"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità. La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà. La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà. La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività. Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.

Eccomi

Utente: swcpd

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Ultimi Commenti

Giangi2803 in parolenonstabili.blo...

Archivio

oggi
febbraio 2008
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005

Feeds

  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

sabato, 28 maggio 2005

 questo è un pezzo di diario che non esiste. non esiste in quanto non ho un diario, ma una vita sì. e mi è capitato mi venisse detto che scrivo, ma non dico di me.

questo è un pezzo di me. è solo un pezzo e in quanto tale non ha la pretesa di essere verità: è una trasposizione in parole di quel che mi potrebbe succedere in un giorno qualsiasi, pur senza necessariamente esser stato.

va bene, non si pretenda che scriva bene qualcosa che non mi è nemmeno chiara, alle otto e tre quarti di sabato mattina.

tutta fiction

swcpd

 

Anche oggi giornata piena e varia.

 

Accompagno Au a scuola in bici, ognuno con la sua. Si parla un bel parlare, pieno d’attenzione come si fa quando ci si misura; io lo faccio con lei, lei con me.

 

La comunicazione implica reciprocità, sempre.

 

Torno a casa giusto il tempo per uscire subito dopo.

 

Telefonate, lettura, organizzare la giornata in testa incasellando gli impegni.

 

Vado in casa di riposo di mia nonna, a Venezia. Una Venezia lontana da dove arrivo con l’autobus. Da casa, se i mezzi concordano, ci metto tre quarti d’ora; col traffico, un’ora quando va bene.

 

Arrivo e trovo lì anche mio padre. Il poco tempo che ho, cerco di sfruttarlo e mi tocca usare sofisticherie per fare di un appuntamento, una doppia possibilità d’incontro.

 

Facciamo due chiacchiere girando per il giardino in senso orario con la carrozzina che ospita mia nonna. C’è un bel sole che scalda, un cielo splendente, e l’erba è curata e lucente. L’ambiente è quello che ci si aspetta: vecchi impegnati a affrontare l’inutilità del tempo, nostalgie troppo lontane, sospiri brevi e frequenti, rughe sputate su volti che han dimenticato se stessi.

 

Venir estirpati da casa propria e messi là, in balia dell’umore di gente frustrata – conosco l’ambiente – dal doversi misurare con la fine imminente, e aspettare qualcuno che venga a trovarti per non far morire la speranza che sei stata persona, è crudele e privo di senso.

 

E io, che penso a questo, sono come quelli che ammettono un simile sistema, che toccherà a me e a molti altri, e non ho l’energia per urlare che questo E’ UN SISTEMA DI MERDA E QUINDI LO SIAMO ANCHE NOI: ognuno di noi è una parte del sistema, e togliersene è un imbroglio che si perpetra su di sé.

 

 

 

Che urlo. Ho perfino mal di gola!

 

 

 

Poi saluto, devo andare.

 

Là vicino -  che gioco d’incastri, eh – c’è la scuola elementare in cui m’attende una riunione.

 

Siamo tre sistemi che s’incontrano facendo un tentativo di condivisione: il soggetto è un ragazzino di quinta.

 

Le insegnanti, la psicologa della neuropsichiatria, servizio sociale.

 

Io sono là perché seguo il ragazzino. Sono chiamato a dire la mia: quello che vedo dal mio ambito.

 

Quel che vedo dal mio ambito è rabbia pura, tenerezza, bugie, parolacce e parole dolci. Vedo un corpo gracile e minuto contrapporsi a un mondo grande e infelice.

 

Vedo poche ore rispetto alle molte di ogni giorno.

 

Cosa volete che veda, che dica, che faccia?

 

Cosa volete che vi dica, insegnanti imbruttite dallo stipendio di merda che abbiamo; cosa volete che sia la mia presenza, foss’anche salvifica, nel suo piccolo, di fronte all’immane tragedia di un vissuto sopravissuto?

 

Che mi sento solo anche se sono forte e lo so. Che spesso non so cosa fare e improvviso anche se sono preparato. Che per fortuna non esistono le ricette in quanto ogni persona è una persona a sé stante anche se talvolta sarebbe bello ci fossero le ricette anche se ogni persona è una persona a sé stante.

 

 

 

La riunione finisce.

 

Per un altro pezzo di strada discorro con la psicologa di un altro caso che abbiamo in comune. Dico anche se non so bene che dire.

 

Direi che ho fame, le direi.

 

Direi che non so bene cosa dire perché non è facile parlare a una psicologa con competenza ma invece parlo con tono sicuro mentre le espongo che non sono sicuro di niente.

 

La saluto buona giornata dottoressa io vado.

 

 

 

Che fatica, vacca miseria, dissimulare il dubbio dichiarando il proprio dubbio simulando scioltezza.

 

Postato da: swcpd a 07:46 | link | commenti (5)
meta diari

giovedì, 26 maggio 2005

Mi è arrivato l’altro giorno da Croscia l’invito a partecipare a questo giochino.

 

Poiché parla di musica, mia antica passione, ho deciso di partecipare e mettermi, appunto, in gioco.

 

Istruzioni per l’uso:

 

in grassetto le domande, due punti a capo, le risposte.

 

non sono riuscito a rispondere come si deve, ma quando mai l’ho fatto?

 

Bene, mi spiace se qualcuna/o ha già ricevuto l’invito, ma ho poco tempo di recente, e non riesco a girare molto per la rete.

