e casa - che non passano più, se non alcune/i che vengono e verranno sempre - come io da loro, e non è solo stanca abitudine - che non mi sento più di tanto in colpa a ripostare alcuni vecchi post.
benvenuta/o perciò a chiunque passi.
swcpd
Altrove
“Vorrei essere altrove; ovunque ma non qui, non così”.
Aveva appena visto un mediocre film alla tv, uno di quelli stucchevoli e inutili che si sa già come finiscono. Poi aveva guardato l’ora e deciso che anche per quel giorno fosse ora di chiudere.
Il tragitto fino al bagno gli era sembrato più lungo di quei dieci metri che occorreva percorrere e che avrebbe potuto fare, senza indugio, anche bendato.
Si era lavato i denti senza specchiarsi, aveva pisciato, e poi in camera,
Si buttò a letto, controllò la radiosveglia, mise il volume al minimo e si mosse un pò per trovare la posizione giusta per addormentarsi.
I pensieri abitavano al solito la sua mente, lo portavano a spasso.
Pensava agli incontri avuti in giornata; tutti così formali, così evidenti nel loro giocare i soliti ruoli; si sapeva sempre, ed esattamente, cosa avrebbe detto quel collega in quella determinata circostanza. Tutti sapevano, sempre, quello che gli altri avrebbero detto. Tutti sorridevano a denti scoperti senza allegria, solo perché bisognava.
Il pensiero cambiò: viaggio in auto.
Si immaginava di essere a bordo di quelle auto che non poteva permettersi ma che conosceva grazie alle riviste specializzate.
S’immaginava il profumo del lusso, il silenzio dell’abitacolo, la forza restituita dall’accelerazione. Percorreva le vie della città fino ad arrivare alla tangenziale per poi partire per un viaggio da qualche parte.
Altro pensiero; la collega.
Pensava ad una sua collega, una di quelle cui forse nessuno pensa di notte.
Non era bella ma lui intravedeva nei modi di lei un qualche segreto che gliela faceva desiderare in modo irrazionale. Si immaginava un incontro casuale: a casa di lei oppure in ufficio da soli. Lei, ad esempio, era a casa sua e lui, per un motivo ics che non era il caso di sviscerare poiché irrilevante, si trovava a passare di là.
Lei era in doccia e per caso aveva bisogno dell’accappatoio che lui le porgeva: da lì sarebbe cominciato, come in un improbabile romanzo rosa-erotico, un incontro sessuale selvaggio e umido di voglie finalmente liberate.
Questo pensiero di solito lo eccitava e, anche, lo faceva arrivare al sonno. Quasi impercettibilmente scivolava oltre la soglia della coscienza e andava a raggiungere il riposo e i sogni.
Ma quella sera riconobbe la meccanicità dei pensieri e la loro sottomissione all’abitudine.
Provò, con un moto repentino di disgusto, la somiglianza di quei gesti e pensieri.
Perfino i suoi desideri non osavano, non riuscivano ad andare oltre l’ordinario.
Si accorse che questa consapevolezza lo spingeva pian piano nel sonno e si sentì umiliato e impotente;come in gabbia.
Poi più nulla.
Confusione, torpore, gusto amaro in bocca.
Un’eco, prima lontano poi sempre più vicino e familiare.
PEEEE-PEEE-PEEE; Cazzo, la sveglia.
Stanchezza;peggio di quando era andato a letto.
Ancora cinque minuti poi si sarebbe alzato.
Provò a guardare da vicino quel sottile senso di disagio, vago eppure corposo.
Sentiva uno sgradevole senso di smarrimento, di insoddisfazione.
Pensò alla cena; forse aveva mangiato pesante e il suo stomaco era delicato. Forse un brutto sogno, un incubo pauroso; niente.
Stava quasi rinunciando e alzandosi gli venne in mente.
Seduto in fianco al letto, i gomiti appoggiati alle ginocchia, la testa in avanti, quasi pesasse cento chili.
Gli venne in mente l’ultimo pensiero prima d’addormentarsi.
Si disse che doveva avere un significato e che ci avrebbe pensato a fondo, durante la giornata.
Anche a costo di non sorridere ai colleghi.
Anche a costo di non recitare la sue parte.
Anche a costo di diventare fatalista perché un pensiero così, quando viene, bisogna capirne il senso, tradurne il messaggio.
Diceva esattamente così:
“vorrei essere altrove, ovunque ma non qui, non così”.
era inverno quando ci scambiavamo parole con anonima.
le ripropongo, mi piace pensarle qui nel nuovo blog.
Cara anonima 4
Oggi c’è un bel freddo invernale.
Di quelli puliti, tersi, che fanno uscire il vapore dalla bocca come si stesse fumando.
Pensavo a questi fenomeni di trasformazione chimica: credo, ad esempio, che il vapore sia dovuto alla differenza tra il freddo del fuori e il tepore del dentro.
