"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità . La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà . La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà . La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività . Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.
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questo blog chiude. come i due precedenti, pur per altre ragioni. fìondamentalmente per una ragione che ne contiene molte altre: la solitudine. un blog, mezzo il cui scopo è la comunicazione, se non lo fa più, se non intreccia relazioni, se non viene letto, scritto, frequentato, soprattutto da chi lo tiene, diventa una caricatura, una finzione agonizzante. nel frattempo penserò al da farsi. come direbbe aurora:" è stato un pò bello e un pò no".
L’altra sera mentre portavo fuori cagnona con Au, lei mi diceva di quanto fosse contenta, tutto sommato, di essere tornata a casa. Dopo due settimane, seimila chilometri Italia-Fracia-Spagna e ritorno, sentivo di capirla. Ma siccome mi pareva servisse un papà saggio, che ha sempre qualcosa da dire, pur sapendo che si deve anche saper non dire, ho sfoggiato l’aforisma qualunquista: “sai Au, c’è chi dice che è bello viaggiare, a maggior ragione se si ha un posto in cui tornareâ€: la fiera delle ovvietà ! Mentre le dicevo questo, cagnona si riprendeva gli odori e gli umori smarriti in quindici giorni passati nel pensionato per cani, le zanzare ci giravano intorno fameliche, i grilli cantavano, le stelle ci guardavano, la luna splendeva sovrana, il cielo scuro ci proteggeva marziale e dolce insieme. Avevano tagliato una porzione di prato da poco e il profumo di erba completava il momento bucolico. Tutt’attorno le case, con la loro volgarità necessaria, con la loro inerte animosità . Oltre a noi, nessun altro. C’è stato un momento in cui i ruoli, il nostro dover essere padre e figlia e lavoratore e studentessa e artista mancato e potenziale artista, e altro ancora con cui ci collochiamo nel mondo, svaniva nel suo evidente non bisogno alcuno. Guardavo le case, pensavo a me padre e a me figlio, al tempo che avanza oscillante, alle sue curve ondivaghe, alla convenzione di cui è vittima suo malgrado. Pensavo che sono nulla più di un padre discreto, così come lo sono stato in qualità di figlio. E anche mia figlia è nella media; e intravedo in lei la stessa inquietudine che mi ha abitato e sviato in gioventù. Quel tipo di inquietudine che non è possibile evitare, bypassare, che ti costringe a esperire, per imparare. Quell’inquietudine superata la quale la realtà e la verità si vestono a nuovo e si rivelano nella loro intrinseca impossibilità ad essere altro da quello che sono: inafferrabili, complesse, semplici, lineari, misteriose, cristalline. Passato quel momento di vertigine, di bellezza profonda che non si riesce a trattenere ma al più vivere quando c’è, siamo tornati al solito modo, al solito dire, al solito gioco di ruoli. Sono stato travolto per un attimo dalla paura della schiavitù delle abitudini, della rassegnazione, della piattezza. Ma poi anche questo è passato, lasciando posto al solito modo, al solito dire, al solito gioco di ruoli. Se penso ai momenti in cui la vita si rivela straordinariamente viva, penso ad un continuum. Se penso alla nostra capacità di abbandonarcisi, penso alla paura. Se penso alla paura, penso alla morale. Se penso alla morale, penso alla castrazione. Se penso alla libertà , semplicemente mi vergogno di rifuggirla così spesso per adattarmi a quel che si deve, invece di curare quel che si è. Dico ad Au che viaggiare insegna a imparare. Imparare la libertà che ci manca. E che forse non ci manca mai abbastanza.