 

 

 

 

 

Volume totale dei file musicali sul mio PC:
2,94 g byte anche se adesso, grazie all’adsl gratis per qualche mese, incrementerò

 

L’ultimo cd che ho comprato:
”ballate per piccole jene” degli afterhours. Album eccezionale che consiglio vivamente

 

Canzone che sta suonando ora:
”the other woman” di anne sofie von otter & elvis costello. Un album, “for the stars”, davvero bello. E poi costello, insomma…

 

 Cinque canzoni che ascolto spesso o che significano molto per me:
non riesco a parlare di singoli, ma di artisti; anche stavolta, mi tocca trasgredire. Dunque:

 

caetano veloso

 

pgr

 

pink floyd

 

david sylvian

 

the cure

 

 Passo la palla a:

mia hoffman

frieda

scialli e ventagli

pamela canali

4 maschi e una donna

missy

sono tutti rintracciabili tra i  miei link

swcpd

Postato da: swcpd a 12:15 | link | commenti (11)

lunedì, 23 maggio 2005

riposto il ciclo epistolare di me e dell'anonima.

la domanda, però, resta aperta: chio son io; chi è lei?

vedremo se nei prossimi post saprò esaudire, almeno in parte, questo mistero.

 

Cara anonima 2

 

 

Cara anonima,

 

non so come iniziare a dire che non sento, in questo preciso istante, alcuna attitudine a risposte attendibili.

 

Sono a secco di cronache coinvolgenti e al massimo ho da offrire un’ordinaria quotidianità.

 

La mia; anche se a parole bisogna essere bravi a rappresentarla. E non lo so se lo sono abbastanza.

Ma tant’è, qualcosa ne verrà fuori.

 

 

 

In questo periodo sto rivedendo la gerarchia delle priorità della mia vita.

 

La mia vita è stata finora una miscellanea di avvenimenti più o meno pregnanti e significativi. Di questi ho selezionato i più importanti e scartato quelli deboli.

 

Questo è ciò che m’illudo sia: la realtà, però, quella nascosta e segreta, messa in un cantuccio è pronta, in caso di bisogno, ad uscire, attende senz’ansia di essere richiamata in superficie.

 

Per cui, talvolta, proprio quando non aspetto nulla, d’improvviso si manifesta nei modi più strani. Può essere un sogno, un passeggero calo d’umore, un fittizio benessere. Tutta roba che va e viene senza che io ne richieda la presenza.

 

Mi vien da pensare che, tra le cose – non fraintendere, per cose intendo eventi e quant’altro – che vengon così con le loro gambe senza che le abbia invitate, ci sei anche tu.

 

Prima di offenderti, però, lasciami il tempo di spiegare. E considera anche però, come dicevo all’inizio di questa mia, che sto andando avanti facendomi portare dalle dita che scrivono senza che io le comandi: senza trame o teorie; sono servo di queste dita, ma sarebbe più preciso dire polpastrelli, che girano piroettando fra i tasti.

 

Un servo felice

 

Dicevo: tu, paradigma dell’improvvisazione; di quel che c’è, là, nascosto, e che di solito non si nota, ma che poi viene per ragioni misconosciute.

 

Sono insomma consapevole di non esserlo; consapevole, intendo.

 

E con consapevolezza intendo attenzione, coscienza; di ciò che accade e perché.

 

 

 

In questo periodo ho vissuto dei momenti in cui il tempo non era calcolabile col tempo.

 

Mi spiego meglio.

 

Il tempo ordinario, supponiamo quello del lavoro, dura da, a: inizi alle otto di mattina e sai che finirai alle due del pomeriggio.

 

Quelle sei ore sono un tempo ordinario, calcolabile in forma lineare, cui ci si abitua talmente che alla fine l’orologio serve solo a confermare che la percezione del tempo è corretta – del tipo: c’ho una fame, dev’ essere almeno l’una -.

 

Per cui viviamo per la maggior parte in sintonia biologica col tempo.

 

Forzata, schiavizzante, se vuoi, ma non intendo questo; non ora, almeno.

 

Allora, il tempo è definito e misurabile per convenzione.

 

Ma ti è mai capitato – è una rarità ma sono certo che mi capirai – di sentirti in una dimensione totalmente destrutturata rispetto al tempo e allo spazio?

 

Tipo tu sei in un dato posto ad una tal ora ma questo è ininfluente, in quel preciso istante, per una sorta di magia spazio-temporale, ovunque tu sia, sei al centro esatto della scena e il tempo smette di essere un vincolo o una risorsa perché non è più. Ha smesso di funzionare in modo organizzato ed è totalmente a tua disposizione perché in quei momenti tu sei totalmente presente, e anche assente però, e semplicemente sei. Senza più fare, pensare; sei solo respiro e massa fisica che si scioglie nella materia circostante perché comunque siamo tutti composti di atomi.

 

Quei momenti accadono senza che noi abbiamo chiesto permessi, o proferite preghiere, o chiusi gli occhi, o smesso di essere, o iniziato a essere: succede in modo miracoloso e inaspettato e ce ne accorgiamo e riusciamo a testimoniarlo, attraverso l’esperienza.

 

 

 

Ti racconto attraverso un gioco per ragazzi della play station sta cosa sul tempo.