Una così pronunciata differenza da indurre a pensare a quanto ci si di misterioso e incantato in questo percorso di vita.
Il respiro, fonte di vita, impercettibile movimento involontario, si mostra pudicamente attraverso un impalpabile vapore.
Che di suo non ha nessuno scopo.
E che svolge la sua funzione senza pretendere gratitudine.
Un insegnamento.
Ieri parlavo con una persona molto cara, ci siamo detti cose molto personali.
Da quel parlare che fa male e bene insieme, ci si diceva in sostanza del grado di intimità che ci si concede, nel considerare quel che vivendo, capita. Di come si desidera attraverso il filtro della propria intera vita; della verità vera che continuamente si censura da sé, come potesse decidere fin quanto ci si possa lasciar andare a questa.
I pensieri che avrei voluto esprimere, sono arrivati dopo.
Pensavo ad esempio alle difese che mettiamo in atto: le difese che ergiamo a protezione del nucleo centrale, che non si può denudare.
Lo scandalo della nudità.
Giochiamo a vivere in bilico tra l’autenticità e l’opportunità.
Quali paure ci trattengono dall’esprimere senza remore quel che sentiamo.
Ma quel punto vitale lavora e incamera le esperienze, le unisce e rimodella.
Non saremo mai più quel che siamo appena stati: è già passato, subito dopo il suo turno.
Andato, sparito, volato.
Come la possibilità di essere in comunione con noi stessi.
Domenica ero a Caorle.
Camminando sulla passeggiata che porta alla “Madonnina”, caratterizzata dagli scogli-sculture, guardavo cielo e mare.
Dalla parte del levante qualche nuvola, lontana e remota, macchiava una porzione di quel cielo distante.
Sopra e verso ponente, invece, l’azzurro tendente al crepuscolo, lasciava vedere lontano, fino alla linea dell’orizzonte. Dove mare e cielo si sposano baciandosi.
Il sole calava proiettando luce sul mare, che galleggiava brillante e viva.
Il tutto emozionava parecchio.
Eppure attorno a me un chiacchiericcio domenicale, indifferente.
O forse vivevano quell’agio senza bisogno di frapporre silenzio, distanza.
Tutto fuso insieme, senza fatica.
La vita sembrava leggera; o meglio, lo era.
In quella leggerezza alzarsi e lievitare non avrebbe sorpreso nessuno.
Chissà dall’alto come sarebbe stato. Vedere quel solido e impalpabile insieme, da un’altra prospettiva.
Un bel freddo come oggi a completare la scena.
Nella tua ultima parlavi di interpretazioni, di circostanze, di impossibilità di mentire a te stessa.
E queste considerazioni le sento molto vicine a quel che anch’io vivo.
La differenza però, credo, ma magari mi smentirai con la tua prossima, sta nel fatto che io ho adottato a sistema di vita quest’assenza di finzione.
A meno che non sia costretto al contrario, sono me stesso. In qualsiasi circostanza, con chiunque.
In modo ormai naturale, consapevole che pagherò un prezzo, forse, ma che ormai ho scelto: non ci posso che essere io, sempre, in ogni parola, pensiero, fatto.
E questa vicinanza con la responsabilità diretta nell’agito, mal che vada, m’inquieta, agita, stordisce, ma mai delude.
Sono una contraddizione verticale, un tutt’uno che convive col paradosso nelle ossa.
Oggi è freddo.
Il tempo varia in continuazione da nuvoloso ad assolato.
Ora è sole, poi nuvole, forse pioggia.
E non ci posso far niente; e forse nemmeno voglio.
Se fosse sempre sole, che noia.
Non si apprezzerebbe più, diventerebbe scontato, obbligatorio.
E quando si vive dando per scontata ogni azione, e si anticipano parole e pensieri, la vita ha esaurito il suo ciclo.
Conviene fermarsi e ricominciare.
Cara anonima, finisco così.
Attendo la tua risposta, se vorrai.
Ciao
Silvio ha 40 anni. E ci pensa spesso da quando li ha.
Q U A R A N T A
40, pensa. E ci pensa pensando a come si sente e come, anni fa, pensava si sarebbe sentito.
Il futuro, in Silvio pre-40, era un traguardo che scivolava sempre via.
Era nel suo adesso di allora, si metteva a pensare a lui cercando di vedere se ne usciva una fotografia. Magari non un primo piano; ma con uno sfondo di un luogo nel quale si sarebbe trovato nel momento della foto. Potevano essere le colline dell’Umbria con un disegno multistrato dello sfondo di queste che si stagliavano contro il cielo. Con quel loro verde multitono, numeroso e generoso di bello. Vicino, un albero che lo sovrastava con gentilezza. Guardandosi in quella foto avrebbe sicuramente speso del tempo nell’osservazione dei particolari di quell’albero maestoso e silente. E avrebbe contribuito a togliere ogni brusio dal ricordo di quell’istante preciso in cui era stata scattata la foto.