Sabato parto per le ferie. In Spagna con un furgone, due nuclei per un totale di sette persone, di cui: due donne, due uomini, un adolescente, due bambine. Tragitto: prima notte Marsiglia, poi Madrid, Granada, Siviglia, costa – non ancora deciso -, ultima notte Marsiglia e poi ritorno, in tutto due settimane. Una vacanza forse faticosa. Vedremo. Lettura di venerdi 22 giugno spostata al 21 settembre. Per questioni tecnico-strategiche. Meglio così, a mio avviso, che sono il fautore dello spostamento. Nel frattempo, settimana ferragosto, saremo al rifugio Alpe Madre, sul Monte Grappa, per una lettura. Ripetiamo esperienza dell’anno scorso: una serata indimenticabile, intima, sottilmente travolgente. Stamattina sono venuto a Venezia con la moto. E anche stamattina, come ogni volta, non appena inizia il Ponte della Libertà , alzo la visiera del casco. È un movimento spontaneo, un automatismo comandato da dentro. Mi sono accorto di avere bisogno, non appena mi è possibile, di respirare l’odore di salso del mare. Evidentemente da quando abito fuori Venezia mi manca. Fatte fuori le dipendenze, raggiunta l’essenza, spogliato dal bisogno di anteporre scuse, quel che rimane è un insieme di elementi primordiali. Uno dei miei è il mare, l’acqua salata, che avvolge, attira, lascia uno strascico umido, convince con la pratica che in lei ci si può solo abbandonare, non opporre, che porta a galla l’inutile, che ridimensiona le distanze, che induce a considerare la finitezza, infinita. Il liquido, elemento ancestrale che segna l’inizio. E come mi piace immaginare essere, la fine.
Oggi ho fatto un giro in moto. Mentre il flusso di traffico veniva verso il mare, io andavo verso la collina. Andavo verso le colline per molte ragioni, e una di queste è che girando tra le colline ho avute le mie prime immersioni consapevoli nella grazia. In questo periodo ne ho evidentemente bisogno. Strada facendo, proprio ai piedi delle stesse, sono passato da un’amica che mi è molto cara e che non vedo più per ragioni geografiche, perché la vita và così, perché se la vita và così noi la lasciamo andare. Sta passando un gran brutto periodo. Suo marito è sopraffatto dai problemi della vita, per evitare i quali s’incasina drammaticamente, peggiorando sempre più il tutto. Non specifico, ma sono questioni serie. Ora è nella fase che il mondo fa schifo, e chi dovrebbe aiutarlo, o non lo fa, o lo fa male, o è da un punto di vista esistenziale, messo ancor peggio. “perché questi si arrogano il diritto di dirti cosa e come fare se sono messi peggio di te? E quindi, perché dovrei ascoltarli?†Quando si sta male, ci si arrabbia, si inveisce contro gli altri, creando fantastici e incrollabili alibi perché nulla cambi. Perché si ha paura di quello che potrebbe succedere, perché non è sotto il nostro diretto controllo; ergo: meglio star male, ma conoscerlo ‘sto male, che abbandonarlo e affrontare l’ignoto. Che fare allora? Che fare? Come ci fossero ricette! Per tre ore circa a discutere, a confrontarci, a dare consigli. Per tre ore non riuscivo a capire chi venisse chiamato in causa: l’amico o colui che fa questo lavoro? Vista la scarsa efficacia di ciò che ho detto – quando sono in modalità lavoro di solito tengo la giusta distanza che mi consente di non stare solo alle parole, ma a chi dice e come le dice, quelle parole -, ho fatto l’amico. Mi sono perso, ho raccontato di me, di come sono uscito dall’angoscia che riduceva la mia esistenza ad una continua fuga e ricerca. Scappavo e cercavo, senza sapere da chi, da cosa, verso quale direzione. Ho iniziato proprio così, raccontandomi, portando a testimonianza la mia salvezza. Non tanto perché credo sia “la viaâ€, ma in quanto è la storia vera di una persona che ha trovato un suo equilibrio. Raccontare l’equilibrio a uno che vive in bilico, è un azzardo; ma val la pena correre quel rischio. Mal che vada si viene detestati, ci si attira la rabbia; ma funge da transfert al contrario. Ovviamente si deve dire il vero; o almeno la propria versione, con autenticità , della