 

L’altro giorno assistevo ad una partita di un giochetto di cui non ricordo il nome. Consisteva nel vincere una gara svolta con mezzi improbabili tipo macchinette, contro una galleria di personaggi assurdi. Ogni scorrettezza è ammessa e addirittura incentivata da casse che contengono trucchi di ogni genere per sbaragliare l’avversario. Tra questi strumenti trita-avversari ce n’è uno col simbolo di sveglia: questa consente di godere di una velocità normale mentre tutti gli altri rallentano come vittime di una moviola che investe, per qualche secondo, solo loro. La grafica riproduce efficacemente un ambiente rarefatto dove, per qualche tempo, tutto rallenta.

 

 

 

Insomma t’è mai capitato di vedere una luce cristallina, una pulizia nell’aria; di sentire una chiarezza e serenità mentali, una profonda pace interiore senza ragioni che le giustificassero?

 

Il tutto di una forza straordinaria; di una delicatezza emozionante; di un fulgore abbagliante ma amico?

 

A me sì!

 

E so che succederà ancora.

 

Ma, poi, non so se sentirmi triste quando torno a vedere e sentire attraverso il filtro della personalità, con la tara della paura, con l’attacco di quando mi difendo.

 

Non so più che dire, cara amica anonima.

 

Ti chiamo amica pur non sapendo cosa pensi dell’amicizia.

 

In amicizia, io, vorrei essere sciolto, non sentirmi minacciato. Essere liscio seppur pieno di conflitti.

 

Amare con passione.

 

Essere compassionevole.

 

Ed avere, come unico desiderio, quello di essere sempre così.

 

 

 

La sera, come ogni giorno, di sera, sta avvolgendo la città e i pensieri.

 

E ora inoltrerò questa lettera così com’è, senza ripensamenti o correzioni.

 

L’ho scritta in bella e non l’ho corretta.

 

Perché tra amici si deve avere anche il coraggio di sbagliare.

 

Attendo la tua prossima, se vorrai scriverla.

 

Ciao.

 

 

swcpd

Postato da: swcpd a 07:57 | link | commenti
epistolare

venerdì, 20 maggio 2005

nei giorni in cui ero orfano di blog, buttavo comunque giù due righe. raramente passa giorno senza che abbia scritto qualcosa. questo post risale a quei giorni in cui disperavo di tornare in possesso di questo mezzo di comunicazione che mi aveva quasi rapito.

posto questa paginetta e tornerò presto.

forse.

 

Ci sono giorni in sintonia col tempo atmosferico.

 

Oggi c’era il sole e un vento che soffiava un freddo insolito, crudo, in netto contrasto col cielo che era azzurro assoluto.

 

Cercavo tutte le traiettorie assolate, come un gatto. Altrimenti il freddo mi penetrava procurandomi un bisogno urgente di fuga.

 

Via da quel freddo cane senza pietà.

 

Sole, sole e caldo.

 

E così torna, mesto ma neanche tanto, il sussurro, che dice di andare via.

 

Via dal nulla, a ritrovare quel qualcosa che sembra congelato dal vento.

 

Ma riprendo la mia strada, la  traccia assolata, per ritrovare la realtà che mi chiama con la sua voce stridula.

 

 

 

Oggi devo incontrare la mia prima utente alla mattina. Non devo fare niente di particolare, se non starci assieme, condividere momenti che hanno a che fare con la quotidianità, con la noia, l’abitudine, cercando di darle un po’ di colore e vita.

 

La sfida è questa: trasformare la piattezza in qualcosa di sottilmente gustoso. Arrivare gradualmente a sostituire la sensazione di invasività con il sapore del fare ed essere per sé; non per gli altri, ma per sé.

 

La qualità dell’intervento è di difficile lettura e, quand’anche qualcosa cambia, si deve saper resistere alla tentazione di attribuire a sé quel movimento. Si scommette a medio-lungo termine, un investimento a fondo perduto, forse.

 

Insieme sbrighiamo faccende domestiche e altre fuori casa, come andare a far la spesa, in banca, e poi si torna a casa calcolando i tempi che ci rimangono per cucinare e prepararsi, ciascuno per gli impegni del pomeriggio.

 

Poi vado dal secondo. Ragazzino multi problematico con cui di recente non riesco a far altro che guardare la tivù. I Simpson e poi un altro stucchevole telefilm americano che predica  buoni sentimenti fingendo di passare attraverso complicate problematiche esistenziali. Di solito risolvono tutto col buon senso positivista nord americano, Dio, le fossette sulla guance.

 

Lui guarda e nonostante si atteggi da duro, non sogna altro che una famiglia da mettere alla prova, che gli risponda che lui esiste. È un utopista e sogna l’impossibile.

 

E io, fossi appena più debole, la sera, a casa, non farei altro che piangere.

 

 

 

Poi sono andato da mia nonna in casa di riposo. Ottantacinque anni, in sedia a rotelle per una banalissima microfrattura all’anca, che invece di riposarsi, in quella casa, s’annoia a morte. E la morte, nonostante tutto, è ancora un pensiero lontano nel suo orizzonte prossimo futuro. E la costruzione del futuro, scandito dal rituale quotidiano, diventa il raggiungimento del prossimo pasto.

 

Colazione, pranzo, merenda pomeridiana, cena. Si torna alla fase orale;  si è vicini alla fine; la fine che si congiunge all’inizio.

 

Abbiamo girato più volte dentro la struttura e fuori in giardino; ad ogni giro lei ripeteva esattamente quanto aveva detto il giro precedente. Pensavo ai bambini che amano ripetere sempre le stesse cose: la sicurezza di ritrovare quel che già c’era, e che torna.

 

Dopo un’ora, devo andare. L’accompagno al quarto piano e lei acconsente volentieri. La lascio che sono quasi le cinque e mezza. A minuti servono la cena.