I vestiti e la pettinatura erano più difficili da prefigurare: così come guardando quelle vecchie notava subito la differenza tra com’era, allora, da come invece appariva anni prima.
Ne avesse avuti 30, quando s’immaginava di averne 40, guardandone una nella quale ne aveva 25, vedeva d’acchito questi particolari.
Comunque adesso ne ha 40 e ripensa al passato.
Scappa senza vigliaccheria come fanno tutti certe volte. Non c’è niente da fare: talvolta lo si fa; lo fanno tutti.
Silvio non fa eccezione e scivola nel tempo dei ricordi.
Il ricordo non va lontano: stamattina.
Gira che ti gira.
La fine del sonno coincide con l’inizio del giorno. Lo scuro, fuori, ti avverte che è presto; e tanto. Ma quando il sonno va non gli si corre dietro per riprenderlo.
Silvio non è uno di quelli che quando si svegliano, guardano l’orologio e non gli pare vero manchi ancora così tanto al gr1 delle 07; e alle 07.15, terminato il nazionale, mandano quello regionale.
Certe volte ascoltando la radio in AM, sentiva il nazionale e poi il regionale del Friuli invece di quello del Veneto: una bizzarria si diceva non capendo un bel niente di come le radio riescano ad arrivare agli stereo di casa.
Una voce stereotipata nell’etere: ma che vuole dire?
Da sveglio, s’alza.
Rotto nel corpo e intorpidito nella mente.
6 ore di sonno e una giornata lunghissima prima d’arrivare alla sera.
E’ un pensiero infausto da pensare che si passi la giornata in attesa che finisca.
Da vecchi. Un anziano fatica a fare quasi tutto e allora, qualche buona ragione ce l’hanno da recriminare. Sarà la pace dei sensi. Che quieta esistenza al riparo dal desiderio. La vecchiaia dev’essere così sennò non ha senso; e un senso c’è senz’altro.
Da qualche tempo alla mattina si fa almeno 5 minuti di stretching per uscire dal torpore corporeo. Per quello mentale c’è il tè verde e il caffè.
Uscire dallo stato soporifero della notte a quello efficiente del giorno.
Un cambiamento cui ha fatto l’abitudine visto che lo fa da sempre.
Ogni nuovo giorno ha diverse fasi e ognuna di queste ha dei riti.
Il rito della prima mattina è quello del bagno e della colazione.
Nell’espletamento di questa lenta e abitudinaria resurrezione, il tempo passa al futuro e pensa alla giornata di lavoro in reparto.
Infermiere diplomato, dipendente ALSS c/o la rianimazione dell’Ospedale Civile “SS Giovanni e Paolo”.
Un lavoro delicato.
Ha sempre un piccolo moto di compiacenza quando glielo riconoscono. Lui aggiunge spesso a questo riconoscimento il fatto, indubitabile e forte, che è un lavoro che deve quotidianamente fare i conti con la morte.
Giungendo alla parola morte abbassa sempre un po’ il tono: m o r t e, recita la sua voce, mentre lo sguardo raggiunge gli occhi di chi gli è di fronte; m o r t e, pronunciata come fosse un alito di vento caldo, ipnotico, soporifero.
Oggi ci sarà quel figlio di puttana del primario: il professor Maglini: Ernesto Maglini.
Lui lo seguirà con le cartelle in braccio nel giro visite.
Ci sarà Maria, la caposala; il dottor Speggiorin; lui e una decina almeno di tirocinanti.
Maglini, a seconda di come s’è svegliato, di come ha digerito, sarà deliziosamente disponibile; oppure un insuperabile bastardo di luminare. Non ci sono possibilità di capire prima come girerà la giornata senza prima averlo guardato in muso, quella merda straricca d’uomo.
In realtà avrebbe delle intuizioni che potrebbero fare di lui un grande medico. Il tutto però è suscettibile di improvvisi guizzi di genio: talvolta è parimenti un inestricabile composto di scienza e poca voglia. E in un reparto rianimazione, la differenza sta tra la vita e la morte.
Sua figlia Enza, la oramai dottoressa sociologa Enza Maglini, me la sono fatta.
Una sera di primavera, ad un convegno del suo onorabile papà, tra le ragazze che accompagnavano gli invitati ai loro posti, vestite con completini blu e camicia bianca e targhetta sulla sinistra ad altezza cuore, m’accompagna quest’Enza. In viso non era granché, e neanche il resto a dire il vero. Eppure la sua gentilezza, una quasi grazia direi, m’ha colpito. Negli intervalli, oppure per andare al cesso, me la guardavo tutta, e lei ricambiava.
Alla fine, due palle grandi come mongolfiere, pur riconoscendo la maestria dell’eloquio del mio primario-padrone, la noia che corrodeva ogni minuscolo spazio, la vedo.