propria verità . Ad un certo punto ho salutato, sono sceso, ho accesa la moto, sono partito. Per i successivi quarantacinque minuti mi sono dedicato alla guida, per me molto impegnativa, della mia moto-bestia. Andare in moto per le strade di campagna è una delizia. I sensi all’erta, pronti a ricevere. Mentre scorrevo, a tratti veloce, in altri lento, non rimpiangevo più le colline che non ero riuscito a visitare. Cercavo di essere fluido, di immagazzinare quel verde lucido, quegli odori forti, quelle curve sinuose. Al marito dell’amica dicevo che anch’io, come lui, penso che ci siano molte ragioni per sostenere che la vita è una merda. Che ci sono sicuramente argomenti attendibili a sostegno di quella tesi. Ma che dipende con che occhi la si guarda. Lo sguardo che si posa su un albero, che si accorge della meraviglia del cielo, che ascolta i rumori di un bosco, non dovrebbe rovinarsi tale spettacolo pensando alle rogne, alla meschinità , ai casini. Dovrebbe ciucciare tutto quello, semmai, per affrontare poi tutto il resto. Si dovrebbe pensare a vivere l’istante e fregarsene se il giorno successivo scade la bolletta del gas: ci può benissimo pensare quando sarà il momento. E che questo non vuol dire vivere alla giornata, ma più semplicemente vivere il tempo presente; non il prima, non il dopo, ma l’adesso. E che ciò non significa mancare di progettualità , ma anzi, probabilmente, parcellizzare l’ansia dei cattivi pensieri. Ma questo era l’amico. Alla sera, mentre portavo fuori cagnone, ripensandoci, mi son detto che avevo travasato una valanga di idee in una persona che non ha spazio, che è piena, colma. Allora ho mandato un sms all’amica dicendole che era meglio se stabilivano dei macro obiettivi da suddividere in tanti micro obiettivi legati alla quotidianità . In certe condizioni, quando si è sfiduciati, stanchi, la soluzione ai problemi sembra come la cima della montagna: non ce la si farà mai ad arrivare in cima. E non si pensa alla cosa più semplice: che basta fare un po’ alla volta, un passo dietro l’altro, sostando, riprendendo e così via. Quindi: identificare il problema, sforzarsi di trovare soluzioni, pianificarle affrontandole una alla volta. Glielo devo dire. Così come le devo dire che quella forma di affetto che si sente nei confronti degli amici è preziosa, rara, e va tenuta tra le cose care. Quante persone si incontrano nell’arco della vita per cui si sente un trasporto, per cui ci si sente fortunati di aver avuta quell’occasione e di averla riconosciuta, per cui ci si sente disposti a rischiare ciò che di solito nascondiamo? Sono poche, sono tra i miracoli che l’esistenza ci offre.
L’altra sera mentre accompagnavo cagnona per bisogni, incontro un ragazzo – ci chiamiamo ancora così, ci piace sentirci giovani – con cui stiamo facendo amicizia, sebbene ancora in fase preliminare in quanto, per ora, abitanti dello stesso quartiere. Mentre si chiacchiera del più e del meno, passa un signore che lui conosceva e io no. Questo si piazza tra noi e butta là un incipit che ho trovato subito interessante: “ stasera mi guardo allo specchio e mi dico: ma chi cazzo te lo fa fare, di fare ‘sta vitaâ€. Interessante, penso subito. Subito dopo inizia a snocciolare cifre e leggi per farci capire che il suo è cruccio vero. Che il dubbio esistenziale, cioè, è conseguenza di quello istituzionale. La morale è che: i politici sono tutti ladri, le banche sono delle associazioni a delinquere autorizzate a farlo da questi, evadere quel tantino è obbligatorio. “La mia prigione sono loro!