 

 

 

Fuori ancora sole e ombra, caldo e freddo.

 

Cammino lento, senza fretta.

 

Stasera è venerdi e sono stanco di tutta la settimana che mi pesa addosso.

 

Il fine settimana mi dovrebbe far riprendere le forze per iniziare la prossima agilmente.

 

 

 

Passato un giorno, è la mattina di sabato, il cielo plumbeo mi dice che se saremo ancora in sintonia, non esiste possibilità ch’io recuperi alcunché.

 

Le mie forze sono grigie, il vigore nuvoloso, gli occhi vedono solo, in anticipo, l’arrivo della pioggia.

 

È primavera, ma non lo è davvero.

 

Il tempo è, per assuefazione, quello che dicono le previsioni meteo.

 

Attendo il sole e ne seguirò il percorso. Tanto ormai, i cambi stagione, sono un tempo sospeso, senza tempo.

 

 

 

swcpd 

 

Postato da: swcpd a 08:02 | link | commenti (3)
cronache così

mercoledì, 18 maggio 2005

questo nuovo blog porta con sè, inevitabilmente, roba vecchia. ripropongo a sprazzi la sequenza epistolare tra anonima e me. come dicevo l'altra volta, un'amica fidata mi diceva che la parte dell'anonima, cruda e cupa, soffre dell'assenza di fisicità, di respiro. chi è che parla, che dice quello che lei dice? quanti anni ha, cosa fa, com'è fatta? dove abita, è sola?

queste alcune delle domande che costringono, nel senso della scrittura, a un'apertura; pena, il rischio dell'asfissia, della claustrofobica sequenza di parole senza un contesto.

e in effetti, devo ammettere, m'intriga la costruzione di un personaggio ex novo, dell'incrocio tra fiction e reale.

va ben, ci torno.

ciao

Anonima 2

 

 

La pioggia bagna finanche l’umore, umido d’autunno.

 

Il paesaggio s’ingrigisce, testimone della propria peculiarità stagionale. Nient’altro che rappresentando se stesso.

 

E come si sta, dentro casa quando fuori piove?

 

Ma come piove bene sugli impermeabili.

 

 

 

Questa la cornice, che non mancherà d’accompagnare queste mie parole. Giusto per dire che, dovesse prevalere una certa flessione trista, si dia colpa al tempo.

 

Mi rendo conto che continuo a proporre premesse su premesse, in quanto preda dell’imbarazzo. Mi sento inglese in questo rispecchiarmi col tempo, con la volatilità di pensieri decontestualizzati dalla loro storia.

 

 

 

Sì, sono io, l’anonima che ti ha spedito quella lettera per sbaglio.

 

È lecito provare imbarazzo di fronte a qualcuno che non conosci?

 

Non lo so se lo sia;  per me, però, è così. Rappresenta, seppur parzialmente, una realtà con cui fare i conti: io almeno, devo.

 

Ho scoperto tra l’altro che hai messo in rete la mia e la tua risposta.

 

Non so bene qual’era il tuo intento. Ho come avuto l’impressione che t’inorgoglisse il fatto di portare in pubblico una questione privata: in nome della purezza e della trasparenza.

 

Non che abbia grandi recriminazioni da fare; anzi, mi ha fatto piacere leggere tra i commenti una certa comprensione; solidarietà femminile, forse.

 

Però, e non vorrei sembrasse un rimprovero, io avrei chiesto se c’era l’accordo dall’altra parte.

 

 

 

La spinta a riscriverti – e ti concedo fin d’ora il permesso di pubblicare, se serve a qualcosa – è tutta  all’interno di una curiosità un po’ perversa, in un certo senso: fino a dove arriveremo, fino a quanto sapremo spingerci, io in particolare, incoraggiata dall’anonimato.

 

Ha una forma di erotismo – tutto femminile, non spaccarti il cervello a capire – quest’esibizione pubblica, nascosta dietro uno pseudonimo.

 

È come proporsi soltanto attraverso le parole e le emozioni che ne conseguono. Ed è tutto il contrario, ma al tempo stesso lo stesso, di esibire il proprio corpo sottacendo quello che passa dentro.

 

Una forma di esibizione al contrario, e i contrasti sono il pane dell’eccitazione.

 

E non solo di questa.

 

Passiamo tutta la vita cercando di armonizzare le nostre contraddizioni, i paradossi, le pulsioni vergognose e irrazionali, che ci siam perfino convinti d’essere scissi, divisi.

 

Penso a come ci si esibisce ogni giorno, indossando identità diverse ogni qualvolta interagiamo con qualcuno.

 

E con noi stessi per primi.

 

Spesso però non sappiamo accogliere nemmeno i nostri pensieri, le tentazioni, fantasie, desideri.

 

E altrettanto spesso pensiamo e agiamo in un certo senso, salvo poi dire il contrario.

 

E non sto dicendo che tutti dovremmo dire tutto quello che ci passa per la testa e spiattellarlo a chiunque.

 

No, non potrei dire questo perché non sono scema, né ingenua, né disperatamente depressa.

 

Sto passando un periodo neanche tanto male da un punto di vista personale, tra l’altro.

 

Solo che se guardo soltanto in superficie, in velocità, tutto è ok.

 

Ma si fermo, vedo, capisco, allora non posso esimermi dal dire, sprezzante e cattiva, che la realtà in cui viviamo è peggio di un incubo: è una finzione assurta a realtà, una bugia che somiglia ad una verità comoda. 