Corro in bagno, un’occhiatina, e via; mi lancio.
La scusa è quella di informarmi come si faccia, volendo arrotondare, e non per me, eh, ma per un amico studente, a contattare l’azienda che si occupa degli addetti alla sala; visto che lei sembrava così dentro la cosa; sì, perché diciamola tutta: anche a fare le pulizie, avendo voglia di lavorare, lo si può fare bene.
Lei m’ascolta, ogni tanto saluta chi esce, e dopo un po’ m’accorgo che conosce tutti i relatori. Glielo dico e, aggiungo, penso davvero che bisogna avere esperienza e professionalità per sopportare sta manica di stronzi mollacciosi.
No, dico, rispondendo ad una sua domanda: sono solo un infermiere professionale ma, aggiungo con un tono pomposo, sto appunto pensando di prendermi la laurea in scienze infermieristiche; in fondo sono solo due ani.
Lei incrocia le braccia, mi chiede se esco un attimo a fumare una sigaretta: come no, ci mancherebbe, andiamo.
Appena fuori mi chiede se mi interessa davvero l’azienda o se ho qualche altra idea. Tutte e due, rispondo. Snocciola così il numero della cooperativa sociale che si occupa del servizio e mi dà il suo cell chiedendo anche il mio numero.
Un paio di sere dopo siamo fuori assieme. Appuntamento in centro per un cinema, una pizza e poi si vedrà, mi spiega quando mi chiama.
Andiamo a mangiare la pizza prima, le chiedo io implorando un sì: scusa sai, ma poi non digerisco.
Poi al cinema alle 22.
Seduti al buio della sala d’essai, il film avanza lento. Racconta la vita e la morte di un padre che ritrova così il figlio con il quale ha un pessimo rapporto.
Continuavo a pensare che l’indomani attaccavo col turno delle 7 porca troia. Questo natura,mente m’impedisce di provarci. Penso che, cazzo, se ci sta, che ora facciamo?
Ci provo: ma no.
Ci provo: ma sì.
Il film è bello, niente da dire. Lei sta in silenzio: un silenzio tutto composito e al tempo stesso sciolto.
C’è una scena verso la fine che mi vien da piangere. Non so cosa fare; m’asciugo una mezza lacrima senza farmi vedere, di nascosto che tanto lei è tutta presa dal film e manco s’accorge.
Alla fine non ci provo, mi dimentico della sveglia e mi perdo nelle scene e nel ritmo lento ma deciso: il protrarsi del film ha il ritmo della vita: sembra vada piano ma poi t’accorgi all’improvviso che è troppo tardi per fare quello che hai sempre rimandato; chissà se è uno dei significati del film; chiederò a lei che ha sto cipiglio d’esperta imperturbabile.
Usciamo e le chiedo come sta. Bene, e seppure non l’aggiunga, sembra implicito sia così; del resto, come dovrebbe essere, se non, appunto, così com’è.
In realtà comincia a parlare delle sue sensazioni e di come abbia fortemente sentito il rapporto padre/figlio in modo intenso. Anche lei ha un padre con il quale fatica ad andare d’accordo anche se gli vuole un gran bene.
Forse non l’ho detto, ma io non sapevo ancora chi fosse il padre e vattelappesca se lei invece sapeva chi sono e dove lavoro.
A sto punto sparo anch’io qualcosa sul rapporto conflittual-generazionale con i miei. Ma sono ridicolo e glielo dico. La verità, aggiungo, è che non so cosa dire e come sentirmi con i miei: sono mezz’oppresso dal senso di colpa, del dovere; voglio loro bene ma non so spiegarmi perché.
Dieci secondi di silenzio.
Lei gira la testa e mi guarda.
Confermo che non è bella ma porca di una troia se ha lo sguardo di un’intelligenza sovrumana che mi sbatte all’angolo e mi lascia senza una parola da dire.
E in più sente tutto e si vede che capisce quel che provo e si rigira a guardare la strada buia. Andiamo verso un parcheggio che sta a trecento metri chiacchierando di nulla.
Mentre l’accompagno alla macchina dico parole che m’escono senza che le possa controllare. Racconto della mia militanza politica in giovane età. Di come sia tutto sommato contento di quel che faccio anche se talvolta mi piacerebbe mollare tutto e partire. Lei ascolta e ogni tanto interviene con un’arguzia che mi sarebbe piaciuto registrarla tanto era opportuna. Ad un certo punto estrae dalla tasca un telecomando e un rumore secco e silenzioso, tipo “S C I O K”, seguito da quattro frecce che lampeggiano, mi riconsegnano alla realtà con brusca perfidia.
Le quattro frecce appartengono ad una BMW sportiva, di quelle col culo tagliato. Dalla targhetta capisco che è un tremila.
La guardo meglio e m’accorgo che è rivestita da tessuti che vendono solo nei negozi del centro.