†sembra dire e il bello è che sembra anche ci creda. Il suo tenore di vita, il suo guadagno è un meccanismo perverso da cui non sembra capace di uscire. Un monologo di mezz’ora conclusosi dopo le sue personali lamentele. E’ pur vero che un politico non sa quanto viene un litro di benzina, ma lo è altrettanto che lui non riesce a capire come una coppia possa vivere con mille e rotti € a testa al mese. Stessi facendo una ricerca tesa a smentire il mio pregiudizio sul nord est, l’altra sera avrei perso tempo. Dentista Il giorno successivo, per recuperare morale, vado dal dentista. Sul dentista, sui denti, sui traumi infantili, sulle paure irrazionali, sulle inquietanti presenze fantasmatiche ho già scritto e ancora scriverò. È stato comunque un trauma felice. Working class hero In questo sabato mattina di giugno sono sul treno. Sono bloccato in una stazioncina di un paese della cintura urbana di Mestre – ma come ho già scritto, in Veneto tutto è un continuo di qualcos’altro: in USA il Veneto sarebbe un’unica megalopoli tipo Los Angeles- a causa di una manifestazione no global. Io che ho conosciuto l’ambiente, che anni fa lo frequentavo – “anni faâ€: praticamente vent’anni fa, when i was young- ho la presunzione di conoscerne i difetti strutturali. Come per il signore cui sopra, quello che si sente in prigione e incolpa il sistema per questo, anche il no global adotta la stessa cieca strategia: combatte un nemico invisibile esterno! Pur con i distinguo di genere – e dando per scontato che chi legge queste parole non ha bisogno di lezioni sulle differenze sociali tra i soggetti in discussione – entrambi le “categorie†sottostanno alla fasulla logica dell’ideologia. Fino a che si combatte il nemico fuori, fino a che si identifica la propria infelicità dandole nome e cognome di un altro, si sbaglia mira, si spreca energia, si vive non vivendo. Cazzo, il mio nemico sono io. L’impedimento alla felicità , alla scioltezza, alla gioia, ha la mia faccia, i miei pensieri, il mio corpo. Gli altri esseri umani sono a loro volta altrettanto nemici di loro stessi. Stamattina volevo recuperare qualche ora di lavoro. Forse non ci riuscirò. Probabilmente solo parzialmente. Intorno a me sono tutti impazziti: telefonano, maledicono, imprecano contro Casarini. Lui invece incita i suoi, li fa sentire orgogliosi di far parte di un movimento che ha come unico scopo la giustizia. E loro a sbavare, a sudare, a credere che quella sia la verità . Ne parleranno i giornali, le televisioni. E tutti noi penseremo “io c’eroâ€. Nel bene e nel male c’ero. Si sposta così un’enorme energia, di amore e odio, ma inutile. O da una parte o dall’altra; costretti giocoforza a scegliere, anche quando si sente che quella scelta non è autentica, profonda, ma figlia della fretta, del bisogno di stare da qualche parte pur di non stare soli. E invece la verità sta un po’ più sotto, soffocata da quella polvere, da quella spazzatura, da quelle regole illogiche, da quella visione strabica. Ma vaglielo a spiegare a questi, ai signori del nordest che lavorano dalla dieci alle quattordici ore al giorno, ai ragazzini no global con i dread , ai passeggeri di questo treno. Alla sera al telegiornale le opposte versioni. Il dualismo impera. L’unità latita. Lungofiume Lungo il boschetto che costeggia il fiume Piave solita passeggiata della domenica mattina. Questa settimana è stato trovato un cadavere legato. Titoloni, poi titolino quando il sessantenne imprenditore locale, sembra abbia optato per il suicidio. Sul sentiero siamo soli io e cagnona. Ogni tanto mi pare di sentire uno strano rumore dietro di noi, come per lo spezzarsi di un ramo. Mi volto, non c’è nessuno. Proseguo ascoltando il canto della natura. Ogni tanto mi giro, di scatto, come a voler sorprendere un eventuale e improbabile inseguitore. Niente. Cagnona si ferma per la cacca. S’appoggia sulle zampe posteriori, coda eretta, spinge. Viene avanti un uomo che fa jogging. Alto, abbronzato, asciutto. Ci passa accanto. Dopo dieci metri sento - beh, almeno potrebbe farla un po’ in parte, non in mezzo alla strada - guardi che pulisco, poi - ho capito, ma almeno un po’ in parte, non proprio in mezzo - decide lei, non io lui dopo aver fermato il cronometro dell’orologio fa un gesto d’arresa, alzando le braccia e chiudendo la bocca in una smorfia del tipo “in questo caso non parlo più†Ripreme il tasto del cronometro e riprende la corsa. Riprendo anch’io il cammino e penso “siamo tutti prede di istinti animaliâ€