 

E sta avvenendo lentamente; si scivola impercettibilmente dentro un’illusione, con idiomi e codici ed estetiche inventate.

 

Forse scrivere queste cose “ lede la mia immagine ”. ma io, almeno qui, ho una non immagine e posso inserirmi correndo rischi che mi posso tranquillamente permettere poiché lontane dalla mia persona; qui sono solo un’anonima qualunque, un’entità eterea sebbene concreta.

 

 

 

E proprio da questo status in cui convivono la massima copertura e il suo contrario, mi sento libera di scrivere, proporre, e lasciare a te la decisione se fare, di questo atipico rapporto senza chiare definizioni d’identità, una sorta di sequel da blog.

 

 

 

Per concludere questa mia nuova, ti dico che la tua risposta, che risposta non era, non almeno in termini canonici, l’ho gradita; seppur poco centrata come risposta, mi hanno colpita certe possibili affinità tutte ancora da scoprire e verificare.

 

Insomma, a livello istintuale, ho gradito e mi “sono sentita in compagnia”

 

 

 

Anonima

 

Postato da: swcpd a 07:55 | link | commenti
epistolare

lunedì, 16 maggio 2005

 

 

Allora, a cosa sto pensando.

 

Penso che il livello di complessità della vita di ciascuno di noi sia a un livello talmente alto, da penetrarne ogni singolo aspetto.

 

Penso che ci siano delle buone ragioni per essere in bilico tra la sanità e il disfacimento, e che quest’equilibrio assorba molta energia.

 

 

 

Oggi sui giornali si riporta a malapena che in Uzbekistan sono stati uccisi cinquecento manifestanti

 

 

 

Per chi come me è nato nei sessanta – io nel sessantaquattro – questo è il decennio della crisi. Una crisi forte, compulsava, invasiva e inevitabile.

 

Almeno così sembra.

 

In ordine alla percentuale di persone che conosco io, questo è un dato oggettivo.

 

 

 

Il romanzo che vorrei scrivere tratta della crisi del quarantenne moderno

 

 

 

Tutti quelli che conosco, lo sono. Non tutti allo stesso livello, con oscillazioni e differenze anche importanti; ma non si scappa. C’è la cattiva abitudine al confronto. E siamo tutti, meno di qualcun altro. Chi è meno felice, chi meno ricco, chi meno soddisfatto del lavoro, chi ama meno o è amato meno. Tutti a confrontarsi con l’ideale smarrito di un sé che non è quello sognato.

 

 

 

La mia vita è un incubo e niente di quel che speravo s’è realizzato

 

 

 

Il mondo e la vita, attorno ai quaranta, sembra pesare di più al passato: c‘è più tara dietro che avanti. E la qualità, sembra essere rimandata a un domani ormai irraggiungibile.

 

E i capelli bianchi, gli studenti sono poco più che bambini, l’allegria vera che arranca, l’incubo quotidiano di uno sguardo senza più malizia e speranza.

 

E partire non è più possibile, quasi.

 

Perché partire sarebbe scappare e la meta dev’essere almeno comoda.

 

 

 

Non riesco più a nascondermi l’importanza di parole come dovere e potere

 

 

 

Allora, quel che sin qui scritto non sono io, ma alcune delle voci raccolte che vanno scritte come si deve, con cui vorrei cimentarmi.

 

Per non farla troppo lunga, perché? Perché sono più che convinto che ognuno di noi è importantissimo per l’equilibrio di tutti, e del tutto. Ognuno di noi può essere determinante per il destino di ogni altro essere umano. Ora, il discorso sarebbe troppo lungo; e forse, detto come l’ho detto io qui, non rende.

 

 

 

Credo che ogni movimento, proposta, rivoluzione debba cominciare prima da me

 

 

 

Concludo. Non so bene cosa ho detto.

 

Ma dico questo in finale.

 

Credo ci siano delle ragioni comprensibili per sentirsi in crisi quando, a questa età, ci si trova con un nulla in mano, con un senso di vuoto o di troppo pieno, che poi è la stessa cosa. Non ci si può nascondere che la lucidità con cui si vede la fine dei sogni, brucia e commuove. Non ci si può esimere da fare dei respiri profondi che rallentino il ritmo intriso d no sense.

 

Ma si può dare qualità al proprio tempo, e quindi alla propria vita, vivendo il più possibile il presente. Pienamente, con totalità, senza scartare niente.

 

 

 

Stasera c’è un bel tramonto e non m’importa niente di tutto il resto. Che affronterò nell’istante esatto in cui si presenterà a me. Quaranta più uno è solo una convenzione, un conformismo che non mi interessa o appesantisce

 

 

 

swcpd

Postato da: swcpd a 20:06 | link | commenti (2)
cronache così

venerdì, 13 maggio 2005

non so esattamente cosa sarà questo blog. gli altri erano di scrittura finalizzata alla scritttura. cioè, col blog, m'allenavo a scrivere. con questo ci sto pensando; magari ci butterò dentro znche qualcosa di altro, di estraneo al solito: al mio solito, ovviamente.

non so. forse sarà davvero una specie di diario, invece che un test di scrittura.

vedremo.

nel frattempo una paginetta di un lunedì con pioggia e vento. e un piccolo angolo di calore.

ciao

 

 

Una giornata terribile, lontana mesi da ieri, che era caldo e il sole aveva cucinato la mia testa, anche a causa dei capelli neri.

 

Considerando il lunedì micidiale, molti lo fanno, oggi è forse il peggiore dell’anno.