Ripenso ai discorsi fatti in pizzeria. A quando le raccontavo delle mie vacanze in pensioni senza stelle. Ai campeggi con sacchi a pelo e tendine canadesi.
Alla mia camicia comprata ad una svendita.
Ricado nella trappola classista e mi sento un essere inferiore.
Lei s’accorge di tutto, l’ho già detto. Aspetta che mi riprenda dallo shock e mi dice che la sua è dal carrozziere; sì, che ha una piccola Audi 1400 tdi.
Mi chiede se mi decido a salire o se la serata sia finita qua, al parcheggio. Lo dice lasciando a me ogni responsabilità, come se il tutto le fosse indifferente.
Inciampando nelle parole le chiedo per andare dove, qualora salissi. A farci un giro, ammirare la laguna dopo essersi fatti una canna e poi, visto che c’era anche la luna piena …… Una classe: anche nel lasciare quei puntini; senza il minimo imbarazzo o tensione.
Salgo.
Accende e il rumore che s’ode è quello dell’opulenza, della potenza senza prepotenza; appena percepibile ma deciso. Lì in macchina m’accorgo che è così anche il suo profumo.
Le mani compiono gesti senza fatica. Il volante e le marce sembrano assecondare il pensiero prima che l’azione. Ha le mani belle, curate, affusolate. A occhio e croce sono la sua parte più bella. La musica dell’impianto invade ogni cellula ed è dolce e penetrante.
Arriviamo in laguna, nei pressi dell’aeroporto.
Si ferma dopo aver percorso un mezzo chilometro su di una strada sterrata che fa ballonzolare l’abitacolo servito da sospensioni rigide adatte alla guida sportiva.
Solo ora m’accorgo della magnificenza della luna che irradia un chiarore perfettamente intonato al film, all’auto, al profumo leggero che il suo collo sembra emanare.
Apre il cruscotto sfiorandomi con una mano un ginocchio. Tira fuori una scatoletta con dentro l’occorrente per uno spinello under the moonlight. Fa tutto lei. Con grazia, naturalmente.
Lo accende evitando di rovinare la perfezione cui è, evidentemente, abituata.
Mi passa la canna odorosa di Marijuana del sudamerica ( non che me ne intenda; me lo dice lei che è colombiana).
Due minuti dopo getta il mozzicone.
Ha la nuca appoggiata al poggiatesta.
Io sono un brivido rilassato. Sto così bene che non sento il bisogno di rompere il silenzio che la voce profonda dello stereo sta incitando.
Una mano mi accarezza la testa.
Mi giro e le bacio il collo.
Lei sospira.
Inizio a toccarla mentre lei fa lo stesso con me.
Ad un certo punto scoppia a ridere come una pazza: all’improvviso.
Mi ci faccio trascinare anch’io. Immagino sia l’erba ma scopiamo ridendo come due pazzi. Le lecco la fica con ardore e passione e lei viene una volta urlando e ridendo. Poi srotoliamo un preservativo che lei mi fa indossare facendomelo ingrossare sempre di più. Glielo infilo e senz’ansia aspetto che sia pronta per il secondo orgasmo, che arriva dopo un po’.
Finita la scopata, bellissima e spiritosissima, ci rivestiamo.
Tornando ci raccontiamo un po’ di noi.
Lei sa chi sono; io lo scopro solo in quel momento.
Cosa, la figlia di Maglini?
“Mi sono fatto la figlia di Maglini, senza sapere ch’era lei e provandoci anche un certo gusto. A parte il fatto che non è un granché, devo purtroppo riconoscere che un qualcosa di lei mi solletica.
torna l'anonima.
al quorum ho reagito con una lettera ai giornali, abitudine che avevo persa da un bel pò.
che altro dire.
niente.
alla prossima
cristiano prakash dorigo
Anonima 3
Eccomi, sono io.
Immagina un salotto con due divani, un tavolo, stereo, libreria ben fornita.
Tende e copri divani suggeriscono una predilezione per lo stile orientale, così come gli oggetti che stazionano, qua e là, morbidamente, senza invadere; piuttosto portano il gusto di un’esistenza diversa, possibile seppur lontana.
Sono seduta con un libro in mano, la voce della tivù accesa galleggia.
In questa ubiquità ho quasi il sollievo di non pensare; mi par di stare in equilibrio tra le due forze: quella auto diretta del libro da una parte; quella etero diretta della tivù dall’altra. E io sospesa come su di una fune, sicura pur nella precarietà oscillante.
Arriva una voce come una saetta, all’improvviso.
Sembra gracchiare anche se è familiare e calma.
Porta parole col punto interrogativo, non volendo far pesare l’origine indagante del significato.
“ a cosa pensi ?”
E’ come se una botta di realtà entrasse come un missile.
Da quello stato etereo del riposo necessario, al pericolo della ragione.
Il fatto che sia qui e altrove esige una spiegazione.
Devo avere un’espressione indicativa; da cui si deduce qualcos’altro.