un altro pezzo del racconto che leggerò il 22 giugno alla libreria "la ginestra" di Venezia ......................................... Per un momento non penso a te. Momento salvifico, benché inutile. La mia consapevolezza è maggiore rispetto a mia madre. Ma coi sentimenti forti, ancestrali, così profondi da governare il nostro personale buio, la consapevolezza è solo il punto di partenza. Mi fermo in un’ostaria per mangiare un cicheto. Ce n’è di ogni genere, un po’ di tutto. Sono gli avanzi del mattino del pranzo, dove l’università , sua maestà , spedisce i suoi sudditi affamati. C’è vovo duro, pese frito, folpeti, sepoine, verdura ai feri. Non dico cosa bevo, fa lui, il barista: spris cò l’aperol co l’oiva. In questo campo ricordi d’infanzia. Festa del quartiere, quarant’anni fa. Sul pozzo, altare pagano improvvisato, un catino da lavandaia colmo d’acqua salata di canale con dentro strane creature che girano nervose. Almeno così sembra da quello che si intravede dalla trasparenza della plastica. Un uomo, semi-Dio la sovrasta, l’osserva e studia. Poi giù, dentro, fulmineo. Infila la testa, solo quella, e s’agita. Tutto è immobile. La gente trattiene il fiato. Il silenzio è padrone. Il corpo privo del capo si muove e contorce plastico, seppur con un piglio di disperazione che lo rende appena scattoso e disarmonico. Poi esce la testa del super eroe. Salendo, tornando alla postura eretta, mostra con orgoglio il trofeo che tiene tra i denti: è un bisato, che lui doveva catturare senza l’ausilio delle mani. La sua squadra, l’unica finora cui sia riuscita l’impresa, esulta. Pronta a salire sul palo della cuccagna, ultima prova della sfida. Lassù, in tempi in cui il ricordo della fame della guerra è ancora adolescente, il prosciutto intero e la cesta piena di ogni bene, è una meta ambita. Venezia ha sempre fame e sete. Si festeggerà alla fine, con un rito di follia collettiva: la squadra che vince si tuffa per prima in canale. Poi seguiranno gli altri. Si poteva fare, allora. Non si sapeva di immergersi nel putridume. I miei occhi di bambino vedevano un mondo pulito. ............................
Il bosco che costeggia il fiume è sfiancato dal temporale e da tracce di incendio. Profuma e puzza in modo selvaggio. L’odore di bosco bagnato, rigoglioso, inebriante, convive con la sua cenere, i suoi tronchi e arbusti morti. Non riesco a capire se si tratta incendi spontanei o dolosi: le parti bruciate sono discontinue, circoscritte a piccoli pezzi di terreno. Sembra di camminare vicino ad un posacenere pieno di sigarette bagnate. Ci sono pezzi interi d’albero a intralciare il sentiero, talvolta a interromperlo; bisogna per forza saltare tronchi e rami se si vuole procedere. Gli uccelli tuttavia non sembrano soffrirne e cantano. Nel silenzio della mattina, si sentono solo loro. Come sempre cado nella tentazione di fischiare assieme a loro, credendo mi rispondano. Mi sembra che ad un mio fischio elaborato, rispondano con una vera e propria composizione musicale di pochi secondi, come a ribadire una supremazia che è nei fatti. Infatti taccio. Lascio fare. Temo, da stupido quale sono, di disturbare qualche loro comunicazione; immagino un maschio che canta ad una femmina e che si distrae interpretando i miei tentativi come una sfida. Interferenze. Penso a questo, a come si interferisce di continuo. E come questo condizioni lo stato delle cose, modificandolo. Senza scomodare grandi teorie, mi limito a tacere e proseguire per il sentiero. Sto bene qui. Così bene che non posso non cercare una ragione. Penso alla mia infanzia e gioventù. Andavo in montagna in vacanza per almeno due mesi all’anno fino ai sedici anni; poi, per almeno un mese l’anno, fino ai venti, pur cambiando zona e abitudini. E quando sento questi odori, cammino su questi sentieri, ascolto questi rumori, mi si riaprono parti di memoria sopite. Quasi tutto quel che è bosco, è per me felicità . E nei secondi vent’anni ci sono andato così poco, che ho cercato la felicità altrove. Si ha bisogno di felicità se si pretende di accettare quel che la vita offre. Prendo tutto, io. Faccia