 

In autobus c’è la solita ressa del mattino. Siamo tutti pigiati stretti, ma quasi nessuno tocca l’altro se non durante una curva o una frenata. Ognuno riesce, pur nell’assenza fisica di spazio, a trovarne uno suo.

 

Fa un freddo cane rispetto a ieri. Almeno dieci gradi. E io sono vestito per sopportarne cinque di meno, non di più.

 

Ho lo zaino pesante sulle spalle, l’ombrello bagnato, un’altra borsa per il portatile.

 

Mi tengo in equilibrio grazie alla mano destra che stringe l’apposito sostegno.

 

Fuori una desolazione di cielo e asfalto grigi, e la pioggia che batte come tamburo tribale sul tetto. I finestrini colano acqua e s’appannano per contrasto.

 

Non so dove guardare. Sono circondato da occhi che non sanno dove guardare, ovunque.

 

E l’odore del soffritto bengalese ne sovrasta ogni altro.

 

A distanza di braccio c’è una giovane ragazza con gli occhi verdi e un paio di brufoli sulle guance che mi guarda. Io non riesco, invece. Avrà sui venticinque e non è particolarmente bella, ma nemmeno brutta. Forse non l’avrei notata se prima non mi avesse chiesto informazioni, ancora prima di salire sulla pressa di corpi che non osano toccarsi.

 

Sento freddo con questa giacca. E sono senza sciarpetta, con il collo scoperto alle intemperie.

 

M’accorgo all’improvviso di sentire uno strano calore sulle dita della mano che si sorregge all’apposito sostegno.

 

Mi  giro appena, timoroso d’incontrare quello sguardo casuale di giovane studentessa.

 

Ora è voltata a guardare il vuoto, per non guardare nessuno.

 

E le sue narici sono a meno di una spanna dalla mia mano.

 

E il suo respiro, fuoriuscendo, mi scalda.

 

Va e viene.

 

E quando scalda, lo fa come una sorta di miracolo.

 

Mi ci adagio e tutto il freddo, adesso, ha un nemico con cui confrontarsi. Quel calore tiepido, appena percettibile, sostiene la sfida, e quando c’è, la vince.

 

Quando m’arriva il soffio leggero, non sento più freddo.

 

E il viaggio, nonostante il peso e la scomodità, diventa di piacere. È un piacere minimale, circoscritto a quella zona, ma contiene la forza della consapevolezza casuale.

 

Come quando, ad un certo punto, improvvisamente, si riesce a distinguere il frastuono che ci circonda, perché dentro di noi abbiamo fatto silenzio.

 

Arriviamo e decido di ringraziarla.

 

S’aprono le porte e raccolgo la borsa e l’ombrello.

 

Scendo lentamente visto il traffico. Saremo almeno centoventi persone.

 

Controllo il flusso e m’accaparro una posizione.

 

Scendo per inerzia, spinto dal flusso unidirezionale.

 

Tocco terra e la cerco con lo sguardo, ma non c’è.

 

Non c’è più.

 

Volevo solo dirti grazie del calore, penso.

 

Magari quando ti rivedo, penso.

 

Apri l’ombrello che piove, penso.

 

 

swcpd

Postato da: swcpd a 08:02 | link | commenti (2)
cronache così

martedì, 10 maggio 2005

non mi sembra vero di essere tornato vivo e scrivente.

riprendo con il ciclo anonima, ma nei prossimi giorni, torno a postare normale.

ciao

Cara anonima 1

 

 

Cara anonima,

 

inizio subito dicendoti che sono quello cui  hai spedito una lettera, davvero densa e piena, per errore.

 

Almeno così credo. Lo credo perché dal nome non mi pare di conoscerti.

 

Ma se ci penso bene, quante persone presumo di conoscere salvo poi accorgermi, prima o poi accade con tutte, di non poterlo affatto dire; almeno che non si possa intendere, per conoscenza, quella formale: nome cognome indirizzo professione.

 

Per cui, se è vero che non ti conosco – forse -, questo vale anche per la maggior parte delle persone con cui mi relaziono normalmente.

 

Non essendo sicuro di esserci riuscito, ti confido che questa premessa serve ad allontanare l’imbarazzo tra noi; come dire che, pur non sapendo nulla di te, nemmeno come sei fatta fisicamente, la tua lettera mi ti ha fatto conoscere, sotto certi aspetti, meglio di quanto la fisicità dell’incontro, consenta.

 

 

 

Ti sto scrivendo queste prime righe dalla stazione di Rovigo.

 

È la prima volta che vengo a Rovigo e immagino sia anche una delle ultime. Ci sono venuto per ragioni assolutamente irrilevanti ai fini di questa mia, ma mi piaceva l’idea di farti una cronaca di questo mio-nostro tempo.

 

Perché sono davvero convinto che una lettera possa andare oltre la contingenza spazio-tempo e riesca, in senso metafisico, a renderlo un unicum pur essendo oggettivamente staccato e asincrono.

 

Io scrivo adesso, qui in stazione a Rovigo, poi tornerò a casa, batterò a computer queste parole che poi tu leggerai lì dove sei: il tutto, però, all’interno di un contesto spazio-temporale unico; per lo meno dal punto di vista della suggestione affettiva che evoca.

 

Insomma tu leggerai, quando e se vorrai, questa mia, “dopo” che io l’avrò scritta; ma è come se tu lo facessi “prima”, quando cioè io l’ho scritta

 

Sono seduto su una panchina di marmo da solo. Attorno a me poca gente, com’è sempre nelle piccole stazioni.