In questo momento penso questo cui sopra.
Vorrei provare a rispondere così come faccio ora: attraverso la parola scritta su di una pagina bianca effimera, con i caratteri neri a favorire il contrasto.
“ Voce”, mi sembra di dire pur pensandolo soltanto, “ puoi cercare la risposta leggendola su questo schermo che ora in meno di tre secondi apparirà? La mia voce riposa con me in questo equilibrio di cui parlavo qualche riga fa”.
Pur non essendo certo pienamente sana, qualche rappresentazione impossibile della realtà, me la concedo.
Se non ho voglia di parlare, queste bizzarrie arrivano. E’ come se aiutassi me stessa a trovare strategie per esserci, anche quando mi consento brevi fughe.
Non so se sono brevi dipartite per non essere qui, o se sono solo la risposta al bisogno di partire.
Come se non essere qui fosse avere più possibilità.
Come se partire fosse ossigeno.
Tutto sto giro di walzer per dire che non mi preoccupo di avere dei pensieri matti. Preferisco che si mettano in coda, e quando è il loro turno, che passino pure.
Voglio dire: ci sono! Cosa dovrei fare, far finta che non esistano?
E sono convinta che servono per salvarmi dalla nauseante rigorosità della logica.
L’ossessione del pensiero corretto.
Non ci fossero, sarebbe come non sbagliare mai.
E il dolce sapore di quando si fa la cosa giusta?
La leggiadria di stare nel giusto: quello rivelato dall’istinto, non quello istituzionale.
Il salotto, l’equilibrio e la voce, scompaiono al risveglio.
Non so se ho sognato o pensato.
Non so se era una rappresentazione fantasmatica della realtà o di quello che il reale non è.
Non so nemmeno se non l’abbia inventata adesso per avere un pretesto per scrivere.
Per comunicare.
Con lo pseudonimo che ricorda il mistero di chi non è, se non perché si sa che dietro a quell’anonima, c’è una che ha una vita.
Non so se ci si può accontentare di avere un dialogo con un’ombra.
Ma qui leggo molti pseudonimi, o nick, come si dice.
E se anch’io devo soggiacere alle regole del gioco, lo faccio attraverso la naturalità: mi si conosce per anonima, e anonima sia.
Sono costernata di come mi sia imbarcata su dei discorsi che iniziano a non essere più un’esigenza comunicativa, ma una volontà di permanenza.
Forse vorrei essere anch’io là.
Vorrei anch’io godere della compagnia leggera di voci senza suono che attraverso il commento seguono la mia vita.
Per lo meno quello che racconto della mia vita.
La mia vita intrapsichica.
Che anche questa è fatta di carne e sangue, nervi che frustano e rimbalzano con la maestria di chi non ha padroni cui giustificare la non linearità dei propri movimenti.
Qui sono l’anonima.
Nella mia vita vera sono nota e nominabile.
Quando sono anonima o entro nelle storie degli altri riesco a liberarmi dal peso dell’identità e vivo il trasporto che questo mi consente. È come immaginare di potere tutto, qualsiasi cosa; perché tanto non c’è nulla da difendere, niente che impedisca la libera scelta, anche quella illogica.
Quando sono me, nella vita reale, il sogno, o meglio, la possibilità, si riduce a seconda dei vincoli. Insomma, talvolta mi par d’essere la prima vittima della mia stessa prigione.
E ho invece, davvero, bisogno di lasciar andare, senza paura di ritorsioni, tutto il peso che m’opprime.
Mi sono adeguata al tuo stile errabondo e ho sparato parole a raffica senza un filo conduttore. L’ho fatto forse perché, come dicevo appunto poc’anzi, mi sento oppressa dai doveri, non scritti ma impliciti. E avevo invece voglia di essere libera.
Proprio per questo ti chiedo di leggerla prima di pubblicarla, non vorrei sembrasse un uso improprio della follia.
Di fatto però, scriverla tutta d’un fiato, mi ha svuotata; e non ci speravo davvero.
Infatti, fossi ancora in quel salotto, adesso, risponderei così:
“ a cosa penso? Vieni, siediti qui vicino che ne parliamo”
ieri sera ero vagamente sgomento. in gola parole incazzate contro il conformismo, il qualunquismo, la banalizzazione della ragione in favore del "mah sì, chi se ne frega".
un forte sentimento- ed è davvero strano che io m'incazzi - contro le melliflue dichiarazioni di preti e codazzo. in questo caso, c'è di mezzo la civiltà: si dice sì o no: punto.
no, a tirar fuori questa e quell'altra citazione, slogan, e facce di tolla.
capisco il proselitismo; e appunto per questo, per me, è ora di basta.
preti e santi, state lontani da me.
Venticinque virgola nove laici.
Settantaquattro virgola uno no.