al vento, senza riparo, senza nascondermi. Ma spesso ho trascurata la semplicità , il bisogno e la gioia di stare nel bosco almeno un po’. Poco tempo fa sono tornato al Lido di Venezia. Una pausa di lavoro che mi ha portato a passeggiare fino a raggiungere il mare. Le spiagge erano ancora chiuse e c’ero solo io, qualche gabbiano, qualcuno con il cane e qualche maratoneta che si allenava. Appena arrivato ancora quella traccia, quel gusto di buono che mi abitava. E anche lì, come nel bosco, un’altra traccia di elementi di cui ho bisogno per vivere frammenti di felicità senza scopo, senza secondi fini e teorie. In me ci sono rumori, odori, colori che dormono e che quando si risvegliano mi fanno bene, mi accarezzano, mi riportano in me. Là dove non si pensa, non si teorizza, non ci si maschera. Là dove, semplicemente, si esiste.
Si parlava con M, amico con cui stiamo proponendo i recenti reading, di scrittura. In particolare di scritti pesanti e leggeri. Io scrivo pesante, scrivo parole dal peso specifico notevole. Non sto parlando di qualità – l’elemento più opinabile e soggettivo-, ma di attribuzione di significato e significante. Cosa significa “scrivere pesante?†Mi è stato chiesto di scrivere un racconto che avesse come tema Venezia e il cibo. C’ho pensato, e l’unico nesso che mi è venuto in mente nel poco tempo avuto a disposizione, è stato un racconto che parla di un padre che va a trovare la figlia ricoverata in ospedale per anoressia. C’è un tragitto a Venezia, qualche rimando al cibo. Il committente ha letta la bozza e ha più o meno detto che l’argomento c’entra, ma rimane sullo sfondo, e che è un racconto un po’ pesante. Siccome si dovrà leggerlo una sera d’estate, teme si possa rovinare il clima leggero che comunemente ci si immagina aleggiare in una serata in cui l’argomento per cui si presenzia è il cibo. Questo è quel che penso io; lui non l’ha detto. A tal proposito gli ho chiesto di dirmi con franchezza quel che pensa a riguardo. Richiesta, la mia, a dire il vero forse un po’ troppo fuori luogo. Come potrebbe dirmi che non gi piace, anche fosse? Che già farà caldo- il caldo umido di Venezia sa essere vigliaccamente efficace nel tagliare gambe-, e anche per questo, a maggior ragione, gli risulta difficile pensare mi si ascolti leggere parole che fan venire due palle così! E anche questo lui non lo dice. Lo penso io, da dilettante impegnato. Un mio caro amico, convinto delle mie doti, da anni cerca di convincermi a scrivere un romanzo. Lo vedrebbe bene in stile anglosassone, inglese in particolare – vive appena fuori Londra -, di cui legge e apprezza i romanzi . Un genere che amalgami storie attuali e magari anche pesanti – mi vuol bene, è disposto a venirmi incontro – con quello stile leggero, che amo anch’io, che li contraddistingue per leggerezza e ironia mai sopra le righe. Da altrettanti anni gli spiego che mi piacerebbe, ma che non ne sono capace. Che la mia misura è il racconto perché ho il fiato corto. Che le mie storie sono concentrate, che i miei pensieri sono un po’ stitici e che non vedono che poche pagine per essere raccontati. Mica si è arreso. L’altra sera mi chiama e mi annuncia che sta per scrivere un libro, raccontandomi la trama: è una sua vecchia idea, che mi piace molto, e lo sa, con cui mi aveva tentato un paio d’anni fa e che io non ho concretizzato. Il suo tono, avevo l’impressione, mi sembrava quello di chi sta offrendo all’altro un’idea che di suo funziona e che ha bisogno solo di un po’ di mestiere per essere sviluppata. Torno all’inizio del discorso: cos’è una scrittura pesante? L’idea che ho maturata è che pesante possa essere l’argomento. L’unico argomento di cui so scrivere- e ribadisco: senza attribuire a ciò alcun giudizio positivo o negativo-, riguarda la condizione umana nei diversi frangenti di vita. In particolare, quel che succede dentro, in un qualsiasi contesto. Sono uno che scrive cose che fanno due palle così. Ma non ho scelta: non so fare altro che scrivere così. Per ora. Scrivere l’elogio alla pesantezza.