 

La sera ha oscurato il cielo e le luci illuminano di giallo, e aggiungo che tutto s’intona perfettamente allo stile-stazione.

E seppur pieno autunno, c’è ancora una temperatura tardo estiva; il marmo della panchina, quindi, non è freddo come ci si aspetterebbe a fine ottobre, ma umido.

 

Mentre aspetto vengono pensieri interrotti dalla voce meccanica dello speaker-robot che indica arrivi e partenze.

 

E così anch’essi, i pensieri intendo,  come i treni, arrivano, partono, si fermano: la mente è come una stazione; i pensieri come treni; noi sempre i passeggeri.

 

 

 

Il treno che dovevo prendere è in ritardo di mezz’ora, per cui salirò su quello successivo, un regionale.

 

Guardo l’ora perché voglio capire quanto mi manca; per poter scrivere o almeno leggere, ma i minuti, adesso, hanno il passo veloce per cui smetto. Subito penso che sia una scusa per esaurimento d’ispirazione.

 

Poi m’alzo e cammino. Controllo che gente c’è in attesa. M’aggiro con agilità e leggerezza tra loro.

 

Ecco l’annuncio dell’arrivo.

 

Puntuale.

 

Guardo dentro mentre m’accorgo che la direzione è contraria a quella che m’aspettavo: arriva da sinistra e procede a destra; chissà perché pensavo a quella opposta. Le carrozze in testa sono tutte sgombre e man mano che avanzano, invece, si riempiono. Ho voglia di leggere e di starmene dentro questi pensieri che mi fanno compagnia e magari continuare a scriverli.

 

Non riesco a immaginarti fisicamente, ma mi son fatto, al solito, delle idee precise su come stai.

 

E’ un po’ che osservo ragazze e donne.

 

Passami queste che sembrano generalizzazioni e che non rappresentano il mio fine.

 

Da queste osservazioni nascono pensieri che poi, poco per volta, impercettibilmente, diventano una realtà. Cosicché ci credo, come fosse una teoria letta su di un libro attendibile anzi che creature partorite da me.

 

Vedo quegli sguardi persi fuori dai finestrini degli autobus. Oppure concentrati dentro le pagine di libri. O impegnate in telefonate così intense che sembrano importanti come il destino.

 

E in tutte vedo quell’amarezza, quel fondo di chi s’è disillusa già da un po’.

 

Non so capire se la verità è in quegli occhi; o se invece non sia la mia, sempre pronta alla rivincita.

 

Mi rendo conto che perdersi in entusiasmi così autoindotti, come i miei non contempla, tra gli ingredienti, la realtà. Bastano le proiezioni e i film e romanzi che scaturiscono ormai inarrestabili, neanche fossi un’artista professionista che scrive per mestiere.

 

No, non è ancora nato il romanzo che scriverò.

 

Per ora sono fermo all’incipit: ne ho scritti a centinaia.

 

Ma dicevo dello sguardo delle donne che incontro e osservo ogni giorno.

 

Quelle che hanno superato la trentina, in particolare.

 

Nel volto, anche se bello, hanno sovente disegnata una smorfia.

 

E la smorfia disegna ed esprime il disincanto, la fine dell’illusione.

 

Quello di chi ha già capito, con largo anticipo, che la vita è tutta qui; solo questa, fatta di autobus strapieni, di una quotidianità stritolante, asfittica, senza la possibilità di variare. Una vita senza curve, con la fatica del resisterle per non precipitarvi dentro senza paracadute, in balia di una discesa grigio topo, come il cielo di novembre.

 

Molte hanno quell’espressione, e per quasi tutte vorrei fare qualcosa: raccontare barzellette, ballare, fare strip-tease; portare l’allegria del giullare e la leggiadria del play boy che, ahiloro, mai sarò.

 

Forse basterebbe dir loro parole dolci, mentire anche per solo un minuto, e dire che non è finita qui; che non c’è solo la tivù la sera.

 

Ma non ne ho la forza, il coraggio, e forse nemmeno la voglia.

 

Amo e odio la forza di voi donne.

 

 

 

Salgo sulla carrozza, la terzultima di testa.

 

Dentro m’avvolge un intenso odore d’urina.

 

Cerco un posto e lo trovo di fronte a un nero africano in Italia da molto tempo; così immagino che sia, guardandolo appena un po’.

 

Tolgo la giacca, l’appoggio sul sedile, esitando appena a causa dell’odore cui ora mi sono quasi abituato.

 

Sul sedile a destra una bionda da sola. Ha una minigonna e due cosce larghe, un maglioncino e un seno abbondante.

 

Continuo a scrivere sull’agendina: quest’atmosfera ha il sapore dell’ispirazione. Poi tiro fuori anche il libro e metto giù lo zaino. Mando un sms ad un amico raccontandogli dove sono, in compagnia di chi e di quale odore.

 

Dopo un po’ il vociare di una triade di neri s’alza e invade il suono monotono del treno, impadronendosene.

 

Parlano un inglese dalla pronuncia poco anglosassone. Devono essere di nazionalità diverse, per comunicare tra loro in quel modo.

 

Ad un certo punto giungono due bigliettai e inizia una discussione che sa di inflazionata.

 

Ognuno recita la sua parte.

 

Uno dei neri dice a quelli che “sono rassisti, perché controlli biglietto solo a me”. L’altro risponde monocorde “ fammi vedere il biglietto”. Gli animi s’agitano, la fatica solca i loro visi. Si scambiano insulti ancora a livello lecito, senza esagerare. Ognuno cerca di stufare l’altro con consumata abilità.