Recentemente ho letto un bel discorso sul conformismo, su quel vivere secondo i dettami di altri che così ci si sente tranquilli, protetti, in stretta fratellanza con gli altri.
Immagino che possa sembrare quasi offensivo, detto così; ma non lo vuol essere: è piuttosto una constatazione dei fatti. Perché si basa sui fatti e non su fedi, ideologie, slogan: è insomma un dato di fatto di come siamo.
E d’altronde non mi sorprende.
Abbiamo una classe politica originale, democraticamente eletta.
Abbiamo nel ventre la tara della chiesa che convive, spesso allegramente, con buona parte della classe cui sopra.
Abbiamo preti in ogni dove, in ogni trasmissione e giornale, che fanno proselitismo in nome dell’amore, dell’etica e della morale, e disquisiscono su argomenti che condizionano fortemente la coscienza critica.
Insomma, c’è una maggioranza di tre su quattro che s’adagia su un giaciglio comodo, confortevole, pieno di certezze provenienti da voci calde, suadenti e convincenti.
Siamo target cui rivolgere parole d’ordine, consumi allegri, spensieratezza leggera.
Siamo così e votiamo e amiamo illusioni tre per due, pagabili a rate; quasi non si sentono, tanto discreti sono; convincono e vincono profitti, finanche pronti a vivere secondo modelli chiari, cristallini; abbiamo progetti a breve termine: vacanza, casa, ferie, taglie, vip.
E ci siamo, sì.
Davanti allo specchio, chi vedo?
Guardo dritto negli occhi, per poi abbassare lo sguardo, nonostante le consuetudini ferree della prassi, che vorrebbe uomini che lo reggono a oltranza. Ma io trovo lo sguardo, se insistito e costretto, una forma di invasiva inutilità.
Parlo di quello obbligato, pro forma; non di quello spontaneo.
E la spontaneità, una rara forma di libertà.
Quegli occhi mi obbligavano a denudarmi, a togliermi la consueta corazza. Che uso per difendermi, e per presentarla al mondo. Il mondo, sono gli altri. Che si aspettano qualcosa di coerente, di tangibile.
Ma se capita che non ho niente da dire, da offrire; se il dubbio mi accompagna sempre; se quel dubbio annulla le certezze e le rimette sempre in discussione; se sono come sono anche se talvolta può sembrare che non sia proprio per queste ragioni?
Io non mi preoccupo.
Perché non vivo più per sembrare.
C’è un prezzo da pagare, lo so.
Fraintendimenti, equivoci, incomprensioni.
Ma il processo è irreversibile, perché il risultato è prezioso.
Sono come sono, e ho me.
Al pc, di sera, a scrivere qualcosa di impalpabile.
Non so bene perché abbia scritte queste parole. Se fosse un quadro, sarebbe astratto.
Vedo e sento e mi viene da raccontare.
Ci sono parole che sgomitano e si mettono in fila per essere scritte. E non hanno paura di non essere pienamente logiche.
Queste sono per me. Un dono perché mi si sono separate. Se non ci sono più, perché ormai le ho scritte, liberano spazio, respiro.
Sì, adesso, finite di scrivere ‘ste due righe, vado a sbarbarmi, a lavarmi e vestirmi, e poi esco.
Sì, poi raggiungo il garage di lamiera dietro casa e inforco la bici.
Sì, poi con leggerezza e lentezza, che è domenica mattina, mi avvierò verso il centro di questa periferia.
Sì, poi mi troverò con un amico per scambiare due chiacchiere, comprare il giornale, fare un prelievo, modesto, ché sto mese quante spese accidenti.
Sì, già che ci sono ne approfitto per rafforzare la muscolatura alle gambe, facendo una tirata furibonda di almeno tre minuti al massimo della velocità.
Sì, ma subito dopo riprendo la media domenicale che è lenta, tranquilla, calma.
Sì, poi torno a casa, leggo il giornale, pazzeggio e mangio qualcosa.
Sì, ne approfitto per fare tutto quello che in settimana non riesco per mancanza di tempo cerebralmente attivo.
Sì, perché comunque nel pomeriggio, poi, mi rilasserò.
Sì, perché comunque oggi il tempo fa schifo.
Sì, perché comunque ieri sono stato in spiaggia, al lido, e mi sono pigramente goduto il sole.
Sì, perché comunque mi sta bene questo molle sentimento di arresa alla fatica, rivolto al recupero.
Ah, oggi voterò, anche.
talvolta sono così serio che per compensazione devo essere anche faceto; pesante e leggero; bianco e nero; allegro e triste; tutto e niente.
sono completo nella perfetta imperfezione
Ritardo!
Apri la porta di corsa tira fuori le chiavi dà almeno due giri infila le chiavi sullo zaino e fai i gradini quattro alla volta.
Guarda a sinistra direzione da cui proviene il pachiderma arancione che si farà acciuffare se corri corri veloce.