L’altra sera fuori con cagnona. Il quartiere è nuovo, le prime case hanno 6-7 anni, e stanno ancora costruendone di nuove. Molti di quelli che ci abitano conoscono poche altre persone. Questo induce all’approccio. Immagino che ognuno pensi e speri che prima o poi incontrerà qualcun altro che meriti di essere conosciuto. Siamo una comunità nuova, per certi aspetti privilegiata: niente ambulanze, polizia, brutte facce. Siamo tutti simil borghesi, in apparenza. La sostanza, in verità , non interessa alcuno. La sensazione della sicurezza, del sentirsi al sicuro, del non vergognarsi a pretendere un po’ d’ordine, foss’anche testimoniato da intonaci nuovi, da micro-giardini 3 metri x 2 recintati, cede volentieri in cambio un po’ di finzione formale. Io e cagnona passeggiamo. Incontriamo io una coppia, lei un cagnetto vispo. Ognuno si dedica alla relazione coi propri simili. Si parla di questo e di quello mentre i cani si annusano e corrono. Si arriva a dichiarare che mestiere si fa. Loro lavorano a vari mercati; hanno un banco di casalinghi. Ogni mattina sveglia alle cinque; ogni giorno una nuova piazza. Con successo, a tal punto da gestire anche un’attività all’ingrosso. E tu? Quando me lo chiedono, a maggior ragione se si parla in dialetto, provo sempre un misto di orgoglio e di imbarazzo. Io faccio l’educatore. E cioè, cosa sarebbe? Mi occupo di persone in difficoltà . Quest’anno di giovani ragazze che hanno problematiche di vario genere, che in quanto neo maggiorenni dovrebbero, secondo la legge che le riconosce persone responsabili a tutti gli effetti, provvedere in modo autonomo alla propria vita. Venendo però da situazioni problematiche, questo risulta difficile. Ah! Ma è un “ah!†che non nasconde le molte perplessità . Si affronta allora un argomento meno vago, la cui concretezza, seppur ancora più per sentito dire, diventa scambio: ragazze molestate e abusate. Senza scendere nei particolari, ovviamente. Dopo aver superata comunque la prova del nove: alla domanda se sia laureato, rispondo di no, e questo solleva il morale. Ho fatto dei corsi, specifico; ah ecco, pensa lui senza dirlo, meno male! Si arriva presto alla domanda chiave: come diavolo si fa a usare violenza contro bambini. Domanda che, avesse una risposta, verrebbe risolta all’istante, faccio notare. Snocciolo comunque con saccenza alcuni dati. Nella maggior parte dei casi la violenza si compie all’interno del nucleo familiare, parentale o amicale della vittima. Spesso in nuclei benestanti, di cultura medio-alta. Spesso chi fa violenza, l’ha a sua volta subita. Non è vero perciò che dobbiamo chiuderci dentro casa in attesa che arrivi il mostro: spesso, il mostro, siamo noi! E poi avanti con storie più o meno tristi sulla natura umana. Mentre ripensavo a quanto detto, non potevo non notare un certo compiacimento, da parte mia, nel sottolineare che nemmeno qui, nel nostro bel quartiere intonacato di fresco, si possa evitare il mostro che abita nelle nostre case e che indossa abiti puliti e sfoggia sorrisi bianchi. In quanto alle ragazze, anche oggi, le vedrò e insieme, se ne han voglia, si affronterà la quotidianità . Molto spesso banale, poco eroica, per nulla romanzesca.