 

Ad un certo punto uno dei neri tira fuori l’abbonamento. Il bigliettaio vuole il documento. Lui dice no. Si rivolge agli amici dicendo che no, “make come police”; fa venire polizia, carabinieri, guardia di finanza, non m’interessa. Poi scendono e farfugliano qualcosa. Il treno parte e i due bigliettai, col piè veloce, ci passano accanto nervosamente.

 

Penso ai neri e alla fatica che sentiranno di essere neri.

 

Ai ferrovieri, stufi anch’essi di questa guerra continua.

 

Penso alla stupidità, perfettamente maschile, di faticare per sfidarsi di continuo.

 

Io sento soltanto una voglia di pace, di stare alle cose con morbidezza, di affrontare la mia vita con attenzione, senza perdere energie in scontri di potere da pusillanimi.

 

 

 

Ti capisco, cara amica –posso chiamarti così? – quando accusi la stanchezza di una vita trascinata tra continue finzioni e sfide e confronti.

 

Ma perché? Perché facciamo così?

 

Perché siamo straripanti di pensieri poco educati, che ci hanno sempre suggerito di nemmeno prendere in considerazione e di cestinarli non appena possibile.

 

Perché le nostre impurità e imperfezioni si scontrano con modelli usciti dai corsi di marketing e questo è davvero triste.

 

Perché se siamo così, perché ci siam fatti convincere che è sbagliato?

 

Credo che religioni e politica esercitino così il loro dominio su di noi.

 

E anch’io ho sofferto molto per questo; ma ora no, ora so come farci il calcolo e calibrare le energie che mi servono per rendere il mio dentro e il fuori, un contesto armonico.

 

Che poi non è affatto detto che ci riesca sempre; anzi, quasi mai. Però ne ho toccato con mano la fattibilità. E fedele all’idea che se un fenomeno si manifesta una volta, in teoria, può ripetersi,  mi ci faccio cullare.

 

E un po’ alla volta sto imparando a smussare gli angoli, ad avere pazienza quando non ci riesco, a considerare le ingorde felicità, e le avvolgenti tristezze, come fenomeni passeggeri.

 

Vedi, per effetto di parole anch’io sto rivelando alcune mie verità. Che poi son sicuro che non è il significato delle parole; è il sapore, l’odore che hanno. No, non sono rincoglionito e non mi lancio in concetti metafisici che poi non so nemmeno gestire.

 

Sto cercando di dirti che le tue parole, aldilà del senso stretto e rigoroso, e anche, consentimi, molto logico, sono state per me fonte di emozione.

 

E non per la loro efficacia lessicale, o per il fatto che fossero scritte con cavillosa pertinenza; no, mi hanno colpito perché trasmettevano una tensione vissuta, un coinvolgimento intrinseco. Che se vuoi, concedimelo, è la differenza che fanno le belle parole forbite del letterato senza talento, da quelle meno ammaestrate del talentuoso, che sono lasciate andare come figli cui, ad un certo punto, bisogna concedere autonomia.

 

 

 

Quante cose sto dicendo. Tutte così poco inerenti alla tua bella lettera.

 

Sto arrivando in stazione e ormai la tensione da battibecco di prima sta svanendo.

 

Mestre, al solito, trabocca di gente in attesa di qualcuno che arriva o che parte; o di partire per chissà dove, mete sconosciute che danno a stazioni e aeroporti un alone di mistero.

 

Scendo circondato da gente, ovunque.

 

Mi faccio spazio che sembra quasi stia nuotando a rana. Mi par d’essere una rock star in preda ai fans e penso che ho un’età per cui non s’ha più voglia di essere rock stars; se non altro per i fans.

 

Prendo il sottopassaggio e m’avvio in direzione Marghera, quartierone famoso per la zona industriale, fuori dai confini comunali; qui per altre ragioni, forse; o forse per le medesime ragioni.

 

Il sottopasso è quasi sgombro e raggiungo l’uscita velocemente.

 

Fuori la sera ha riassunto il controllo della situazione e proietta ombre e umori silenziosi.

 

Incrocio una coppia di neri: lei coi tacchi, le forme tonde e sode; lui sembra essere una comparsa di Spike Lee, con un impeccabile completo bianco e cappello appena storto. La loro andatura è chiassosa di tacchi, lei; dinoccolata e morbida di muscoli scattanti, lui.

 

Poi una oppia nostrana. Capelli lucidi, odore di deodorante sparatosi addosso con l’irruenza dei giovani.

 

Mi sovvengono le parole di un’amica che mi raccontava, in riferimento all’odore della pelle, che i neri considerano la nostra odorante di morte, tanto è impercettibile.

 

M’avvio verso il bus mentre penso a queste parole come alle ultime.

 

Poi arriverò a casa e le trascriverò e spedirò via computer.

 

 

 

Gli ultimi pensieri riguardano il senso di tutto ciò; o forse la sua mancanza.

 

Mi chiedo cos’abbia scritto per te, e la risposta è niente.

 

Niente di pertinente con la tua precedente.

 

E allora, e poi chiudo, spero almeno ti abbia fatto compagnia.

 

Se così non fosse, credimi, mi spiacerebbe assai.

 

Adesso sai dove trovarmi, se vuoi.

 

Ciao

 

 

 

cristiano prakash

 

 

 

Postato da: swcpd a 19:52 | link | commenti (8)