La porta s’apre e tu sali ansimando trovi il posto e ti siedi e senti che l’alchimia tra il caffè e il dentifricio e lo sfrigolio doloroso del rifiatare ti rende un essere poco presentabile per almeno altri cinque minuti.
Tiri fuori dallo zaino il tuo libro che parla delle diverse concezioni e pratiche della meditazione nelle diverse religioni che abitano questo triste mondo.
In tutte nessuna esclusa pur con le differenze basilari che intercorrono tra queste c’è il dettame che il continuo fluire dei pensieri crea inutili ansie.
Ed è sempre e comunque un’ansia inconsistente ed inutile in quanto il loro continuo fluire ne produce una quantità tale da palesare l’ iniqua identità di ognuno di essi.
Pensi che sia vero e giusto e la schiavitù che ti schiaccia e costringe a rincorrerne il flusso inarrestabile sia il segno dell’inutilità di una vita all’insegna di una malinconica inutilità.
Decidi di stare all’erta.
Decidi di aderire al detto della cabala ebraica che sostiene “attenzione è potere”.
L’attenzione.
Attento a quel che succede.
Il primo pensiero arriva alla partenza del bus e dice che questo è un rumore infernale e indegno e che le linee che arrivano in periferia hanno sempre i mezzi più vecchi.
Il secondo ti chiede se hai dimenticato qualcosa o invece se hai tutto a portata di mano compresi telefonino e agenda e libro e abbonamento.
Il terzo pensiero fa una dettagliata relazioni di tutti gli utenti seduti attorno a te privilegiando i commenti sulla loro estetica e affidabilità e provenienza etnica.
Il quarto si perde nel chiacchiericcio incomprensibile dei due bengalesi seduti vicino a te e dell’odore speziato che i loro indumenti emanano.
Il quinto dell’odore che il gruppo di zingarelli turbolenti che hanno tutti le facce sporche.
Il sesto e settimo e ottavo e via all’infinito.
Gli occhi tornano sul libro dopo un paio di minuti.
Pensi che hai interrotta la lettura per seguire i tuoi pensieri.
Ti chiedi perché ma non sai rispondere.
Sale un gruppo di studentesse che ciancia di amori futili e appena s’accorgono dei bengalesi e degli zingari circondano la tua postazione portandoti dentro il loro ragionare di ragazzi e letterine ed eroi della televisione.
Basta!
Ti alzi e raggiungi il centro dell’autobus in prossimità della porta di discesa.
Schiacci il pulsante della richiesta di fermata.
L’autobus rallenta e apre la porta.
Ti guardi attorno.
Guardi le facce e alcune di queste restituiscono lo sguardo.
All’improvviso urli forte.
Fortissimo.
Urli fino a che ti brucia la gola.
Le facce ti guardano sgomente.
Tu scendi e ridi un riso spontaneo.
Il primo pensiero a bus partito è: “cazzo avrò lasciato il segno sul libro?”
swcpd
Ritrovo queste poche righe di un anno fa circa. Sono quanto meno attuali, mi dico; potrebbero andare bene anche adesso, ché tanto, compiuto il giro, giorno dopo giorno, mica che sia cambiato tanto.
E.. è sempre se stesso. O meglio è cambiato perché nessuno può farne a meno: si cambia comunque, a prescindere da sé, perfino.
Ma egli vede sempre attraverso la stessa lente. Come se il tempo, il contesto, la storia, potessero soltanto mutare il contorno, per lasciare immodificato il nucleo.
Mah sì, son solo poche righe così.
swcpd
E.. è un essere triste e il suo diario lo ribadisce. Un diario senza data, senza fretta, con un’interpretazione personale del tempo.
Queste righe ricordano un giorno estivo e un umore trasversale alle stagioni.
Inutile cercare un senso, una metafora.
“Plin plon tlan uuoouuu, rumori metallici, suoni elettronici.
La ragazza dal volto tirato, dall’espressione da yogurt, abitava al di là del bancone e sorrideva finti sorrisi privi d’allegria. I capelli neri contrastano il tempo per mezzo delle tinte chimiche; ma il tempo è cattivo sia là dentro che fuori”.
Caro diario ieri giornata tropicale per lo spirito e per il fisico che oramai mi sono solo un ricordo d’altri tempi. La ridicola volontà di aderire a un qualsiasi modello normale non ha fatto altro che svelare la mia anormalità; sono come un gobbo che vuol stare dritto, o uno zoppo che vuole far l’equilibrista.
L’unica attività plausibile è quella di guardare e trasformare le visioni in cortometraggi. E il film è sempre d’altri; io guardo soltanto.
Tu penserai che passerà, che è solo un momento di sbandamento; ma la vita è un momento, e la mia ha i capelli grigi.
Grigio, le fabbriche.
Giallo, il sole.
Blu blu, la notte.
Nera nera, la notte d’estate.
Verde, quest’acqua corrotta.
Bianco grigio, il mio viso fugace allo specchio.